Metaverso

 

 

di Mattia Spanò

 

Dobbiamo fare sacrifici perché ce lo chiede l’Europa è stato il mantra ordoliberista per quasi due decenni. Se si cerca su Google “sacrifici ce lo chiede l’Europa” si ottengono 2.660.000 risultati in 0.54 secondi. La sola parola “sacrifici” fornisce 4.520.000 in 0.43 secondi. Come dire che il 59% dei risultati associato alla singola parola è riferito alla formula ce lo chiede l’Europa. Se trovate un altro caso simile di lemma associato a slogan che dia un risultato altrettanto eclatante, segnalatemelo.

Nulla di scientifico, ma dà un’idea lasca del bombardamento di programmazione neurolinguistica al quale siamo sottoposti. Ricordate le migliaia di pagine – che Kubrick fece realmente battere a macchina – con la scritta il mattino ha l’oro in bocca in Shining? La ripetizione ossessiva di una formula, anche la più giusta del mondo, ha lo spiacevole esito di seppellire l’armamentario di altre formule che compongono la costellazione della civiltà pervenendo all’assolutismo, la sala d’attesa della pazzia.

Mettiamo alcuni fatti di cronaca in fila per vedere l’effetto che fa, cos’è e su cosa poggia i piedi l’economia della sofferenza.

Nel 2015, il noto filantropo William Gates III bevve acqua ricavata da urina e feci. Come osservò Enzo Pennetta commentando questa ineffabile conquista scientifica, fra tutte le sostanze dalle quali è possibile estrarre acqua scegliere le deiezioni umane ha valore umiliante e punitivo. Dal “sei quello che mangi” al “mangi quello che espelli” il passo è breve.

Nessuno ha fatto notare al noto filantropo l’accento sottilmente coprofago della nobile pratica di farsi una spremuta di cacca appena svegli per partire di slancio. Senza dimenticare che la coprofagia rientra nel novero delle pratiche esoteriche nonché debba conciliare, come scrive Alfredo Roncaglia nella prefazione a Petrolio di P.P. Pasolini, “il rigore esoterico con la massima copertura essoterica”. Modo elegante di includere i profani nelle pratiche iniziatiche più spinte. Senza indugiare in simili suggestioni – comunque non trascurabili – tiriamo innanzi.

Sono lontani i tempi in cui, nel suo lamento sulla durezza degli uomini, il Signore diceva li nutrirei con fior di frumento, li sazierei con miele di roccia (Salmo 81). Per di più, se Dio abbandona gli uomini al proprio consiglio, il consiglio degli eletti ammanetta gli uomini ai propri consigli. Non è una differenza da poco.

Significativo fu un intervento del compianto Tommaso Padoa-Schioppa, in cui si parla di allontanamento delle persone dalla “durezza del vivere”.

“Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato”.

Padoa-Schioppa non aveva completamente torto sul piano morale, filosofico e pratico. Il gusto amaro della miscellanea capziosa si percepisce nella disposizione degli argomenti nel loro sviluppo diacronico. Non prendiamoci in giro: lo Stato moderno sopravvive finanziariamente perché tassa il superfluo inutile. Ricorrendo a una controdeduzione parimenti fredda, non si può dire ai cittadini di strofinarsi i denti con salvia e mentuccia selvatica dopo avergli venduto il dentifricio, o di andare a piedi lasciando la macchina col pieno di benzina a casa.

Si pronunciò anche Mario Monti sulla distruzione della domanda interna. Compresi all’epoca di questa sortita montiana una cosa abbastanza ovvia, ovvero che lo Stato non solo gestisce la cosa pubblica ma può, in particolari crocevia della Storia, distruggere quella privata. L’ossessione psichiatrica del potere, nel momento in cui esaurisce la spinta positiva e propositiva, porta a tirare giù tutto come accade in certe furie infantili, quando prima di lasciare la spiaggia radi al suolo il castello di sabbia perché nessuno goda del manufatto. Io ti ho fatto, io ti distruggo.

Mario Draghi sulla necessità di chiudere le imprese zombi. E mica che si sia preoccupato solo di salumieri e artigiani. Sempre Draghi secondo alcuni addetti ai lavori avrebbe distrutto il settore auto. Del resto, con il bonus monopattino elettrico e il bike sharing, non resteremo a piedi. Per di più, resteremo in forma smagliante soprassedendo sulle diete last minute per la prova costume.

Discorso a parte, ampio e complesso, meriterebbe la morsa sotterranea ma sempre più stringente per spingere gli uomini a mangiare più insetti. Per non parlare del business dei vestiti usati. Arriviamo, per brevità, ai giorni nostri, in cui si straparla di fare docce fredde per punire Putin, abbassare i termostati e l’allucinogena, strepitosa, sublime scelta fra la pace e il condizionatore d’aria. Per tacere degli anatemi dell’ormai donna Greta Thunberg, eretta al rango di profetessa dei nostri tempi infausti.

Il settore della musica è stato stroncato da iTunes, Spotify e simili. In tempi pandemici, i concerti si fanno su Facebook o Zoom. Quello del cinema è stato compresso da Netflix e soprattutto dal digitale. Per tacere dello sport, in particolare il calcio, guarda caso lo sport più popolare del mondo: dopo le vacche grasse, siamo giunti agli anni delle vacche magre. Tutto viene liofilizzato, diventa minimo, tascabile, maneggevole. In una parola: povero, di scarso valore. La musica, ad esempio, è transitata dalle sale dei teatri alla quartetto da camera, come i concertoni negli stadi sono diventati scatoline ultrapiatte in onda sugli smartphone e nelle cuffiette. Un brivido solipsista che si misura in collegamenti online.

Sul piano culturale, ogni minoranza – ma sarebbe più corretto chiamarle specificità – esercita nei confronti della società umana una pressione enorme che investe il linguaggio (nel caso LGBT, razziale e sessuale in genere), le leggi e le infrastrutture di pubblica utilità (si pensi a tutte le concessioni previste per quel funambolismo verbale dei diversamente abili) il pensiero, l’economia e la politica. Animalismo, ambientalismo, veganesimo piovono come cacio sui maccheroni. Da una parte l’uomo fa schifo e deve risarcire il prossimo suo, facendosi perdonare colpe ontologiche. Dall’altra deve mutare a livello profondo adeguandosi alla nuova Inquisizione, che per il momento non tortura e non uccide. Per il momento.

La pandemia ha aggiunto un elemento nuovo e per certi versi definitivo: ha sdoganato la discriminazione, rendendola non solo accettabile ma espressione di una forma alta di giustizia. Contro i no-vax, contro i russi, vale a dire contro minoranze che non godono di buona stampa.

Abbiamo sentito in questi giorni il pacioso Giuliano Cazzola pretendere di vedere Putin appeso per i piedi Mussolini’s way. Se è vero com’è vero che appena pochi mesi fa invitava a sfamare i no-vax col piombo dei cannoni di Bava Beccaris (se 2+2 fa 4, Cazzola sembra conoscere a quando risale l’artiglieria del Regno d’Italia, di cui persino i soldati ucraini hanno lamentato la decrepitezza, dal che si deduce che il governo dei Migliori versione dama di San Vincenzo si è liberato delle canottiere in puro tui alpaca del nonno morto gettandole nei cassonetti della Caritas, gialle e infeltrite: vedi a volte la generosità dei ricchi solidali) resta un mistero come la bonomia bolognese si trasformi in sete di sangue.

Un conto è se mi metto una maglietta cucita da una bambina cinese in uno scantinato a Guangzhou, e gioco a pallone con una palla fabbricata a Dhaka, cioè godo di un privilegio a basso costo pagato dalla schiavitù di uomini, donne e bambini lontani dagli occhi e dal cuore. Ci pensano le varie Ong alle quali magari ho donato soldi a caricarmi di sensi di colpa – pagare per sentirsi pezzi di sterco è il massimo.

Un altro è se sono consapevole di questo abominio, e ritengo giusto e corretto che studenti russi e bielorussi in Italia vengano privati dell’accesso ai loro conti correnti per vendicare l’Ucraina governata da nazisti che leggono Kant. Cioè se l’amore di qualcuno per la porchetta di tofu lo legittima ad assaltare macellerie in Francia.

Il filo rosso che lega il norcino bolognese Cazzola, che scannerebbe esseri umani con la stessa serafica indolenza con cui smembra un suino pregustando mortadelle, agli angosciosi dilemmi morali di Mario Draghi circa climatizzatori e pace nel mondo, è il carattere dogmatico e para-religioso. Il denominatore comune è che la gente deve soffrire per il bene di tutti, accontentarsi di fare la visita virtuale agli scavi di Pompei perché sì, c’è la pandemia, ma soprattutto non può permettersi il brivido dell’esperienza reale.

Non ha alcuna importanza sapere cosa accade realmente in Ucraina – le fonti d’informazione russe sono impedite, mentre il Ministero della Difesa di Kiev diffonde frame di videogiochi – esattamente come non ha importanza visitare la Cappella Sistina. Né che bambine si suicidino per la dipendenza da Meta e social media, o che per gioco – ma il gioco, come la satira, è un modo di dire cose vere e mostruose senza turbare – si accenni alla possibilità che la morte nel Metaverso corrisponda a quella nella vita reale (ohibò, ma non dovremmo vivere in eterno secondo i Paperoni del web?).

Mentre la realtà e le vite umane vanno in rovina, si creano paradisi artificiali per travasarci dentro lo stesso schifo di quello reale: stupri, droga, omicidi. Questa volta a pagamento, se è vero che aziende e calciatori investono bei soldoni per acquistare spazi virtuali, con piscine e lussi di pixel. Spazi, oggetti di luce di cui non avranno mai il controllo, sempre saldamente nelle mani del signor Marco Montezucchero. I peones sempre tali resteranno, ottusamente convinti che comprare scarpe virtuali di Gucci – naturalmente “stupende” – li renda ricchi, senza nemmeno più il conforto di accarezzare una bambola di pezza. Soffriranno col sorriso sulle labbra, e al momento buono correranno a farsi sopprimere obbligati dallo Stato. Fake news? Pazienza, signore e signori, pazienza.

Questi chierici della sofferenza sempre e rigorosamente altrui non si accontentano del richiamo, del monito presidenziale pronunciato con viva e vibrante preoccupazione, ma impongono con la forza.

Circa i molti esempi che ho riportato mi si può rinfacciare di aver dato delle interpretazioni fortemente negative, ovvero che non tutto si possa leggere soltanto in chiave disfattista. È in parte vero. Il carattere violento che mi fa propendere per un’ermeneutica pessimista è precisamente l’assenza di confronto, lo strillo acuto che punta senza remore a soffocare qualsiasi dissenso. Tutto viene spacciato dall’alto come ovvio, inevitabile e necessario quando al contrario è il prodotto di scelte culturali precise. Scelte, mi permetto di ripetere. E qui risiede una fortissima inclinazione, questa sì, esoterica.

Questi signori, illuminati da forze oscure – il sole nero che campeggia sulla spalla del pilota ucraino che implora di comprargli un caccia bombardiere? – non danno alternative. Addirittura si stizziscono o sbroccano se qualcuno osa pensarla diversamente o porre domande. I popoli devono soffrire, perché nella sofferenza l’uomo, sfibrato, accetta tutto. Crede a tutto, alla Scienza, ai nuovi vaccini che sono miracoli come l’allunaggio (parola di Scienziato), a non ospedali dove non dottori curano non malati, come Massimo Mazzucco ha definito il nuovo presidio Covid di Bari, al fatto che se crepa di caldo o muore di freddo Putin e la Russia saranno sconfitti e il Bene trionferà trullallero trullallà.

Ricordate il child’s best interest, il miglior interesse del bambino, in nome del quale è stato assassinato per soffocamento lento il piccolo Charlie Gard? Un neonato che crepa fra le braccia dei suoi genitori se l’è spassata alla grande, perché vivendo avrebbe sofferto. La sofferenza, si sa, rende la vita insopportabile. Notoriamente non soffre nessuno, quindi nessuno deve soffrire. Molto meglio marcire sottoterra, o essere dispersi nell’oceano come il povero Donnie ne Il Grande Lebowski, o diventare concime per le piante. Basta chiamare il brutto bello, il dolore piacere, le menzogne verità – va da sé che le verità siano fake.

Dobbiamo decrescere, soffrire, accettare di perdere il lavoro e ogni altra proprietà, perfino suicidarci se questo serve a non meglio precisate visioni del bene come vivere in armonia con la natura, anzi la Natura. Perché? Perché lo dicono lorsignori, e loro sono lo Stato. Tirando le fila, loro sono noi. E se lo Stato sei tu, chi può darti di più.

Col bonus psicologo correremo a farci prescrivere il Fentanyl, che causa 100.000 morti (centomila, come sugli assegni) all’anno nei soli Stati Uniti. Per non parlare dei milioni di senza-tetto (senza-niente sarebbe più corretto) che esplodono nell’Occidente dei Migliori, ma che non fanno notizia. Vivere all’aria aperta, in armonia con la furia degli elementi, è molto più salubre.

Intanto Mario Draghi, lo Stato fattosi uomo per venire incontro ai nostri bisogni fino a 200 euro – non prenotate da Cracco, mi raccomando, anche perché lo Stato ve li richiederà indietro se avrete guadagnato troppo – ha ricevuto in udienza privata Mark Zuckerberg. Vuoi per sincerarsi sui nuovi metodi per oscurare l’informazione e la riflessione libere – a proposito: anche Sabinopaciolla.com è sottoposto allo shadow banning di Facebook – vuoi per assicurare i propri servigi all’idea di Zuckerberg di spedire l’Italia nel Metaverso. Cosa di cui abbiamo anche scritto in tempi non sospetti. Intanto soffrite, il che faciliterà l’abbraccio soffocante del nuovo che avanza.

 


 

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