di Giorgia Brambilla e Pierluigi Pavone

 

(segue dalla prima parte)

 

Contro la crisi di Wall Street, nel 1929, Roosevelt proclamava una strategia di interventi statali nell’economia per assorbire l’occupazione. È nota come New Deal. Certamente non si trattò di paternalismo di Stato. Il socialismo in America era ed è un insulto. Ed è un bene. Tuttavia venivano meno i dettami del liberalismo classico, per una presenza forte della politica nelle logiche di mercato. Una politica economica che avrebbero imitato anche i paesi dell’Europa Occidentale, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Almeno fino alla crisi petrolifera del 1973 e alla de-regulation degli anni Ottanta, con Reagan e Margareth Thatcher come protagonisti assoluti.

Dunque, sembra che debba avverarsi un New Deal al femminile (così sempre nella analisi di Linda Laura Sabbatini su La Repubblica di venerdì 4 settembre 2020). Fa riflettere, tuttavia, che con la Conferenza di Pechino e nel dibattito successivo non si ripudi solo una prospettiva paternalista (e non tanto sul piano economico, quanto su quello sociale, familiare e culturale). Infatti, con la scusa degli stereotipi di genere, ad essere messa in discussione non è la subordinazione della donna verso l’uomo, quanto la subordinazione della donna – al prezzo del paradosso e dell’assurdo – verso la stessa femminilità e verso la maternità in quanto tale. Pare che anche l’essere madre da parte della donna sia uno stereotipo e un ostacolo alla sua auto-determinazione (come abbiamo già evidenziato qui). Un costrutto culturale, come la famiglia per Rousseau (a cui si ispirò la Rivoluzione francese dei diritti, della libertà e della fratellanza): elemento di corruzione della naturale innocenza/santità dell’uomo.

Chiariamolo a lettere cubitali: è una ingiustizia palese il divario salariale basato unicamente sul sesso del dipendente (se uomo o donna). Qualsiasi forma di misoginia o patriarcato retti sulla considerazione della donna come inferiore all’uomo o come proprietà dell’uomo è irrazionale e ingiusta. Con buona pace di Aristotele e di quelle religioni che occultano la visibilità della donna, per proteggere l’animalità istintuale del maschio, manifestazione di una antropologia fortemente discutibile. Le rivendicazioni della donna a maggiore presenza nei ruoli decisionali, all’interno dei media, a pari opportunità nel mondo accademico e professionale sono assolutamente legittime. Ci sembra qualcosa di molto diverso – e persino in contraddizione con ciò – manipolare e pervertire un riconoscimento giuridico assolutamente condivisibile, con l’inculturazione di genere e con l’indeterminazione dell’essenza e di ogni identità. Perché di manipolazione si tratta. Con uno stile molto simile a quello del regime, dove la Conferenza dell’Onu era ospitata. Quella Cina che era dopo il 1989, e ancora oggi è, una dittatura comunista.  

Francis Fukuyama analizzava – negli stessi mesi di Piazza Tienanmen – la richiesta di elezioni democratiche nei paesi dell’Europa dell’est, che via via fuggivano dal gioco sovietico, come l’inevitabile culmine storico e ideologico dei popoli, nella loro evoluzione politica: per Fukuyama ogni uomo e ogni popolo, specialmente dopo la rivoluzione scientifica e il comune linguaggio universale della tecnologia, non può che desiderare, economicamente prima e politicamente poi, il sistema capitalista democratico: l’unico in grado di assicurare a tutti pari opportunità, meritocrazia, uguaglianza giuridica, benessere economico, libertà e riconoscimento. Gli studenti cinesi stavano confermando questa teoria della storia e della politica. Il Partito Comunista cinese provava a resistere. E – come capita con ogni regime comunista – con la forza (e solo con la forza della repressione) ebbe la meglio. Il benessere economico assicurato dalle riforme possibili dopo la morte di Mao, hanno legittimato la conservazione dittatoriale del potere combinata con una economia capitalista, in grado di sfidare, su tutti i fronti, l’Occidente. È possibile che il regime cinese abbia guardato proprio ai vicini russi: le riforme politiche di Gorbacëv erano una illusione. Minavano l’intero sistema, perché il sistema non ammetteva riforme. L’unica via d’uscita era conservare con spietatezza il potere e giocare la carta strumentale del progresso economico e tecnologico. La Cina avrebbe reso ragione alla conclusione di Eric Hobsbawm (Il Secolo Breve. 1914/1991, BUR), circa il fatto che “il paradosso della Guerra Fredda è stato che ciò che sconfisse e alla fine distrusse l’URSS non fu lo scontro ma la distensione”. La Cina non legittimò nel 1989 e non ha mai legittimato ad oggi nessuna concessione politica. E ha guidato, nel pieno controllo del governo, lo sviluppo economico, in modo tale da impedire ciò che Marx aveva previsto circa la ragione motrice delle rivoluzioni sociali: la contraddizione tra le forze produttive e le relazioni di proprietà, entro le quali le prime agiscono.

Nell’arco di una manciata di anni, dalla morte di Mao, nel 1976, all’inizio della presidenza Reagan, la Cina aveva raggiunto grandi risultati diplomatici ed economici. Il disgelo con gli USA di fatto risaliva alla presidenza Nixon, all’epoca ancora in chiave anti-sovietica. Reagan solo nella propaganda elettorale aveva criticato il Taiwan Relations Act, ovvero la decisione americana di rettificare gli accordi di mutua difesa con il governo nazionalista cinese di Taiwan, risalente al 1954.  L’“impero del male” restava la Russia. E la Cina aveva bisogno dell’America, in base a quel pragmatismo di tutta la politica di Deng Xiaoping: colui che aveva guidato – a dispetto e contro la fallimentare rivoluzione culturale di Mao – le quattro modernizzazioni (scienza, industria, economia, esercito). La Cina sarebbe diventato un paese sottoposto ad un regime dispotico sul piano politico, ma capitalista sul piano economico. Quanto più si apriva alle logiche di mercato, quanto più rafforzava la dittatura di partito e il controllo anche da parte dei servizi segreti delle industrie (da cui il giro di vite di Trump contro Huawei, ad esempio) e in generale della popolazione. E come in tutte le dittature, la forza della manipolazione linguistica è sempre un’arma potente. Oltre a quella militare.  

La Conferenza sulla donna nel 1995 – che paradossalmente avrebbe dovuto offrire a Pechino l’opportunità teatrale e la parvenza internazionale di democrazia e uguaglianza dei diritti – non solo non comportò alcun tipo di cambiamento nell’esercizio del potere da parte del Regime, ma quella stessa Conferenza fece di quella manipolazione un’arma di indottrinamento coatto a livello globale. Sullo stile tipicamente comunista; ma ben oltre quel tipo di società. E in vista di una società post-cristiana e addirittura post-umana. Così che la lotta per i diritti civili e per la libertà si tramuta in una lotta per emancipare la donna dal suo stesso essere donna, a partire dal generare vita. Ben a ragione, Eugenia Roccella – che con Lucetta Scaraffia scrisse, a dieci anni da quella Conferenza, il testo Contro il Cristianesimo. L’ONU e l’Unione Europea come nuova ideologia, Piemme) – denunciava come «i diritti riproduttivi si sono rivelati in gran parte un comodo strumento nella mani dei governi per pianificare la crescita demografica, utilizzato senza risparmio dai regimi peggiori. […]. La nascita sarà sempre più qualcosa di artificiale, guidata e monitorata da medici e scienziati fin dal concepimento. L’utopia femminista dell’autodeterminazione si sta trasformando in una cessione totale del controllo sulle capacità riproduttive alla tecno-scienza e alla medicina» (pp. 92-93).

Fa parte di questo anche la considerazione della famiglia, ormai “liquidata” in un ventaglio di possibilità. Se prima il conflitto era tra chi sosteneva la famiglia e chi la voleva evolutivamente eliminare, oggi si preferisce includere dentro la famiglia anche ciò che famiglia non è: così se tutto è famiglia, nulla è famiglia. Come il trans-umanesimo cancella l’uomo disumanizzandolo progressivamente, assemblandone i pezzi, fino a s-corporarlo, così anche la famiglia viene via via annullata in “family of choice”, per cui la famiglia non è, ma “si fa”. L’uomo deve ignorare l’ordine naturale che richiama l’imago Dei e abbracciare la scelta di ricreare se stesso a propria immagine e somiglianza. Tanto che la natura umana è un “lavoro in corso”, un inizio incompleto, uno stato perfettibile caratterizzato dalla malattia e dalla morte, da sostituire con l’immortalità bionica. Allo stesso modo, il pluralismo dei modelli di famiglia è funzionale all’operazione ideologica di cancellarne l’identità.

Non sembra, allora, che la lotta sia per la parità giuridica della donna e il ripudio di pregiudizi o costumi culturali che l’hanno reclusa o discriminata; sembra che la retorica femminista sia finalizzata – contro la donna stessa – a cancellare l’essenza di ogni cosa.

 

Facebook Comments
image_pdfimage_print
1