Rilanciamo dal sito Tu fortitudo mea la meditazione di mons. Luigi Negri tenuta a Ferrara davanti a un gruppo di amici in occasione del Triduo pasquale del 2016.

 

 

Mons. Luigi Negri
Mons. Luigi Negri

 

Pubblichiamo la meditazione di mons. Luigi Negri tenuta a Ferrara davanti a un gruppo di amici in occasione del Triduo pasquale del 2016. Di seguito la riflessione per il Sabato Santo nella quale egli si soffermò in particolare sul rischio di un possibile dualismo tra fede e ragione e sulla necessità di recuperare la dinamica del giudizio e della cultura come proprie della fede. Segue il dialogo con i presenti


 Sabato Santo, 26 marzo 2016, Ferrara

Per introdurre un momento dialogico su quello che abbiamo richiamato ieri mi sembra opportuno aggiungere alcune considerazioni su come recuperare l’attualità delle nostre radici e su come recuperare l’incontro.

Le radici di tutto non sono le reazioni, gli umori o i problemi, che rischiano di essere, invece, gli aspetti che prevalgono. Spesso, soprattutto in passato, è come se la Chiesa avesse assunto come prioritario il compito di determinare una posizione esatta nei confronti delle idee, delle ideologie e dei problemi del tempo. Chissà poi perché la Chiesa avrebbe dovuto avere occhi solo per i problemi del tempo! La Chiesa deve guardare a Cristo! La preoccupazione fondamentale della Chiesa è, infatti, così sintetizzabile: «che ne è di Cristo nella mia vita e nel mondo». Comunque, la situazione adesso è ancora più indecorosa, perché sostanzialmente oggi il problema sembra essere quello di consentire anche ai cristiani di vivere secondo la reattività quotidiana di tipo psico-affettivo, salvando, accanto a questa teoria e prassi univoca, qualche spazio per la fede, riducendola a sentimento, a emozione. Tuttavia, non voglio approfondire ulteriormente questa disamina, che è anche abbastanza elementare e che ho anticipato ieri.

Intendo, piuttosto, soffermarmi sulla questione della cultura. L’uomo, anche se non è cristiano, sta nel mondo sempre con una posizione, con una posizione globale. La cultura come dimensione fondamentale dell’uomo. La cultura, diceva ai miei tempi don Giussani, è la coscienza critica e sistematica dell’esperienza. Non c’è nessun uomo che non possa far riferimento a una coscienza sistematica e critica per quanto implicita. In questo senso la cultura coincide in modo specifico con l’essere e con l’esistere dell’uomo. Uno fa cultura non perché è laureato o perché possiede i contenuti del sapere, ma perché sente irriducibile e ineliminabile il cammino verso il senso profondo della propria vita.

Volevo ricordare a me stesso, oltre che a voi, come concepiva tale dimensione Giussani nei primi giorni della nostra presenza nel mondo dei giovani di Milano, commentando il libro intervista di Robi Ronza, Il movimento di Comunione e Liberazione (Luigi Giussani, Conversazioni con Robi Ronza), facendo riferimento in particolare alle pagine 24-25 della nuova edizione. Innanzitutto, occorre tenere presente che anche allora c’erano gravi problemi: c’era la Guerra fredda in quegli anni e ogni tanto la tensione cresceva, da una parte e dall’altra. Non voglio togliere nulla all’attuale problema degli immigrati, ma il popolo italiano, fino agli anni ’80, ha vissuto nella possibilità che una parte politica, entrata forzosamente nella democrazia, cioè il Partito Comunista, mandasse tutto all’aria (intendo la democrazia). Quindi, se partiamo dai problemi, «Si iniquitates observaveris, Domine, Domine, quis sustinebit?» dice il salmo, quali possibilità abbiamo? Per questo noi, allora, abbiamo cominciato parlando di Cristo, cercando di affrontare tutti i problemi a partire da un punto di vista cristiano, da quello che ci sembrava essere il punto di vista della Parola di Cristo autenticata dalla tradizione e dal Magistero ecclesiastico. Ecco le parole di Giussani nell’intervista a Ronza: «mi sento di affermare in piena tranquillità che questo nostro primo tentativo, all’inizio del Movimento, come d’altronde tutto ciò che ne seguì, non era affatto inspirato ad alcuna nostalgia medioevalistica, né ad alcun sogno di restaurazione di forme del tutto superate di potere temporale, né da alcun desiderio di indire crociate. Si trattava e si tratta di una mobilitazione per l’annuncio di Cristo, per fare uscire dalla polvere e dalla mascheratura quel fatto in cui il cristiano ripone tutta la sua speranza per sé e per il mondo; altro che crociata! È stato da subito un collocarsi come esigua minoranza che cercava la sua tenacia nella coerenza della fede, non l’egemonia; ed era perfettamente consapevole che l’adesione degli altri a tale annuncio, e quindi l’efficacia della sua comunicazione, non dipende da un progetto umano (se ho il presentimento che questa comunicazione perderà politicamente, non mi espongo perché non ci sono possibilità di successo: e allora? Anche Gesù Cristo, in un certo senso, non aveva possibilità di successo!) e comunque passa attraverso la libertà. La nostra immediata e grande caratteristica è stata l’accento posto sul valore della libertà. Non si può dire che avessimo già allora delle precise proposte di riorganizzazione della società; ero ancora praticamente da solo agli inizi, e molto sarebbe stato compiuto ed elaborato più tardi di pari passo al crescere del movimento» (pag. 24-25).

Quanto a suo tempo affermato è vero ancora anche per noi? Attenzione che chi taglia con la tradizione senza dare le ragioni compie un delitto contro Dio: ogni attacco alla tradizione è un delitto contro Dio, perché è Dio la fonte della tradizione.

La cultura è conseguenza del fatto che l’uomo vive dentro la realtà, la quale pone problemi e uno, se vuole vivere in modo ragionevole, deve avere dei criteri per giudicare questi problemi. In questo consiste la cultura e un uomo che non ha tali criteri non è un uomo. Il mio grande professore di metafisica, Gustavo Bontadini, negli anni ‘60, quando non c’era ancora la vita artificiale e la decostruzione dell’intelligenza fatta attraverso i mezzi della comunicazione, era solito dire: «Può apparire nel mondo un uomo che rifiuta il principio di non contraddizione (il principio per il quale è impossibile dire che una cosa è, e nello stesso tempo, rispetto al medesimo aspetto, non è), ma questo mette radicalmente in discussione l’intelligenza e, come conseguenza, pone l’uomo nella condizione di non potere dire più niente. Io mi pongo il problema se tale individuo sia ancora un uomo, perché l’essenza dell’umanità è l’apertura dell’intelligenza al reale, quindi l’accettazione della sfida che la realtà è». La realtà è una sfida da capire e non da dominare. L’idea del dominio della realtà attraverso la tecnica e la scienza è una tentazione adolescenziale. Ognuno di noi è sfidato dai problemi e questi ti arrivano addosso senza cercarli, senza bisogno di inventarseli; sono lì e non puoi fingere che non ci siano. Noi dobbiamo porre il problema dell’uso corretto dell’espressione cultura: affermare la possibilità di un’esperienza di fede senza cultura, significa perdere la fede. La cultura, cioè la capacità di giudizio, non la storia della filosofia, della teologia e di tutti gli altri saperi, che sono utilissimi per chi ha questi interessi e in qualche modo, se studiati bene, contribuiscono al bene di tutto il popolo cristiano. Togliete san Tommaso, sant’Agostino, cioè gli uomini che hanno dato corpo alla coscienza della fede e con i quali ci siamo arricchiti tutti e ce ne arricchiamo ancora, e si affosserà la fede. Invece, problematizzare l’esistenza di una cultura che nasce dalla fede, metterla in discussione, vuole dire arrivare a negare la fede! Ormai è venuto il momento di una chiarezza radicale, perché i tempi sono quelli che ho cercato brevemente di delineare. Uno non può dire che c’è la fede, ma poi dopo, sulla questione della cultura, sostenere che non è essenziale che dalla fede nasca una cultura; ritenere che sia indifferente il modo con il quale si intende la cultura, ritenere che possano esserci sollecitazioni e valutazioni diverse senza conseguenze. Possono senz’altro esserci valutazioni diverse alla fine del processo con cui la fede diventa cultura, nell’eventuale esito della cultura, ma il metodo della cultura per il cristiano deve essere uno solo, deve nascere dalla fede. Indubbiamente esiste la possibilità che si sbagli, che si compiano delle scelte culturali sbagliate, perché nessuno è garantito dall’errore, ma il metodo, il partire dalla fede, è un dovere sacrosanto di coscienza di fronte a Dio, il quale ci ha chiamato dalle tenebre alla luce del suo volto; perché il volto di Cristo che incontro nella concretezza della mia vita e nella storicità del suo popolo, è una luce. È la luce con la quale vedo le cose: «alla tua luce vediamo la luce» (Salmo 36).

La fede non si salva senza andare fino in fondo a questa dinamica di giudizio, di cultura; altrimenti è un’illusione! Una fede senza cultura è ridicola e non dedicherei neanche un decimo delle energie che dedico a Cristo e alla Chiesa se la fede, della quale devo essere portatore nel mondo, avesse quei caratteri. Io compiango, prima di arrabbiarmi, tutto quel mondo cattolico che ha questo volto, perché in questo modo nega la fede (almeno dicesse che vuole negare la fede! Invece, negando la fede, pretende che sia la fede vera). Contro tutto questo è stata la grande battaglia di Giussani!

Perché questa riduzione emozionale o emotiva della fede? Innanzitutto, questa posizione si fonda sull’alternativa radicale fede-ragione (tra fede e ragione c’è un odio inestinguibile, una dialettica irrisolvibile…). Su questo punto oggi si dice che la nostra fede non riesce a stare al passo della ragione, che è identificata con la scienza, con la tecnica, con la capacità di manipolare la realtà o di giocare con la realtà, come diceva in modo acutissimo Benedetto XVI: «La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto». La ragione tecnico-scientifica genera una situazione simile a quella di una stanza senza finestre o con le finestre tutte chiuse, con la luce artificiale, dove il compito dell’uomo consiste nel mettere a posto gli oggetti che ha davanti, dove tutta la ragione è impegnata a mettere a posto scientificamente gli oggetti. Invece, la ragione è un’altra cosa: è la capacità di sfidare la realtà cercando di trovare il senso della realtà. Oggi, tutto quello che fa la scienza e la tecnica può farlo anche il computer e, infatti, la maggior parte di queste operazioni non le facciamo più noi. Invece, la cultura ci aiuta a capire il senso della realtà e non si può dubitare della cultura quando dice che ci sono grandi valori, meno che mai adesso, visto che si dice che non ci sono più valori, perché il valore delle cose è la cultura. Però qual è l’origine della cultura cristiana? Gesù Cristo è venuto forse per mettersi in fila davanti ad un botteghino della cultura, oppure per partecipare alle primarie recandosi al gazebo e chiedendo se può ancora parlare? Non bisogna partire dalla diagnosi culturale; occorre partire da Gesù Cristo e investire ogni tipo di diagnosi a partire da questo, valorizzando quelle posizioni che percepiamo almeno come aperte al mistero di Cristo, oltre ovviamente a quelle che lo affermano, opponendosi, invece, a quelle diagnosi che, essendo contro Cristo, presto o tardi si riveleranno nella storia anche contro l’uomo.

Come esempio vi cito un fatto avvenuto nel 1975-76, quando si tenne a Roma uno degli avvenimenti più tragici della presenza della Chiesa nel nostro paese: il primo convegno ecclesiale italiano, che era intitolato Evangelizzazione e promozione umana. Tutto ruotò attorno a una relazione di Giuseppe De Rita, presidente del CENSIS. Parlando della Chiesa, siccome la società civile era maturata, venne affermato che era necessario che la Chiesa cominciasse a rientrare da quelle funzioni di supplenza che aveva svolto al posto della società. Pensate cos’erano le funzioni di supplenza da cui dovevamo ritirarci: la scuola, perché ormai c’era la scuola di Stato; tutte le attività assistenziali, tutte le opere caritative; tutte le strutture che la Chiesa si era data secondo varie forme per sostenere, a livello educativo, lo sport e il divertimento. Hanno demolito il Centro Sportivo Italiano, hanno demolito, con questa furia distruttiva, il Centro Turistico Giovanile, che in ogni parrocchia poteva assicurare un turismo non da ricchi, perché la Chiesa, nel suo aspetto più sano, non è mai stata per i ricchi ma per il popolo. Tutto questo rinnovamento ha provocato la distruzione della Chiesa italiana. All’interno di questo clima di decostruzione nacque la teoria della scelta religiosa dell’Azione Cattolica che doveva garantire due cose: una rottura di qualsiasi nesso fra l’Azione Cattolica e la DC, sentita come la sentina di ogni male, quindi il confinamento della religione nel privato. È questo il dualismo che ha portato la Chiesa a ridursi a gestire gli aspetti privati, i rapporti elementari, che sono quelli della famiglia, mentre tutto il resto è stato lasciato alla società. Ma la società non è qualcosa di astratto, soprattutto perché secondo quello che era avvenuto nell’Italia di allora, la società era stata riassorbita dallo Stato. Il vero protagonista era lo Stato, non la società. Di per sé la società è una realtà pluralistica nella quale ci deve essere la possibilità che esistano persone e gruppi diversissimi; uno non può dire all’altro che non può esprimersi solo perché è diverso, perché altrimenti siamo in presenza di un’egemonia secondo la quale, siccome io sono la fonte del sapere, chi non la pensa come me è da eliminare. È proprio quest’ultima prospettiva che è prevalsa secondo una logica rigorosamente statalista.

Questa concezione dualistica della fede è finita per due nomi che brilleranno nella storia della Chiesa per secoli: san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il dualismo è finito con il recupero della integralità della fede. Giovanni Paolo II ha avuto il coraggio di parlare della integralità della fede e ricordo che noi di CL, avendo anche noi parlato all’epoca di questo, eravamo stati bollati dai cattolici alla Lazzati e alla Dossetti di integrismo. La Chiesa, grazie a queste grandi personalità, è tornata così ad essere un corpo che non doveva giustificarsi davanti a nessuno e che esprimeva tutta la propria identità: generava cultura, creava opere che metteva al servizio di tutti perché tutto ciò che un uomo fa, lo fa non per sé, ma per la società.

Io credo che la tragedia del cattolicesimo italiano di oggi consista in questo: un ritorno forzoso e sostanzialmente ingiustificato, non intelligente, a posizioni di dualismo, per non disturbare la società che in realtà è unita e compatta contro la Chiesa; perciò, se ci si muove avendo come preoccupazione principale quella di non mettere in crisi la società, conviene dire apertamente, soprattutto a quelli che finiscono per seguire tale prospettiva, che si sta agendo contro la Chiesa, perché almeno sia chiaro e si sappia quale è l’obbiettivo finale. Ora, in questo contesto, come si fa a salvare quel briciolo di fede che rimane quando si è circondati da una stampa, persino nelle parrocchie, in aperta opposizione contro la vita normale e concreta del popolo di Dio? La fede è diventata fonte di emozioni: l’emozione non disturba nessuno, nasce e muore senza quasi lasciare segno nella coscienza stessa di chi vive di emozioni; perciò il cattolicesimo ridotto a un supermarket non fa paura alla società; non fa né caldo né freddo, l’emotivismo è inincidente ed è permesso proprio perché è programmaticamente inincidente. Una volta ho scandalizzato un gruppo di giornalisti, dicendo loro che è chiaro a tutti che il potere mondiale si pone in questo modo: i soldi, l’ideologia, il potere economico e culturale a noi, a voi cristiani i sentimenti.

Il fatto terribile è che noi possiamo, senza accorgerci, accettare questo terribile ridimensionamento! Vi ricordo la frase che abbiamo in parte commentato ieri: Cristo non è un ammortizzatore sociale. Cristo è un evento che mi parla dentro un popolo, che io ritrovo solo nel popolo; rompere il nesso tra Cristo e il popolo di Dio vuole dire perdere Cristo. Io ritrovo Cristo nel vivo del suo popolo, seguendolo, seguendo Cristo nel popolo, e, in questo processo maturo, vedo svilupparsi le dimensioni umane, secondo la versione di Cristo. Le dimensioni umane sono, per ogni uomo che ragiona, cultura, carità e missione: la cultura è il senso della verità, la carità è la giustizia nei rapporti e la missione è l’utilità per il mondo della mia vita. Allora queste esigenze fondamentali che costituiscono le dimensioni della personalità maturano e l’uomo cammina verso il compimento della gloria di Cristo in lui. Perciò dobbiamo richiamare a noi stessi il fatto che la risurrezione è la dimensione normale della vita; noi viviamo nella risurrezione di Cristo perché se Egli è risorto, dice la Chiesa, non muore più. Perciò, se io affronto la vita non nella certezza della risurrezione, ma a partire da altre certezze, io faccio morire Cristo oggi.


Momento di dialogo con gli amici presenti

Primo intervento:

Ieri hai usato un’espressione abbastanza forte quando hai parlato di “apostasia strisciante”.   Volevo capire bene. Strisciante lo capisco subito, perché mi fa venire in mente quando Paolo VI parlava del fumo di satana che si insinua nel popolo di Dio, perché mi ricordo che la mia suora del catechismo mi diceva che la menzogna non si presenta mai in maniera diretta davanti a noi, perché il diavolo non è così stupido e noi la rifiuteremmo subito, ma si insinua con delle suggestioni che tante volte hanno anche un’apparenza dignitosa e rispettabile. Tante volte si ha come l’impressione che certe cose, parlo come tentazione per me, nella Chiesa e tra di noi si insinuano come delle sfumature. Non a caso nella radice della parola “sfumatura” c’è fumo, ma si percepisce che sotto c’è un errore più grave e io voglio capire bene qual è questo errore. La giustificazione che normalmente viene data per questi passi indietro rispetto alla cultura, rispetto a una presenza visibile della Chiesa, di cui nessuno parla più, rispetto a una comunità visibilmente espressa, vista solo come una tentazione di associazionismo, rispetto a una identità vista solo come un’ideologia, è la missione. Siccome gli uomini di oggi sono diversi, rispetto a venti o trenta anni fa, le modalità della missione devono cambiare: non si può più andare incontro agli altri sbandierando dottrine e ideali che loro non possono capire.

Mons. Luigi Negri:

La suora che hai evocato ha detto una cosa non del tutto giusta, perché il demonio si presenta a volte in modo strisciante, ma altre volte si presenta in modo imponente. La tua suora sarà già in Paradiso e, quindi, non ha potuto vedere questo mondo in cui esistono persone che affermano che uomo e donna sono lo stesso, che non esiste più nessuna differenza. Io capisco che la tua suora non poteva neanche immaginarlo, però è accaduto, cioè il demonio nel frattempo non ha soltanto agito dietro le cortine fumogene, perché credo che siamo nel momento in cui il demonio ha buttato via qualsiasi maschera e gioca allo scoperto (del resto lo hanno detto già in passato anche alcuni santi, come la beata Anna Katharina Emmerick; anche le confidenze della Madonna a Parigi nelle apparizioni di Rue du Bac affermano questo). Il diavolo adesso gioca allo scoperto, mi sembra che sia chiaro e rimando al testo, già citato, che ho scritto per Studi Cattolici, intitolato Gesù Cristo non è un ammortizzatore sociale. L’eresia che circola è su Cristo: non si dice più cosa è veramente Cristo, non se ne parla. Ormai si può sentire parlare del Natale come festa dell’accoglienza, ma senza parlare di Gesù Cristo; al massimo si dice che come ogni bambino che nasce sulla terra deve essere accolto in modo che a suo tempo potrà restituire questa accoglienza; ma se per caso questo bambino, crescendo, si trova nelle condizioni di Eluana Englaro, allora non può più restituire niente, perché viene eliminato. A questa grave colpa, che è stata giustamente definita un “delitto di Stato”, ha dato un suo contributo fondamentale il Presidente Napolitano che si rifiutò di firmare il decreto che l’odiatissimo Berlusconi e il consiglio dei ministri avevano già preparato. In quell’occasione Berlusconi disse, con grande coraggio, davanti alla televisione, che se fosse toccato a un suo figlio non avrebbe accettato che gli venisse tolta l’alimentazione.

Allora la questione consiste in questo: chi è Gesù Cristo? È il Figlio di Dio incarnato, redentore dell’uomo e del mondo. Egli non può essere ridotto soltanto allo spunto per qualche sentimento e nemmeno allo spunto per una spiritualità vissuta privatamente nel chiuso della propria casa, in modo tale che nessuno veda perché altrimenti potrebbe offendersi; una spiritualità che al massimo si esprime attraverso il moralismo. Invece, dobbiamo parlare di Cristo, dire chi è Cristo, come faceva don Giussani; il come ci si deve comportare sarà una conseguenza; le conseguenze vanno tratte a suo tempo. Cristo non deve essere ridotto allo spunto per una spiritualità e, meno che mai, allo spunto per fare dei progetti caritativo-sociali; non è un caso che la stessa parola “caritativa” è sempre più tralasciata, mentre rimane solo la parola “sociale”. Cristo non è questo! Tuttavia, questa è l’immagine del cristianesimo vincente, o meglio apparentemente vincente, ma comunque diffusa. Paolo VI si è spinto fino ad affermare che una tale posizione potrebbe raggiungere anche una maggioranza statistica, ma non sarà mai il pensiero della Chiesa. Un cristiano ha solo il compito di annunciare Cristo, ma il Cristo reale, il Cristo della Chiesa. Allora, non si deve in ogni momento urlare all’eresia, ma bisogna essere coscienti del momento in cui viviamo, perché quella che sta lentamente evanescendo è l’immagine reale di Cristo. Così, invece del Cristo mistero divino-umano, c’è oggi un Cristo che ti dice “comportati bene”, o un Cristo che ti dice “ci sono i poveri”. Queste sono tutte conseguenze ovvie, ma non sono la sostanza delle fede cattolica che invece è amare Cristo e, come diceva una laude medievale, citata molte volte da don Giussani, «amassi Cristo a tutte l’ore e mai finissi», cioè “infinitamente”.

L’eresia è su Cristo, ma del resto non può essere che su Cristo. Il Cristo non è salvaguardato nella sua oggettività, se non dal magistero della Chiesa che per questo ha sviluppato le professioni di fede. Infatti, tutta la teologia dei primi secoli, fino all’alto Medio Evo, è stata lo sviluppo delle grandi professioni di fede delle Chiese di Gerusalemme, di Costantinopoli, di Milano e anche di Roma, magari non in senso diretto, ma indirettamente in quanto custode dell’ortodossia di tutti. Io vedo che la gente, quando gli spieghi questa questione, si rende conto che le cose stanno così, ma rimane vincolata da questa mentalità dominante, per la quale il cristianesimo è fare del bene. Io non mi rivolgo a della gente che poi deve dissertare di queste problematiche negli ambienti delle università, ma a della gente che è cristiana, che entra nel mondo e non può non rendersi conto di tale sfida. Nella sfida ci sono dei problemi conseguenti, ma io devo arrivare alle conseguenze partendo dai principi; se invece parto dalle conseguenze non mi muovo di un millimetro e mi illudo di essere a posto (illusione che è sempre sulle conseguenze). «Noi abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, che cosa vuoi tu?» questa è stata l’obiezione dei moralisti a Gesù Cristo. «Noi siamo a posto e tu vieni a disturbare una realtà che è a posto, che è ordinata». Il rifiuto di Cristo può nascere dall’essere presuntuosamente a posto da un punto di vista morale; ma, soprattutto oggi, siamo davanti a una presunzione ideologica, in quanto l’ideologia che domina la società non deve essere disturbata. Ora, che lo dicano gli altri mi va anche bene, ma che lo diciamo noi, vuol proprio dire che siamo degli stolti, essendo noi venuti al mondo per inquietare il mondo, non per quello che ci riguarda, ma per Cristo! L’ultima volta che Giussani ha parlato al Meeting di Rimini ai giovani, mentre andava via, un giornalista gli ha chiesto cosa augurava a quei giovani che l’avevano ascoltato e applaudito; e così lui gli rispose: «che non siano mai tranquilli!». Invece, c’è un modo di fare il verso alla mentalità dominante che porta a essere tranquilli come lo è il mondo, cioè già morti. Che cosa salverà la fede in questa situazione? Solo se Dio prenderà di nuovo per mano tutti coloro che hanno perso l’inquietudine di cui parlava Giussani, li salverà facendoli passare come attraverso il fuoco, misteriosa profezia di san Paolo, che medito e rimedito senza avere trovato ancora una lettura chiara; comunque penso che ce ne saranno tanti che dovranno essere salvati così, perché il rischio che corriamo è quello di lavorare più per il fuoco che per Cristo.

Secondo intervento:

In questi ultimi tempi noi siamo sollecitati a diversi livelli a un ritorno all’essenziale che, secondo me, si presta a diverse interpretazioni. A me ha aiutato a capire cosa è il recupero della tradizione questo brano da L’essenza del cattolicesimo di Karl Adam: «Il cattolicesimo non va identificato senz’altro sotto ogni riguardo con il cristianesimo primitivo o con il messaggio di Cristo, allo stesso modo che la quercia adulta non è totalmente identica alla quercia giovane, in quanto esso conserva la sua fisionomia essenziale non in maniera meccanica, ma organicamente. L’annuncio di Cristo non sarebbe un messaggio vivente, né il seme che esso gettò sarebbe un seme vivente se fosse rimasto eternamente il piccolo seme dell’anno 33 e non avesse messo radici e assimilato materia estranea e se anche con l’aiuto di questa materia non fosse cresciuto ad albero, sui rami del quale nidificano gli uccelli del cielo». Questa definizione che dà della tradizione mi sento di applicarla anche a quello che è la mia storia, perché secondo me, alcune riletture della mia e della vostra storia che sono emerse di recente mi vanno decisamente strette.

Mons. Luigi Negri:

Ti ringrazio di questa citazione di Karl Adam che è uno degli autori più citati da Giussani. L’essenziale non è una formulazione di nessun tipo, neanche teologica. Se tutta la vicenda della Chiesa si riducesse alla dottrina, sarebbe una cosa per cui avrebbe senso arrabbiarsi. Invece, l’essenziale è l’incontro. Non c’è nessuna struttura mediativa fra l’incontro e me. Perciò recuperare l’essenziale significa recuperare l’incontro con Cristo nello svolgimento che questo avvenimento ha avuto nella storia. Il beato cardinale Newman diceva che noi siamo molto più forti e intelligenti dei primi cristiani perché abbiamo assimilato tutto il cammino di approfondimento teologico e culturale di tutti questi secoli. I primi hanno avuto la grandezza di consegnarci ciò che lo Spirito aveva indicato e hanno avuto il coraggio di formulare le prime interpretazioni, dando il loro contributo che è stato determinante, ma l’uomo, il cristiano del ventunesimo secolo, affronta i problemi della vita della Chiesa avendo a disposizione un cammino di maturazione che è fondamentale. Uno che dicesse consapevolmente, e c’è chi lo afferma, che è inutile seguire queste vicende, ma basterebbe ritornare alla Chiesa primitiva, alla Chiesa prima di Costantino (credendo che Costantino abbia dichiarato la fede come religione di stato mentre in realtà è stato semmai Teodosio, e comunque la Chiesa non glielo ha mai chiesto) direbbe qualcosa di assurdo. Dire che io, per essere cristiano oggi appunto, devo tornare alla Chiesa che viveva nelle catacombe, non ha senso. Si dica allora con chiarezza che l’ideale della Chiesa è la Chiesa delle catacombe, cosa che nessuna persona cristianamente sensata dovrebbe dire, anche perché non bisogna dimenticare che i cristiani venivano tirati fuori dalle catacombe e venivano ammazzati. Ma se queste formulazioni, che portano sempre di più il cristiano a rimanere in silenzio davanti al mondo, derivano dalla paura, per certi versi comprensibilissima, i sostenitori di queste tesi non eviteranno di essere ammazzati e moriranno senza neanche il gusto di essere martiri. Figuratevi se l’ISIS, qualora dovesse arrivare, farà la distinzione fra il cattolicesimo che è stato silente e quello che è stato coraggioso: ammazzerà gli uni e gli altri e noi saremo, non dico contenti, ma avremo scritto la nostra pagina di fede e di carità. Voi capite che questi tagli nella storia della Chiesa sono patologie dell’intelligenza: si può vivere la Chiesa di oggi senza la grande esperienza della dottrina sociale della Chiesa? Ma chi sei tu per cominciare a dire che nella dottrina sociale della Chiesa ci sono cose importanti ed altre da lasciare cadere?

Terzo intervento:

Io vorrei fermarmi sull’essenziale, così come è stato chiarito grazie al precedente intervento, a partire da quella che è la mia esperienza lavorativa di medico: i gemelli monozigoti hanno la stessa mappa cromosomica, ma i cromosomi somatici (fenotipo) mutano. Da zigote le cellule si moltiplicano, si differenziano gli organi ecc.: la genetica non è statica. Analogamente Dio non è statico ma trinitario, addirittura il figlio è vero Dio e vero Uomo, il movimento si chiama processione (nel Credo procedit). Come noti tutto è movimento e rifluisce nella Trinità infinita. Tutto è lasciato alla libertà, anche la possibilità di contraddire l’evidenza scientifica.

Mons. Luigi Negri:

L’osservazione è ottima dal punto di vista scientifico e c’è una verifica non meno importante: ciò che è in evoluzione permanentemente non è solo l’uomo, ma tutto ciò che l’uomo è e fa. Per esempio, parlando del matrimonio, non è vero che si debbano fissare i primi 5-6 anni di matrimonio in un’impossibile staticità, così che quando si generasse una nuova situazione, magari problematica, la prospettiva da assumere debba essere quella di ritornare astrattamente, come si dice debba fare la Chiesa ritornando a prima di Costantino, a quando si stava bene e si era felici, a quando non c’erano sfide affettive, a quando il livello di gratificazione in tutti gli aspetti era altissimo. La vita non è mai un ritorno, mai, e guardate che la più grossa tentazione che si è sedimentata come pensiero unico dominante è questa cattiva psicologia che invece procede pretendendo di ritornare astrattamente a momenti felici, perché possa riaccadere nel presente quello che non riaccade mai.

Perché non riaccade? Perché la storia non si ripete, ma evolve, per cui il problema è che dopo quarant’anni, davanti a sfide che non erano pensabili in precedenza, il tentativo di soluzione non può essere la rincorsa del tempo perduto, ma il presente. E l’essenziale di una coppia è che sono sposati e che Dio si è legato a loro: questo legame è per sempre, perché il primo legame di una famiglia è quello dei due sposi con Cristo e non dei due fra di loro. Per questo se ciascuno va per la propria strada, innanzitutto offende Dio.

Questa idea, per la quale l’ideale viene identificato con un determinato momento e con una determinata situazione, è rovinosa. Lo si capisce anche nel rapporto educativo con i propri figli: la bambina comincerà ad avere 15 anni e l’ideale non può essere ritornare forzosamente a quando ne aveva 7-8. È sbagliato se tu, come genitore, nel tentativo di riportare la situazione all’armonia del rapporto di quando aveva a 7-8 anni, non la correggessi e non la rimproverassi rispetto ai problemi che potrebbero emergere crescendo. Magari, inseguendo l’ideale di ritornare alla situazione di quando aveva a 7-8 anni, le fai fare tutto quello che vuole, per poi giungere a vicende, come abbiamo letto recentemente sui giornali, nelle quali un genitore può commentare quanto fatto dal figlio assassino affermando «ma mio figlio era un tipo bravo, non si è mai drogato! Lo posso garantire io», mentre lo stesso figlio aveva solo un desiderio: uccidere anche il padre.

La legge della vita è l’evoluzione. Sono tutti darwiniani per modo di dire, perché lo sono dove non lo era neanche lui e non sono invece darwiniani dove dovrebbero esserlo, accettando cioè che la vita sia un flusso, un movimento; perciò l’ideale non può essere collocato nel passato, dieci o venti 20 o trent’anni fa, ma adesso; e la Chiesa è l’unica realtà nel mondo che consente di approfondire l’essenziale adesso, perché l’essenziale non è l’idea che di Cristo aveva san Tommaso d’Aquino, ma Gesù Cristo presente nella Chiesa, presente nel pane e nel vino consacrato, presente nell’eucaristia tramite l’autorità del sacerdote, senza della quale nessun pezzo di pane diventa corpo di Cristo.

È una evoluzione e viene garantita, se viene vissuto il presente dell’evoluzione che non è mai identificabile con il passato: ecco dove cade il tradizionalismo stupido, per il quale il presente della Chiesa significherebbe ritornare a prima del Concilio Vaticano II, cosa che è chiaramente assurda.

L’essenziale è Cristo che oggi incontro solo nella Chiesa. Se parlate di Cristo senza aggiungere, un istante dopo, la Chiesa, state parlando di un Cristo che esiste solo nella vostra fertile fantasia. La questione di oggi è vivere l’evoluzione rinnovando l’essenziale. Le scritture non sono l’essenziale della fede; san Girolamo, che ne sapeva più di tutti gli esegeti degli ultimi due secoli, diceva che le scritture servono per avere una coscienza vera della fede, ma la fede è nell’incontro.

Se posso dire il mio parere, a me sembra che le questioni si sono andate così alterando, nel senso della confusione, sia a livello sociale sia a livello ecclesiale, che al popolo cristiano, anche come singole persone, è chiesto di dare un contributo all’uscita da questa confusione: mia madre lottava contro la confusione attraverso la limpida testimonianza di una casalinga che si era identificata nel suo matrimonio fino al punto che, nonostante mio papà fosse morto da anni, lei si firmava ancora Rosa Negri. Voglio soltanto dire che questo discorso a mia madre non potevo farlo, ma a voi non posso non cercare di comunicarvelo. E vi dico di più: voi avete vissuto per anni in una sostanziale tranquillità garantita dalla non confusione della Chiesa e dalla non confusione nel nostro Movimento, ma adesso non è più così ed è inutile prendersela. Piuttosto, bisogna far fronte con coraggio alla situazione; e la situazione ecclesiale del Movimento può essere portata solo da persone che non si scandalizzano degli errori altrui e mettono in gioco tutti i fattori e gli elementi che Dio dà anche oggi per non soccombere alla confusione.

I figli dei vostri figli si incontreranno, in un modo rovinoso nelle scuole, con le teorie gender e saranno cresciuti nell’idea che, se una settimana si sentono maschi devono poter fare il maschio, mentre se la settimana dopo si sentono femmine, devono potere vivere da donna. Non si può dire che tutto quello che abbiamo cercato di fare, nel timore delle conseguenze di questo orrendo delitto delle teorie gender, sia stato eccessivo, perché non è vero, come sostengono alcuni, che tali vicende presto o tardi passeranno.

Le sfide culturali che abbiamo di fronte sono terribili e viviamo in una situazione di debolezza. La società non è solo debole, non esiste più, come diceva su Tempi Alfredo Mantovano: la vita politica italiana è composta di pazzi perché, con tutti i problemi che ha l’Italia, il nostro Parlamento ha perso un mese e mezzo per discutere di una cosa (la legge Cirinnà) che statisticamente interessa una minoranza piccolissima, che, però, attraverso la votazione di questa legge, ha cercato di affermare la propria egemonia.

La situazione nella quale viviamo è data e, come ha detto don Giussani, il nostro impegno non è per una battaglia contro qualcuno, ma è per affermare Cristo. Tuttavia, si può farlo senza dire che questo modo di concepire il rapporto uomo-donna è oggettivamente sbagliato? Senza affermare che l’utero in affitto è molto peggio di tutte le umiliazioni che la donna ha ricevuto nella storia? Tra l’altro, occorrerebbe precisare che ciò non è accaduto nella storia cristiana, perché, in questo caso, se la donna ha ricevuto umiliazioni, ciò è dipeso dal fatto che era ancora un rapporto acerbo quello tra uomo e donna; rimane comunque il fatto che era lei la padrona della famiglia. Piuttosto la progressiva riduzione in stato di sudditanza della donna si chiama modernità, protestantesimo e laicismo. Non è un caso che, per reagire a queste discriminazioni, si è affermata l’equiparazione dell’uomo e della donna, lanciando nella vita della donna un’impossibile dialettica rispetto alle funzioni del maschio.

Io voglio dire che il primo realismo è di guardare i segni dei tempi, come diceva Giovanni XXIII. Noi stiamo discutendo, intelligentemente secondo me, di quali siano i segni dei tempi della nostra fede: capire i segni dei tempi serve per vivere la fede, non per schierarsi. Io non ho alcun bisogno di schierarmi con nessuno. Però bisogna capire la posta che è in gioco: è l’esistenza della Chiesa stessa, non meno di questo.

La prima preoccupazione del cristiano è annunciare Cristo e, da questo, poi, far scaturire tutto, anche l’accoglienza di tutti quelli che ci circondano. Perciò l’essenziale è l’incontro e, di conseguenza, una strategia di vita, un modo di vita che nasce dall’incontro.

Quarto intervento:

Potresti spiegarci meglio il discorso del male che contraddice sé stesso?

Mons. Luigi Negri:

Il male pone delle regole per realizzare, attraverso determinati processi, i propri fini, però, quando vuole fare fuori qualcuno, non ha bisogno neanche della legittimità che cerca sempre di darsi. Il processo di Cristo ha comportato tutta una serie di gravissime scorrettezze ma il male, quando ha un obiettivo, lo persegue a tutti i costi, anche contraddicendo le regole che ha fissato.

Quinto intervento:

Quando ripercorro la mia storia, l’incontro fatto aveva immediatamente portato con sé un contesto di popolo; oggi tu parli di questa ripresa dell’incontro e non è più così immediato questo riconoscimento di popolo. Il popolo che riconosco è quello di cui tu hai parlato giovedì, quando hai detto che tutto parte dall’eucarestia e basta accostarsi a questo per creare la Chiesa e quindi anche un popolo, ma sono le facce di questo popolo che non sono più immediate come erano nell’esperienza originale, anche se oggi, nella ripresa, mi accorgo che alcuni incontri, alcune persone e alcune occasioni sono di fatto quelle che scaldano il cuore e che ti fanno andare avanti, mentre con altre questo non è più possibile.

Mons. Luigi Negri:

È la legge dell’evoluzione. Adesso il popolo deve farsi riconoscere e questo è un sacrificio e un rischio; del resto è il rischio che avete corso sposandovi, perché avete rischiato nel riconoscere in una determinata personalità una sintesi efficacissima di quello che vi legava; è per questo che non avete sposato indifferentemente questo o quello. Non si evolve se non nella responsabilità. Pensare che oggi GS sia quello che avevate frequentato negli anni sessanta è un’astrazione, ma che cosa rimane di quello? Che io non posso fare a meno del popolo perciò, se non lo vedo, lo devo fare venire fuori. Se sono in una scuola e chiedo agli altri se sono cristiani e mi rispondono di si, allora non posso non proporgli di mettersi insieme. Negli ambienti non abbiamo mai detto di essere di GS o di CL, ma abbiamo sempre chiesto, nell’impatto missionario, «siete cristiani?», «vi interessa il cristianesimo?». Poi la modalità con cui abbiamo annunciato il nostro essere cristiani era quella della nostra storia, rispettosissimi, in barba a quello che si dice adesso, della storia degli altri.

Sesto intervento:

Io volevo chiedere: cultura come mobilitazione, come posso attuarla nella mia vita di ogni giorno, in ufficio, con i figli?

Mons. Luigi Negri:

La cultura come mobilitazione, dice Giussani, non è contro questo o contro quello, non è per questo o per quello, ma è per affermare Cristo. Tu lo affermi facendo il tuo lavoro con una diversità di cui magari non ti accorgi, ma che è dentro ciò che fai, se tu sei lì come cristiana. C’era una lettera che citava spesso Giussani di una ragazza che era andata in America per fare il dottorato; era stata assunta in un grosso ospedale e aveva fatto il lavoro che doveva fare senza mai parlare della fede. Dopo un anno avviene che il capo la chiama e le dice che vorrebbe riconfermarla ma, per poterlo fare in piena coscienza, le chiede perché è così diversa dagli altri. Quando si vive con gli altri, il primo modo è una testimonianza di vita. Pensare invece che la testimonianza pubblica sia contro qualcuno, questo è una malattia mortale che sta intisichendo l’intelligenza dei cristiani: se tu taci, parlano gli altri, se tu continui ad essere presente nel mondo come un’anfora vuota, accade che gli altri parlano e, alla fine, danno pure un calcio all’anfora vuota rompendola. È una disintegrazione dell’intelligenza.

Settimo intervento:

A me ha molto colpito che tu sia partito dall’incontro e che, poi, hai ripreso delle frasi di Giussani, dicendoci che abbiamo cominciato parlando di Cristo, cercando di affrontare i problemi dal punto di vista cristiano. Poi hai detto che oggi problematizzare una cultura che viene dalla fede vuole dire negare la fede. Io sono maestra e a scuola mi rendo conto di cosa accade quando io parto da chi sono io. Ti chiedo di darci proprio degli esempi, perché a scuola veda cosa comporta negare una cultura che viene dalla fede. Io come posso contribuire a togliere la confusione?

Mons. Luigi Negri:

Tu sei maestra e parli ai bambini e ai genitori che possono sentirsi dire, ad esempio, che la differenza sessuale non è più naturale ma culturale: io direi loro di no e spiegherei il perché del no; se poi dovesse capitare che organizzano un corso improntato alla teoria gender e non lo fanno secondo le regole, devi cercare di bloccarlo, come ho fatto io a Ferrara. Se non dovessi dire che è sbagliata la teoria gender, è come se dicessi che Gesù Cristo non è Dio perché, se Gesù Cristo è Dio, non puoi dire che l’uomo e la donna sono la stessa cosa.

Questa storia dell’omofobia mi esce dagli occhi e dalle orecchie. Sono andato una volta alla radio per partecipare a un programma che si svolge a metà mattina e c’era un cattolico con il quale si parlava della legge Cirinnà e del presunto fatto che io sono uno dei peggiori omofobi esistenti in Italia. Ho, allora, chiesto di non discutere astrattamente, ribadendo che non sarebbero mai riusciti a farmi dire che l’omosessualità è uguale all’eterosessualità perché il catechismo della Chiesa cattolica, la sintesi di duemila anni di tradizione cattolica, dice che questo fatto è un disordine grave. Tuttavia ciò non significa essere omofobi. Una cosa che non dimenticherò mai è come don Giussani ha vissuto l’amicizia con Testori. Testori non era un uomo di cultura gay, ma un gay impenitente che ne aveva fatte di tutti i colori, ma don Giussani lo ha accompagnato, con la conseguenza che gli ultimi dieci anni della sua vita li ha vissuti come un vergine; ma don Giussani non gli ha detto che aveva il diritto di fare quello che faceva, ma che viveva male e, alla fine di questo giudizio, lo ha accolto; anzi proprio per questo giudizio lo ha accolto: «va’ e non peccare più».

La fede non si salva rendendola un discorso equivoco alla pari di tutti gli altri. Io ritengo che un giudizio chiaro sulla realtà debba essere dato in nome della fede e, proprio a partire da questo si può stabilire un dialogo. Se Giussani fosse stato quello che loro pensano che fosse, cioè omofobo, non avrebbe scritto dei libri mettendo il suo nome accanto a quello di Testori e, per una certa cultura, Testori voleva dire una cosa totalmente opposta a Giussani. Rispondete così quando ci accusano di discriminare gli omosessuali, mentre è vero l’opposto, che saranno loro a discriminare noi, perché tutta questa manovra serve per creare una nuova egemonia.

 

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