Gregory Peck (il capitano Towers), Ava Gardner (Moira Davidson) nel film "On the Beach" del regista Staley Kramer
Gregory Peck (il capitano Towers), Ava Gardner (Moira Davidson) nel film “On the Beach” del regista Staley Kramer

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Ogni anno si stigmatizza giustamente la distruzione di Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945): soprattutto di Hiroshima, quando il B 29 Enola Gay sganciò alle 8.15 del mattino Little Boy, la bomba nucleare così chiamata dagli americani, che impiegò 43 secondi per impattare sulla città, liberando una forza esplosiva pari a sedici chilotoni (un chilotone equivale a mille tonnellate di tritolo), ma si dimentica, ad esempio, il bombardamento di Tokio della mezzanotte del 10 marzo 1945, che durò tre ore e fece molte più vittime di qualsiasi singolo intervento militare durante la Seconda guerra mondiale.  

Evidentemente, la metafora dell’olocausto nucleare conserva sempre un suo fascino intrinseco, ancora capace di colpire l’opinione pubblica, ma si presta anche ad uno sfruttamento ideologico, ispirata dal pacifismo e dall’antiamericanismo più radicali, omettendo così colpevolmente di riflettere sul pericolo attuale, ma non meno insidioso, della pandemia da COVID-19, che minaccia le nostre vite e condiziona la nostra esistenza quotidiana ormai da quasi due anni.

Proprio il romanzo più importante dei primi decenni dell’era atomica, On the Beach (1957; trad. it. L’ultima spiaggia), dell’inglese, naturalizzato australiano, Nevil Shute, racconta gli effetti di una epidemia determinata non da corona-virus ma, stavolta, dalla radioattività conseguente ad una guerra nucleare che ha contaminato tutto l’emisfero boreale, lasciando quasi completamente intatte le città e che ora, sospinta dai venti, si appresta ad avvelenare, lentamente ma inesorabilmente, anche l’emisfero australe.

Con uno stile compassato ma non privo di finezza psicologica, Shute racconta l’ultima estate trascorsa da una comunità di famiglie di militari in Australia e, per sineddoche, da quel che resta dell’umanità, prima che l’epidemia da radiazioni non lasci scampo neanche a Melbourne, la città più meridionale del mondo. Com’è testimoniato dal drammatico dialogo fra il giovane ufficiale Peter Holmes e sua moglie Mary: «Quanto tempo ci resta ancora, Peter?» «Una quindicina di giorni. Non è una cosa che avviene in un batter d’occhio. Ci si comincia ad ammalare ma non tutti nello stesso giorno. C’è chi è più resistente, c’è chi è meno resistente» «Ma tutti finiranno per essere contagiati, vero?» «Tutti finiranno per essere contagiati» «E le differenze individuali sono forti? Per quello che riguarda la resistenza al contagio, voglio dire» «Non saprei. Ma credo che nel giro di tre settimane tutto sarà finito» «Tre settimane a partire da adesso o tre settimane a partire dal primo caso?» «Tre settimane a partire dal primo caso. Ma non ne sono affatto sicuro. È anche possibile rimanere contagiati in forma lieve e superare la crisi. Ma questo si ripeterà dopo dieci o quindici giorni al massimo» «Non è sicuro che tu ed io ci ammaleremo contemporaneamente? E Jennifer? Ognuno di noi potrebbe rimanere contagiato in momenti diversi?» «Proprio così. Dobbiamo accettare le cose come vengono. Dopo tutto, lo abbiamo sempre saputo, anche se non abbiamo mai guardato in faccia la realtà perché eravamo giovani. Può darsi che Jennifer muoia prima fra noi tre, e può darsi che il primo a morire sia io. Non c’è niente di nuovo in questo».

Un’estate di rassegnata serenità, dopo tutto, perché, come spiega lo scienziato John Osborne al capitano Dwight Towers, comandante del sottomarino atomico Scorpion, nonché ultimo ufficiale sopravvissuto della Marina statunitense: «Non è affatto la fine del mondo. È soltanto la fine di tutti noi. Il mondo continuerà come prima, ma noi non ci saremo. Oso affermare che se la caverà benissimo senza di noi». Il capitano Towers è convinto che potrà tornare a casa e riabbracciare la sua adorata Sharon e i piccoli Junior e Helen, nello stato del Connecticut; per questo motivo, respinge le attenzioni della giovane Moira Davidson: «Lei Sapeva ormai che moglie e famiglia erano reali per lui, molto più reali di quel crepuscolo di vita in un lontano angolo del mondo dove era stato ridotto dall’epoca della guerra. Le devastazioni dell’emisfero boreale non erano reali per lui come non erano reali per lei. Lui, come lei, non aveva visto le rovine della guerra; quando pensava alla moglie e alla sua casa, gli era impossibile immaginarle diverse da come erano quando le aveva lasciate. Non era dotato di grande immaginazione, e ciò rappresentava la parte più resistente di quella corazza che gli impediva di abbandonarsi alla disperazione, in Australia».

Come in tutte le epidemie, non mancano le voci fuori dal coro, come quella del professor Jorgensen, improntata ad un ad un facile ottimismo, secondo il quale «gli elementi radioattivi dell’atmosfera si disperderebbero in terra o in mare più rapidamente del previsto. In tal caso, le distese dell’emisfero boreale continuerebbero a restare inabitabili per molti secoli, ma il diffondersi della radioattività fino a noi verrebbe progressivamente a decrescere. In questo modo, la vita… la vita umana… potrebbe continuare qui, o, comunque, nell’Antartide»: tesi purtroppo smentita da una spedizione condotta proprio dal comandante Towers, da Peter Holmes e da John Osborne, incaricati di raggiungere i ghiacci perenni, proprio per verificare l’esistenza di eventuali tracce di vita: «Questo significa che noi ce ne andremo per ultimi?» «Non precisamente. Saremo l’ultima metropoli, questo sì. Si sono già verificati casi a Buenos Aires e a Montevideo, e un paio anche ad Auckland. Può darsi che Tasmania e la South Island della Nuova Zelanda resistano una quindicina di giorni più di noi. Gli ultimi a morire saranno gli indiani della Terra del Fuego» «E l’Antartico?» «Nessuno abita là, per quello che ne sappiamo. Naturalmente, questo non segnerà la fine della vita sulla terra. Non devi nemmeno pensarlo. Ci sarà vita, qui a Melbourne, quando noi ce ne saremo andati da un pezzo» «Quale vita?» «I conigli. Sono gli animali più resistenti che si conoscano» «Vuoi forse dire che i conigli vivranno più a lungo di noi? Che saranno vivi e vegeti quando noi saremo tutti morti?» «I cani ci sopravvivranno. I topi resisteranno ancora più a lungo, anche se non quanto i conigli. Per quello che ne sappiamo, sarà il coniglio ad avere la meglio su tutti gli altri, a morire per ultimo. Ma finiranno per morire anche loro, certo. Per la fine del prossimo anno non rimarrà più nulla di vivo qui». 

Ma come si è potuti arrivare a tutto questo? chiede sconsolata Mary a suo marito Peter: «Non lo so… Ci sono pazzie che non si possono arrestare, semplicemente. Voglio dire, se un paio di centinaia di milioni di persone decidono che il loro onore nazionale li costringe a sganciare bombe al cobalto sul loro vicino, non possiamo farci niente, tu e io. La sola speranza possibile sarebbe stata quella di educarli in modo che non potessero spingersi fino a pazzie del genere» «Ma come sarebbe stato possibile questo, Peter? Voglio dire, tutti ormai avevano lasciato la scuola». Ed ecco la lezione per l’oggi: «I giornali. Si sarebbe potuto fare qualcosa con i giornali, e non ne abbiamo fatto nulla. Nessuna nazione ha mosso un dito in questo senso, perché eravamo tutti troppo sciocchi. Ci piacevano i nostri giornali con fotografie di reginette di bellezza e titoli a carattere di scatola su rapine, e nessun governo è stato così saggio da impedire che venissero fatti a quel modo. Ma si sarebbe potuto arrivare a qualcosa con i giornali, se solo fossimo stati più intelligenti» «Sono contenta che non ci siano più giornali adesso. Si sta molto meglio così».

Al lettore il piacere di rivivere gli ultimi commossi avvenimenti dei protagonisti di On the Beach, interpretati da Gregory Peck (il capitano Towers), Ava Gardner (Moira Davidson), Anthony Perkins (Peter Holmes) e Fred Astaire (lo scienziato John Osborne) nel magistrale film che Stanley Kramer ne trasse appena due anni dopo la pubblicazione. Occorre precisare che Shute non fu affatto un disfattista, ma certamente uno scettico sulle sorti dell’umanità, fin da quando decise di lasciare la natia Inghilterra, perché preoccupato dalla sua decadenza negli anni del dopoguerra, per l’incontaminata Australia, di cui On the Beach è una dolente elegia che ne celebra i paesaggi e la solitudine e ne racconta appassionatamente le comunità che la popolano. L’Australia di On the Beach è ordinata, composta, educata e ligia al dovere e, sebbene senza più governo né forze di polizia, ciascuno mantiene il suo posto fino all’ultimo, scambiandosi favori e sorrisi, pianificando un futuro che nessuno vedrà mai e mantenendo uno stoico aplomb che conferma le origini dell’autore. Come ha scritto giustamente Spencer Weart, non mostrando né l’agonia degli uomini né la distruzione degli ambienti che una guerra inevitabilmente porta, Shute è stato capace di fare dell’estinzione della razza umana «una condizione romantica».  

Che posto ha la fede, in un mondo sull’orlo dell’abisso? è forse sopraffatta dalla disperazione, soffocata dalla rassegnazione? Imbevuto com’è dal positivismo scientifico del suo autore, On the Beach è privo di qualsiasi riferimento religioso, ma non per questo ostile alla religione, che tuttavia risulta essere nient’altro che un utile conforto: come quando il capitano Towers chiede a Mary e Peter Holmes, che l’avevano ospitato alla loro festa la sera precedente, insieme alla sua amata Moira, dove fosse una cappella della Chiesa d’Inghilterra in quei dintorni: «Continuò a pensare alla sua famiglia per tutta la funzione, inginocchiandosi quando gli altri si inginocchiavano e alzandosi in piedi quando gli altri si alzavano. Ogni tanto si scuoteva per intonare le semplici e familiari parole di un inno, ma per il resto del tempo si abbandonò a un sogno ad occhi aperti della sua famiglia e della sua casa. Al termine della funzione, uscì dalla chiesa con la mente fresca e riposata. Fuori, non conosceva nessuno e nessuno lo conosceva; sotto il portico, il vicario gli sorrise, incerto, e lui rispose, poi si avviò su per la collina, sotto il sole, concentrando i suoi pensieri sullo Scorpion, sui rifornimenti, sulle molte cose che doveva sbrigare, sulle molte cose che doveva controllare prima di prendere il largo».

Solo la stretta vicinanza della morte riesce a scuotere questo cristianesimo di maniera, risvegliando una fede sincera. È il caso del rapporto dello Swordfish, unità gemella dello Scorpion impegnata in una ricognizione nel nord Atlantico fino a raggiungere la base di New London (sempre nello stato del Connecticut), redatto dal capitano Johnny Dismore, in cui non si danno molti particolari, «ma si limitano a riferire le percentuali di radioattività. Si sentivano piuttosto depressi. Erano di nuovo alla loro base, al molo dal quale erano salpati. Deve essere stato piuttosto strano tornare a quel modo, ma non si parla molto di questo nel rapporto. La maggior parte degli ufficiali e dei marinai doveva abitare nei dintorni. Ma non c’era niente da fare, naturalmente. Si sono fermati un poco, poi hanno continuato la loro missione. Nel suo rapporto, il capitano dice che hanno tenuto a bordo qualcosa di smile a una funzione religiosa. Deve essere stato un momento molto penoso».

Ed è il caso degli ultimi, dolenti istanti di vita della rassegnata Moira che, dopo aver assistito al ritorno del capitano Towers al «suo» Connecticut e al ricongiungimento con la sua famiglia (le cui sorprendenti modalità non svelerò qui), «Poi ripartì, ancora più veloce di prima. Attraversò la zona industriale di Corio, lasciandosi sulla sinistra il centro universitario, e arrivò a Geelong, dominata dalla sua cattedrale. In cima all’altissimo campanile, le campane stavano suonando per chissà quale servizio divino. (…) Diede un’occhiata all’orologio da polso: le dieci e uno. In quegli ultimi minuti ritrovò la religione della propria infanzia; era necessario che facesse qualcosa per riesumarla, pensò. Un po’ ebbra, recitò una preghiera».

Ho letto un po’ di tempo fa di un giornalista americano che, parlando con alcuni vescovi, aveva chiesto se il COVID-19 avesse rafforzato nei fedeli la credenza nella vita futura o, più semplicemente, li avesse avvicinati maggiormente alla Chiesa. Le risposte sono state rivelatrici: alcuni dissero di aver approfondito la loro spiritualità, ma i più erano stati meramente atterriti dalla possibilità di morire, che, cioè, essi potevano veramente smettere di vivere: un’idea che non avevano mai considerato realmente, perché pensata remota.

Una volta, John R. R. Tolkien ha scritto che la morte, ovvero la brevità della durata della vita umana, non è una conseguenza del peccato originale, ma è piuttosto parte integrante della nostra natura. Il tentativo di fuggirla è malvagio perché contrario natura e, alla fin fine, una sciocchezza, perché in un certo senso la morte è un dono di Dio… una liberazione dall’esaurimento per lo scorrere del tempo. Secondo Tolkien, la vita è una cosa preziosa e proteggerla un nostro preciso dovere, ma questa vita è da intendersi pur sempre come una preparazione per la nostra vera esistenza, che non è in questo mondo.

Un pensiero sempre degno di essere tenuto a mente, anche in uno degli ultimi giorni di estate.     

 

 

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