Giorgio De Chirico - piazza

Giorgio De Chirico – piazza

 

 

di Silvio Brachetta

 

«Smettetela di essere gentili, siate veri!», titolava Thomas d’Ansembourg un suo libro del 2001. Ma qual è l’essenza dello stile in Occidente? Cos’ha avuto sempre da dire la nostra civiltà al mondo? Forse ciò che sintetizza Rémi Brague, quando dice che essere occidentale – «essere romano» insomma – «significa avere a monte di sé un classicismo da imitare e, a valle, una barbarie da sottomettere». L’occidentale, dunque, si sente come «intrappolato tra qualcosa di simile a un “ellenismo” e qualcosa di simile a una “barbarie”».

Un ponte, ecco. L’Occidente è un ponte, ma non in senso moderno, non nel senso infantile di colui che si contrappone ai muri. Non c’è proprio nessuna contrapposizione. L’Occidente non è un aut-aut, nonostante la Riforma, nonostante Kierkegaard, nonostante i chierici contemporanei. Togli l’et-et cristiano, ellenistico, romano e crolla una civiltà, crolla una guida, così come crolla una chiesa – il suo paradiso, il suo inferno, il suo amore comandato, la virtù, la certezza epistemica. Sull’et-et Vittorio Messori ci ha costruito una sapienza. Messori, sull’autorità di Jean Guitton, ha sempre affermato che il cattolico – ed europeo, in quanto cattolico – non si accontenta di questo ‘o’ di quello (aut-aut), ma vuole il Tutto, «possiede» questo ‘e’ quello (et-et).

E, allora, la figura del pontefice – non solo nel senso ecclesiastico – trae la sostanza dal «ponte» di Lancillotto. Il cavaliere passa il ponte, tra questo mondo e l’altro, tra il peccato e la conversione, ma senza alcuna comodità: il ponte di Lancillotto «era diverso da tutti gli altri», come narra il de Troyes. Mai vi fu «un ponte così orribile, né una passerella così tremenda», poiché si tratta di una lama che passa sopra il fiume, come fosse «una spada rilucente e bianca». Per passare passa – ma «con grande dolore e con grande affanno; si ferisce mani, ginocchia e piedi». E ce la fa, comunque, perché «lo risana Amore, che lo conduce e guida, così che la sofferenza gli era dolce».

Il vero pontefice non ride bonario, non tace dei rischi, non è un facilone. Il vero pontefice vede «l’acqua furente, rapida e strepitosa, nera e densa, tanto orrenda e tanto spaventevole, come se fosse il fiume del diavolo». È un’acqua «tanto perigliosa e profonda, che non c’è nessuna creatura al mondo che, se vi cadesse, non fosse spacciata come nel gelido mare». E anche San Galgano da Chiusdino, cavaliere eremita, fu guidato «insino a un fiume, sopra el quale era un ponte el quale era molto longo e senza grandissima fadigha non si poteva passare» (Legenda beati Galgani).

Dove sono finiti, nel fatto religioso, passione, estasi, angoscia, fascino, delirio, sublimità, impeto? Chi ha dimenticato, secondo quanto sosteneva Jean Daniélou (in Dio e noi), che la santità è tremenda? Daniélou cita Rainer Maria Rilke – potrebbe non farlo? – che paragona il «terribile» di Dio al «bello», ovvero al «primo grado» del «tremendum». L’angelo di Rilke è tremendo, poiché Dio è tremendo. In Dio è il pathos, non l’apatia. Togli il pathos dalla religione e la distruggi. Nelle Elegie duinesi, Rilke confessa che il poeta cadrebbe «morto per l’esistenza troppo forte» dell’angelo – e, per estensione, di Dio. In Daniélou è del tutto palese che un primo contatto con la completa alterità di Dio «confonde e disorienta lo spirito», provocando nell’animo un autentico «spavento» – il «pavor dei latini». Da qui l’autentico significato di «extasis», della mistica, intesa come «sospensione dei sensi».

Il tremendo è ora sostituito dal bonario. La strizzatina d’occhio ha rimpiazzato la visione estatica. Tutto ciò è molto strano, anche perché non c’è niente di bonario nella Rivelazione. La Beata Vergine, all’Annunciazione dell’angelo, «rimase turbata» («dietaràchte», in greco). Ma di che turbamento si trattò? Di «paura» («phobìa»), lo dice l’angelo stesso: «non temere» – «mè phobou». Scalzare il santo timor di Dio, significa abolire la Rivelazione.

L’apatia poi non convince nessuno, non muove. Sempre che ci sia ancora qualcuno intenzionato a predicare, ad esortare, a convincere. Non San Tommaso, né Torquemada, ma il ben più indulgente Henri de Lubac diceva che il dialogo con il prossimo dev’essere condotto «in modo da svegliarlo e da convincerlo» (in Athéisme et sens de l’homme).

 

 

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