Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto dal prof. Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

 

Ogni volta che mi giunge la notizia della morte di qualcuno, il mio pensiero va, ormai di regola, non alla morte in quanto tale, ma al giudizio. La morte, in effetti, a me pare che sia impensabile, anzi l’assolutamente impensabile. Lo sgomento che provoca alla nostra intelligenza – e che è altra cosa dalla reazione ‘biologica’ delle fibre e dei tessuti di cui siamo fatti, è paura spirituale non paura carnale – deriva appunto dalla sua conclamata impotenza a fronteggiarla, a prenderne le misure, a indagarne la natura e ad ipotizzarne il senso: in una parola, a pensarla. Quando l’ho intravista un po’ più da vicino, assistendo alla dipartita di qualche congiunto o visitando la salma di qualche amico nella camera ardente, questo e solo questo è stato il ‘sentimento’ che mi ha sempre dominato: la totale, schiacciante incomprensibilità di quell’assenza più forte di qualsiasi presenza, di quel vuoto più pesante di ogni terrena pienezza che si spalancava davanti a me. È questa, in fondo, l’insuperabile domanda del pastore errante di Leopardi: «che sia questo morir, questo supremo / scolorar del sembiante, / e perir dalla terra, e venir meno / ad ogni usata, amante compagnia».

Assolutamente pensabile, al contrario, è il giudizio (giacché è pensiero esso stesso). E sia lodato Dio, che c’è! Se non ci fosse giudizio – la parola che il mondo di oggi, nella sua pazzia, aborre più di ogni altra, mentre è la più liberante e colma di speranza – allora sì che sarebbe la disperazione. Il giudizio infatti afferma un senso, al di là della morte (quindi già la vince), anche se, di per sé, ispira il timore. Quel timore giusto e ineludibile, che fa parte della virtù che una volta si chiamava col bel nome di santo timor di Dio. Certo, anch’esso può degenerare e trasformarsi in paura, la quale a sua volta può innescare la peggiore reazione umana, quella del rintanamento o rannicchiamento nel proprio peccato, come fu sin dall’inizio: «ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3, 10). Ma il timore, in sé e per sé, è parte integrante della fede in Dio. In un saggio che mi sento di raccomandare ai saggi lettori del piccolo blog che già non lo conoscessero, intitolato Sperare per tutti, Hans Urs von Balthasar esordisce con queste parole: «Noi tutti […] ci troviamo sotto il giudizio. Non già al di sopra di esso, cosicché ci sia dato in anticipo di conoscerne l’esito e di portare avanti la nostra speculazione partendo da tale conoscenza». Poi, sulla scorta di Josef Pieper, osserva che tanto la disperazione quanto la presunzione di salvarsi («senza merito», puntualizzava il nostro catechismo quando faceva l’elenco dei peccati contro lo Spirito Santo, ma la praesumptio è sbagliata di per sé) sono forme di anticipazione.

Siamo sotto il giudizio, non al di sopra di esso. Nel passato, questa coscienza era dominante nell’esperienza collettiva della Chiesa, ed in quella individuale di ciascun fedele. Il Dies irae, la bellissima sequenza liturgica attribuita a Tommaso da Celano, che sopra vi ho proposto di riascoltare in gregoriano (ma se preferite, scegliete pure una delle tante versioni che ha ispirato ai più grandi musicisti), oggi ai più fa ribrezzo ed è scarsissima la possibilità di sentirla cantare in chiesa, se non nell’ambito ‘sterilizzante’ e protetto di un concerto. “Pastorale della paura” la si chiama oggi, sovente con aspra critica se non addirittura con disprezzo. Ora, non si può negare che molti aspetti di quella proposta educativa fossero criticabili ed emendabili, ma bisogna essere spiritualmente ciechi per non vedere, ad esempio, che il centro luminoso e pieno di grazia dell’inno di Tommaso da Celano che oggi sembra tanto minaccioso, oscuro e ‘medievale’, sta invece in quelle terzine che certificano in modo consolante il pegno della nostra speranza: se chi mi giudica è uno che è morto in croce per me, non vorrà mica perdere il frutto di tanta fatica e sofferenza!

Recordare, Jesu pie,
Quod sum causa tuae viae,
Ne me perdas illa die.

Quaerens me, sedisti lassus;
Redemisti crucem passus;
Tantus labor non sit cassus
.

Comunque sia, a quella “pastorale della paura” noi troppe volte abbiamo sostituito non una “pastorale del giudizio”, come sarebbe stato necessario, bensì l’idea stramba di un automatismo della grazia (può esserci una più stridente contraddizione in termini? Eppure …), che di fatto evacua il giudizio dando scontato che, per il solo fatto di morire, si torna tutti “nella casa del Padre”. Un Padre obbligato a far entrare tutti, perché così abbiamo deciso noi, ed espropriato dunque dell’esclusiva autorità paterna di disporre secondo il proprio beneplacito delle cose di casa sua. Al contrario, noi siamo sì autorizzati dalla sua infinità bontà a sperare per tutti, ma non possiamo disporre di niente e di nessuno.

Il problema è forse che noi, ieri come oggi, siamo però troppo abituati a pensare il giudizio divino in termini, per così dire, giudiziari e non veritativi. I giudizi dei tribunali di questo mondo (compresi quelli vaticani, a quanto pare, come lo ‘strano processo’ del cardinale Becciu ha reso purtroppo evidente) sono un pessimo esempio a cui richiamarsi, per immaginare quello vero. Quale analogatum princeps per costruire un’analogia che ci consenta di figurarci in qualche modo il giudizio che ci attende, sarebbe assai meglio guardare, più che ad un processo e ad una sentenza pronunciata “in nome delle legge” da magistrati in toga, alla lezione di un maestro che finalmente apre il discepolo alla scoperta dell’intera verità su un certo argomento intorno al quale aveva faticato invano per tanto tempo. I lettori che hanno fatto parte della comitiva dantesca sanno bene di che cosa parlo: ricordate il «sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, / di bella verità m’avea scoverto, / provando e riprovando, il dolce aspetto» e i tanti altri passi che ci hanno parlato del Paradiso come scuola?

Dunque: il giudizio non come condanna ma come rivelazione della «Verità tutta intera»; il Paradiso come beata partecipazione all’onniscienza divina, infinto godimento della Realtà tutta, finalmente conosciuta per quello che è e non per quello che io penso che sia; l’Inferno, come esatto rovesciamento di quella felice onniscienza: mostruosa condizione in cui la Verità è pure conosciuta, ma non amata; vista, ma non conseguita; scorta senza infingimenti, ma inattingibile. “Onnisciente ignoranza”, se così si potesse dire: stato di eterna infelicità dello spirito che è sì necessitato a stare di fronte alla Realtà, ma senza poter fare altro che restare schiacciato nella propria menzogna di fronte ad essa. In tutti i casi, per dirla nei termini più semplici e accessibili (che sono però anche quelli suggeriti da una lettura che mi pare legittima della parabola del giudizio finale in Matteo 25, 31-46): un “cadere dalle nuvole”, essere messi di fronte alla Realtà e accorgersi di come stanno veramente le cose.

Confesso che spesso mi capita di pensare, quando muore qualche malfattore – che ne so, ad esempio uno di quegli sciagurati terroristi islamici che ammazzano tanti esseri umani, dichiarando di farlo in nome di Dio, e si presumono ‘martiri’ perché, mentre versano il sangue di creature fatte a Sua immagine e somiglianza, urlano che “Dio è grande” – allo sbigottimento che lo invade nel momento in cui scopre che la realtà non è affatto quella che ha pensato per tutta la vita. Ecco la forma del giudizio di Dio: l’ostensione della Verità, cioè di Se stesso. E il malfattore che, di fronte ad esso, è invaso dall’improvvisa consapevolezza di essere stato un coglione per tutta la vita.

Poiché anch’io, come tutti, penso di avere ragione, ne consegue che, secondo me, chi non pensa come me sbaglia (e se ne accorgerà nell’ora del giudizio). Con questo metro, secondo me, un sacco di gente dovrebbe avere delle brutte sorprese, e di nuovo confesso che più di una volta quest’idea ha fatto capolino nella mia mente. Spero che Dio perdoni a tutti, ma la scoperta di aver sbagliato tanto (o addirittura tutto) nella vita sarà un dolore senza paragoni (e chissà, forse è questo il Purgatorio) e quando penso che tocchi agli altri non mi dispiace.

Tuttavia, per quanto la morte degli altri possa colpirmi, sono consapevole che la sola che mi riguarda veramente è la mia, e dunque sempre di più con l’avanzare dell’età cerco di esercitarmi a pensare di me quello che mi viene così facile pensare degli altri: che le cose non stiano, tante volte, come penso io e che anch’io potrei trovarmi a scoprirlo al momento del giudizio. Momento del giudizio, oltretutto, che è dopo solo nella dimensione temporale di noi provvisoriamente viventi su questa terra, perché invece in quell’assoluto presente che è il modo meno difettoso in cui noi dall’interno del tempo possiamo immaginare l’eternità di Dio, il mio giudizio è adesso. Lavoriamo dunque a ben pensare, che significa pensare secondo il pensiero di Cristo. La Realtà, infatti è quella.

Leonardo Lugaresi

 


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