Amica Chips pubblicità (screenshot)
Amica Chips pubblicità (screenshot)

 

di Mattia Spanò

 

La pubblicità delle patatine che irride l’Eucarestia ha suscitato proteste del tutto fondate. Il professor Contri su RadioRadio ha proposto un’analisi molto centrata, figlia di un’intera carriera spesa in ambito pubblicitario, educativo e della responsabilità sociale nella comunicazioni, nonché una sensibilità personale acuta.

Lo spot mostra una suora obesa – i ciccioni fanno simpatia – che si accorge di aver terminato le particole. Colgo un riferimento alle vergini stolte, non saprei dire quanto lucido e consapevole, anche in virtù del fatto che le suore sono deputate alla preparazione e al confezionamento delle particole. Questo dettaglio dimostra, casomai ce ne fosse il bisogno, che lo sberleffo è diretto precisamente contro quelli che possiedono un alto livello di conoscenza dei riti cattolici. I tiepidi e gli indifferenti non lo colgono, al contrario di chi sa e crede fermamente.

Stacco, e si vede una piacentissima consorella che con voluttà prende l’Eucarestia sulla lingua – dettaglio interessante: nella rappresentazione dissacrante la comunione viene distribuita sulla lingua, in effetti anche i paramenti tendono alla tradizione, con qualche ammiccamento al genere porno rintracciabile nel velo della giovane belloccia. A quel punto si sente il familiare scrocchio, il sacerdote abbassa lo sguardo all’interno della patera e vede il prodotto. Mistero svelato: sono solo patatine, mangiare le quali garantisce al consumatore un’esperienza quasi mistica, se non addirittura erotica.

La pubblicità, quando è ben fatta come in questo caso, ha la capacità di mostrare concetti e giudizi molto raffinati e complessi – vorrei dire: subdoli – partendo da termini ed echi noti alla cultura di massa condensati in una manciata di immagini. In genere, la pubblicità più efficace è quella che limita al massimo il ricorso al parlato, elemento sottoposto al ragionamento, al giudizio critico e all’obiezione. Oltre a ciò, si crea uno sdoppiamento dell’attenzione – parlato-immagine – che alleggerisce la penetrazione del messaggio.

L’immagine al contrario poggia sul presupposto di mostrare una realtà possibile che, come tale, non è decidibile, il che indubbiamente agisce sulla coscienza del pubblico con una forza peculiare. Durante il Covid, ad esempio, hanno funzionato alla grande le immagini degli operatori sanitari bardati come dopo un disastro nucleare mostrato in moltissimi film apocalittici: morte e distruzione estese ed estreme, nessuna possibilità di salvezza, il malato equiparato ad un virus gigantesco da bruciare non appena trapassato, e forse nemmeno.

Questa equazione “uomo uguale virus da debellare” ha costituito in seguito il presupposto per lo svuotamento necessario al green-pass, all’esclusione sociale candidamente enunciata da Draghi. La transizione immediata e inspiegabile di Gregor Samsa che si risveglia nel proprio letto sotto le specie di scarafaggio descritta nel romanzo di Kafka La metamorfosi.

Ad un certo livello della coscienza, quello più profondo, non è assolutamente rilevante che una cosa sia avvenuta o meno nei termini in cui l’abbiamo vista: conta soltanto che l’abbiamo vista. Combattere, al limite eradicare, la potenza di un’immagine incistata nel subconscio è un’impresa titanica perché essa, sia che la si abbracci come autentica che la si avversi come falsa, costituisce il presupposto. Un presupposto che si stabilisca fisicamente ha bisogno, per essere scardinato, di un presupposto uguale e contrario ugualmente corporeo. Chi si scaglia contro le aberrazioni pandemiche, oppone il ragionamento alla solidissima materia costituita da immagini credute vere – le bare nei camion militari a Bergamo, gli elicotteri che danno la caccia a persone che prendono il sole su spiagge deserte e così via.

In questa rappresentazione del mistero più sacro ai cattolici, non c’è traccia di ragionamenti contrari, critiche e quant’altro. Non c’è traccia di dialettica. Si mostra sic et simpliciter una verità svelata, senza profondità, senza invisibile. Nell’Eucarestia non c’è traccia della divina persona di Cristo: sono solo patatine. Ottime, fragranti patatine.

Nell’analizzare il prodotto pubblicitario Contri evoca correttamente la woke culture, citando in modo assolutamente opportuno anche il nascondimento del Comune di Milano della statua di una donna che allatta, il che urterebbe la sensibilità di qualcuno. Riportando un commento alla vicenda, Contri nota che senza dubbio il prossimo Gay Pride si terrà al chiuso, dal momento che urta la sensibilità di qualcuno.

In una manciata di minuti, Contri mette in evidenza una serie di contraddizioni che seppellirebbero qualsiasi volontà “inclusiva”, e gran parte della cultura progressista e liberal – compreso il politicamente corretto – alla quale siamo sempre più forzosamente sottoposti. Il discorso maieutico di Contri dovrebbe terminarlo l’ascoltatore, concludendo che si tratta di paccottiglia mentale senza alcun fondamento.

La realtà purtroppo è che la woke culture non è inclusiva, ovvero non tiene assolutamente conto di nature oggettive – Contri fa l’esempio del maschio bianco eterosessuale – ma punta con decisione alla sostituzione di ogni cultura maggioritaria precedente fondata sul realismo (un bicchiere è un bicchiere ovunque, in qualsiasi epoca o angolo del mondo e qualsivoglia situazione), con enunciati pitagorei: l’uomo è cattivo, gli animali sono migliori di noi, il cattolicesimo è una vecchia barzelletta che non fa più ridere, vaccinarsi salverà l’umanità, la Russia perderà la guerra, Israele ha diritto a difendersi, il cambiamento climatico è la causa di qualsiasi nequizia e così via.

La woke culture, anche tramite la rimozione di ciò che non si vede e non si tocca – il mistero della transustanziazione, i diritti umani – stabilisce in un certo senso una cultura pura. Pura non nel senso che essa sia migliore o perfetta delle altre, men che meno più inclusiva, quanto nel senso che non ha bisogno di alcuna realtà o dato a conforto.

Le idee possono essere confutate dai fatti o da argomenti, il che se da un lato le rafforza dall’altro le indebolisce. Per dirla con Popper a proposito delle teorie scientifiche, anch’esse possono essere falsificate. Cosa che non può essere fatta nel caso della woke culture, la quale si presenta come una fede, e una fede che si propaga con la forza delle istituzioni, in particolare la legge.

Il rifiuto della realtà non è un requisito bamboccione, ma il fondamento stesso della fede woke: prescindere dai dati di realtà – inclusi quelli storico-culturali, sopravvissuti alle temperie dei secoli non per mere botte di fortuna ma perché profondamente autentici – è il presupposto intangibile contro il quale qualsiasi obiezione si va a schiantare. È un mondo che si auto-avvera, che esiste, nei comandamenti del potere.

Qualche esempio di wokismo in purezza? Von der Leyen, lungi dall’essere preoccupata per le pesantissime ombre che riguardano i suoi rapporti personali con Pfizer sull’acquisto dei vaccini, non più tardi di tre giorni fa ha invocato la censura per quei partiti in Europa che ella ha definito “amici di Putin”, i quali sarebbero nemici dei “nostri valori”.

Nessuno ad esempio alza la voce contro l’ennesima iniziativa omicida di Netanyahu, il quale si appresta a bombardare il valico di Rafah, dove si ammassano i profughi palestinesi, mentre lo sfiatatissimo, fisicamente politicamente e mentalmente, Biden si limita a gracchiare che “Netanyahu commette errori”.

No: in nome della woke culture politica  dobbiamo subire le minacce del ministro degli esteri israeliano Katz che viene in Italia a dirci in faccia che non supportando Israele subiremo attentati terroristici, si presume di matrice islamica. Ciò che casomai dovrebbe avvenire proprio appoggiando Israele, l’ineffabile ministro lo imputa al mancato supporto al governo Netanyahu. Dunque – ma non si può dire e nemmeno scrivere – se la logica vale a qualcosa il terrorismo che potremmo subire sarà quello sionista, come fecero nel ’46 al King David Hotel di Gerusalemme. Cose che non si possono nemmeno pensare, tanto sono moralmente abiette.

Tutto questo viene tollerato senza batter ciglio, come si tollera il piagnisteo di Zelensky che lamenta la fine dei missili e bombarda la centrale nucleare di Zaporizhzhia alla ricerca di un incidente che faccia rompere gli indugi alla NATO ma, secondo la stampa nostrana, sono stati i russi che la occupano.

In altri tempi questa processione in adorazione di enunciati demenziali sarebbe stata chiamata col suo nome. L’Occidente, malato satollo e agonizzante che va divorando sé stesso come Erisittone maledetto da Demetra con un appetito insaziabile che lo spinge a mangiarsi il regno, preferisce perseverare nelle proprie ossessioni, l’ultima delle quali è l’attacco al sacramento eucaristico.

La realtà ha la testa dura e presenta sempre il conto. Non c’è di che compiacersene, perché questo disastro non sarà indolore.

 


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