Mario Draghi
Mario Draghi

L’ultima conferenza stampa di Mario Draghi sulla sua telefonata a Vladimir Putin mi ha lasciato di sale. Non è la prima volta.

Il premier ha dichiarato di aver chiamato Putin per scongiurare una crisi alimentare micidiale, soprattutto in Africa, invitandolo a riaprire alle esportazioni di grano.

Putin ha risposto che i porti sono minati. A parte questo, il solito ritornello mimato a beneficio dei sordi: togliete le sanzioni (che molte imprese italiane e non solo stanno violando) e se ne parla.

Draghi ha aggiunto di non aver visto spiragli di pace.

Partiamo da questo punto. Da che mondo e mondo, la pace si fa negoziando. Si offre qualcosa, si chiede qualcosa, si media fra l’offerta e la domanda, si trovano compromessi. Nessuno è contento, ma l’alternativa è peggiore. Come la guerra matura nel tempo, così la pace richiede tempo.

Certamente la pace non la ottieni inviando armi o ricoprendo di contumelie l’aggressore. Specie se ti fregi di appartenere ad un blocco che ha seminato morte, orrore e odio inestinguibile per decenni.

Si dirà che l’invasione dell’Afghanistan, il bombardamento dell’Iraq e della Serbia – a quelli che l’UE che ha garantito 70 anni di pace e l’attacco all’Ucraina è un attacco al cuore dell’Europa: lo sapete, vero, dove si trova la Serbia, e che esiste una Russia Europea quanto l’Ucraina che ha Mosca, non Freddivostok, al suo centro? – il rovesciamento di Gheddafi in Libia erano “necessari”.

Necessari a chi? La Russia non ha il diritto ad avere “necessità”? Certo che lo ha, ed ha anche la forza di prenderselo se non gli viene accordato, a differenza dei paesi summenzionati, schiacciati come vermi perché deboli. Adesso i deboli siamo noi, altrimenti avremmo già attaccato in forze invece di mandare catenacci arrugginiti a Zelensky.

Di quale pace parla il Draghi Mario agli amici al bar del Giambellino? Di quella impossibile. La pax draghiana è quella del manager  di stato (qui si fa come dico io) abituato ad uno stuolo di lacchè clientelari miracolati, che però non ha una straccio di idea di come funzionino la politica e l’economia di un paese importante e complesso come l’Italia.

Figuriamoci allora le relazioni internazionali. Telefona a Putin e subito convoca gli scribi a carico del contribuente per dire che non vede spiragli. Forse è il caso di ripercorrere qualche  boutade del Draghi Mario zelantemente gettata in pasto alle iene dattilografe.

In principio fu il per me indimenticabile Erdogan dittatore. Battuta che fece fumare il turco, il quale ricordò al mago che lui almeno era stato eletto. Non certo una garanzia, ma se può sbagliare un popolo intero, pensate gli errori che può commettere un solo Mattarella.

Fu poi la volta di o ti vaccini o muori (di fame, probabilmente, viste le conseguenze di lockdown e green pass). Stupidaggine vasta e distante dalla realtà quanto la nebulosa di Andromeda da Redipuglia.

Poi sbraita che il pagamento in rubli del gas è una violazione contrattuale: il tempo di finire la frase e lestamente paga in rubli, e paga in rubli non solo il gas ma la qualunque provenga dalla Russia.

Si attarda in dilemmi che imbarazzerebbero un bambino con disabilità grave come la scelta fra la pace e il condizionatore (o fra la mortadella e l’apprendimento della lingua coreana, se tanto mi dà tanto).

L’Italia – l’Italia, non l’abolitore della povertà Di Maiopresenta un piano di pace che definire frescaccia offensiva per chi l’ha redatto è un complimento, e il Migliore che fa? Non dice una parola, nonostante sia di sua competenza e responsabilità cristalline.

Il fatto che il Draghi Mario non veda spiragli di pace non significa che non ci siano. Non li vede lui, dopo che ha gettato secchiate di benzina sul fuoco come i pompieri incendiari di Farenheit 451. Forse nemmeno gli fanno comodo. O forse nemmeno si pone il problema perché, come ogni manager (leggi: gestore di roba altrui) sa benissimo, il padrone del vapore non è lui.

E veniamo agli altri due concettuzzi pratici espressi dal Draghi Mario.

Il primo: le mine. La seconda parte dell’affermazione di Putin – il losco dittatore genocida l’ha certamente pronunciata – che il Draghi Mario sbadatamente dimentica circa i porti minati – e il mare, aggiungo io – è che le mine le hanno messe gli ucraini.

Scelga il Draghi Mario: vuole le mine umanitarie messe dai nazi-kantiani della brigata Azov, o preferisce la pizza?

Spiego brevemente perché è certo che le mine siano ucraine. La mina è un’arma difensiva da sempre usata per impedire l’avanzamento del nemico, sia in terra che in mare, per rendere un territorio impraticabile a uomini e mezzi. Cosa che, con tutta evidenza, è contro l’interesse dell’aggressore (il quale le può impiegare come deterrente di contenimento solo quando tema rappresaglie).

Sento già il sibilo delle ultracazzole in arrivo, ma chi vuole distruggere usa missili e bombe, non mine sulle quali domani ci lascia una gamba (se va di lusso).

Il secondo: la carestia, in Africa o più verosimilmente ovunque – rispolverare il neonato africano coperto di mosche che piange di fame fa sempre chic. Se ancora capisco l’italiano e un filo di logica a freddo mi soccorre, mentre bombardiamo la Russia a tappeto con boiate irricevibili pretendiamo che essa ci fornisca gas e grano.

Di più: essendo Vladimir Putin un animale feroce indegno di rispetto e presidente moribondo di un paese fallito (se segue il trend, il rublo sarà cambiato 1:1 con dollaro ed euro entro fine 2022), perché chiamarlo al telefono? Per offrirgli cosa in cambio del gas e del grano, un processo all’Aja e un soggiorno premio a Guantanamo?

In effetti chi non entrerebbe nella propria banca per rapinarla, e di fronte alla prospettiva di qualche anno di galera non direbbe al cassiere: “Va bene, allora faccio un prelievo dal conto”?

La similitudine fa ridere? A me non molto: è proprio ciò che sta facendo il Draghi Mario. La pax draghiana ha nel suo Dna culturale il suo opposto logico: non tanto la guerra, che non è mai il fine, quanto l’annichilimento di tutto.

Auspico che sia giunto il momento di mettere questo signore alla porta. Possibilmente facendogli pagare il conto di scelte diversamente intelligenti – sempre volendogli accordare il beneficio della buona fede.

Capisco che le aspettative su questo prodotto pubblicitario – anni a tesserne le lodi, visti gli incarichi di prestigio internazionali ricoperti, ‘o zu Alfiu fortuna fece in Canadà – fossero alte, ma dovremmo aver capito che una cosa è la foto del Big Mac, un’altra il panino. Diciamo la verità: ci siamo cascati un po’ tutti.

Pensionato a spese del contribuente il Draghi Mario, il primo problema da risolvere sarebbe smetterla di raccontarci balle. In questo paese, l’unica cosa vera rimasta sono i peti: almeno quelli odorano ancora di prodotto interno lordo.

In attesa che dopo il vaccino contro l’infarto e quello universale contro il cancro qualcuno inventi quello contro le flatulenze facendole profumare come torte appena sfornate, sarebbe buona cosa tornare a proclamare e difendere la verità. Anche se puzza.

 

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