città digitale
città digitale

 

 

di Mattia Spanò

 

Il primo di una serie di quattro articoli. La tesi è che il “sogno dello Stato” positivista sta in qualche modo giungendo a perfezione per poi disgregarsi e scomparire dalla Storia. Nella prima parte, affronto il tema dell’uomo risorsa nel suo contesto privilegiato, la città. Nella seconda, il tema della moneta e del sottostante inesistente. Nella terza, quello dell’economia della sofferenza: soffri oggi per far star bene altri domani (tu, mai). Da ultimo, qualche conclusione personale. Non si tratta né di un saggio né di una teoria solida. Piuttosto, un insieme di suggestioni nel tentativo di unire i puntini e far comparire l’orsacchiotto che mangia il gelato. Se altri fanno comparire un Ufo che sorvola un cespuglio di mirtilli, benissimo: buon pro gli faccia.

Il concetto di Stato-Dio è formulato chiaramente da Hegel e gode di vivida fama fra quelli che ne fanno parte: non i politici, sottoposti al ricatto del consenso popolare, ma i tecnici e i funzionari – coloro, si suppone, che sanno far funzionare il Leviatano. Non potrebbe essere diversamente, perché il funzionamento – meglio: la scrittura del codice-macchina – è cosa loro.

Secondo Hegel, lo Stato è la più persuasiva manifestazione di Dio nella storia. L’attributo divino si manifesta tramite l’eticità dello Stato, il cui compito essenziale è dare forma all’informe: il popolo, la massa, dev’essere conformato ad un’entità superiore.

Una ri-creazione, si potrebbe suggestivamente pensare: Dio non caccia l’uomo dall’Eden, ma in certa misura lo segue nel mondo e lo ri-forma (al lettore di cogliere l’allusione alla necessità perenne del fare le riforme, il riformismo) attraverso i suoi δαίμονος, i funzionari, i boiardi, i grand commis padroni della tecnica, che è essenzialmente burocrazia.

In seguito si verifica uno sbandamento intellettuale sismico, una mutazione radicale. L’indizio primario di questa mutazione culturale si formula compiutamente nella definizione di uomo come risorsa. La risorsa è ciò che serve allo Stato perfettamente funzionante per perpetrare se stesso.

L’essere umano fastidiosamente depensante, di rado pensante, è comunque autonomo: il πολιτικòν ζῷον, l’animale politico aristotelico, letteralmente si governa tramite leggi che egli stesso si dà, o reperisce nell’esperienza, negli accidenti e nelle necessità. La κοινωνία, la comunità, si costituisce per un fine pratico positivo e lo fa in modo naturale nell’interesse della persona. In misura residuale, soggiace ai codici forniti dallo Stato, perché essi vanno nella medesima direzione. Questa la condizione data in partenza.

Quando la rivoluzione industriale e in seguito digitale creano l’illusione della ricchezza logaritmica – il paradigma della crescita infinita – gettando le basi della falsa equazione ricchezza = benessere, allora l’attività di produrre divora tutto il resto. Tutto è prodotto: un pacchetto di patatine, un libro, un discorso, una fiala di veleno. L’uomo vende il suo tempo per acquistare beni che lo soddisfano, ma per godere i quali non ha più tempo.

L’uomo-risorsa compare in sordina in due espressioni, ormai percolate nel linguaggio comune, che riguardano la produzione: la figura dell’HR (human resources, appunto) interna alle aziende, e i migranti. Da Karl Marx e la situazione di perenne conflitto economico – i rapporti di forza e produzione – non si scappa.

Sarebbe un grave torto attribuire tanto a Hegel quanto all’hegeliano Marx un’intenzione post-umana o transumana, dove per post e per trans intendo l’abbandono della concezione cristiana dell’uomo, e prim’ancora greco-romana – ignoro per brevità il contributo semitico, secondo me più vicino alla sensibilità tanto di Hegel quanto di Marx: l’uomo è tale in quanto ebreo, amorreo, filisteo, cioè appartiene ad un popolo, ad una tribù che in regime di scarsità delle risorse sopravvive tramite la guerra, o viene annientato ed esiliato.

Hegel e Marx opponendosi fanno affidamento, o meglio sono immersi, nell’antropologia cristiana. Questo non significa che fossero cristiani – meno che mai cattolici – quanto che guardavano ad un mondo ancora cristiano. Un mondo in cui il Creatore e l’uomo sono ancora il centro del Creato, non una risorsa da trasformare per produrre altro.

Secondo l’Oxford Languages, risorsa è il “mezzo o capacità disponibile, consistente in una riserva materiale o spirituale” (dal latino resurgere, risorgere). Ne individua cinque specie fondamentali: naturali, non rinnovabili, rinnovabili, umane, componenti elettroniche.

L’accostamento semantico degli attributi delle risorse è di per sé curioso: prefigura la risorsa ideale. Una risorsa che sia rinnovabile, umana, programmabile. Il mezzo tecnologico fornisce, è inutile nasconderlo, questa possibilità.

L’HR ha in genere un approccio algoritmico al candidato: il pattern delle domande è stabilito, la selezione viene operata in modo meccanico. Si tratta tutt’al più di raffinare il software – fatevi un giro su LinkedIn per capire cosa intendo, di cosa ragionano e cosa richiedono gli HR – tramite degli upgrade condivisi: oggi contano le cosiddette soft skills, la gentilezza, l’empatia e via dicendo. Domani, quando empatia e gentilezza avranno annoiato, vedremo. Tutto ciò che si scosta dal modello del momento, viene scartato.

Si teorizzano addirittura i mix hi-lo nelle aziende: cioè il fatto che una certa quota di incapaci sia necessaria, altrimenti chi porta il caffè a quelli bravi? Si testa, in sostanza, il grado di disponibilità del lavoratore a farsi modellare dall’azienda. Si trovano mansioni anche ai disfunzionali, i ribelli che si sottraggono al diktat del Lavoratore Unico forgiato dal Pensiero Unico. Col contagocce, si capisce: come chi invece del solito acquario coi pesciolini esotici opta per il terrario per l’iguana.

Tra gli archetipi politicamente corretti di riferimento troviamo Christine Lagarde, attuale presidente BCE, che scriveva al presidente Sarkozy “usami come vuoi”, e Ursula Von der Leyen, donna, elegante, fine, ben vestita, in fortissimo odore di corruzione ma pazienza: è stata discriminata da Erdogan, e tanto basta. In entrambi i casi non si è udito il rombo delle femministe di cartone in servizio permanente effettivo, né i media così zelanti nel dare la caccia ai pidocchi dei disorganici che hanno rivangato i trascorsi delle due signore.

L’altro archetipo generale è quello del migrante. Non l’e-migrante, né l’im-migrato. Il migrante è l’uomo in perenne movimento, il déracinée, lo spossessato di lingua, identità, cultura propria che fugge verso un mondo migliore, dove però vivrà come apàtride. Non accampa istanze, non occupa spazi, non ha famiglia. È chiamato “risorsa”, e lo si mette in relazione alle necessità produttive dello Stato che lo ospita – fanno i lavori che noi non vogliamo più fare, ci pagheranno le pensioni etc. Si tollerano le rimesse nei paesi di origine: il legame di prossimità traslato nella sopravvivenza materiale da un lato, e dall’altro la giusta pressione sulle “risorse” autoctone perché non alzino la cresta (attenzione a chiedere di essere pagati 10 €/ora quando il cingalese ne chiede appena 2).

Il migrante è l’essere umano che serve allo Stato. Diventa cittadino di una città che non ha costruito, per cartas (si pensi alla battaglia per lo ius soli: la stessa associazione mentale fra carta d’identità e diritti ha tratti da allucinazione cubista). Ne abita la periferia, è largamente escluso dalla vita politica e culturale fatte salve iniziative inclusive che danno lustro a chi include, non certo all’escluso che tale ritorna a riflettori spenti. Spesso crea dei veri e propri ghetti, e delle economie parallele. Non vuole integrarsi né essere integrato, perché teme e disprezza l’integratore: prende contatto con l’ipocrisia, teme di perdere ciò che è stato. È considerato un essere umano in qualche modo provvisorio.

Gli autoctoni, gli indigeni, vengono selezionati sulla base di funzioni dagli HR tipizzate a prescindere da chi le espleta. L’autoctono, l’erede della lingua, della tradizione, della cultura, dell’identità viene spossessato a sua volta di tutte le sue caratteristiche. Usa perfino un gergo “tecnico” di derivazione anglosassone, senza conoscere il quale è bollato come incompetente. Egli è il cittadino della Rivoluzione Francese. Infatti abita la città. Viene costantemente ingannato da sedicenti rappresentanze politiche che appena conseguono il mandato popolare, o ciò che ne resta, lo tradiscono sistematicamente agendo contro di lui.

L’autoctono non ha difese: è l’intermediario prigioniero della città. Non possiede, non estrae, non coltiva, trasforma e rivende in casi finanziariamente irrilevanti (l’artigianato). Se intraprende, acquista e assembla, oppure dipende dalle commesse di Stato. Si indebita ad oltranza, e soprattutto non può evadere dalla megalopoli popolata di altri intermediari, il che segnerebbe la sua fine economica, sociale e persino fisica. Se si considera che i tre quarti della popolazione mondiale vive in città – cioè in uno spazio realmente angusto ad altissima concentrazione antropica – il quadro diventa ancora più definito. L’expat occupa la periferia, lo spazio rurale. Egli procura ciò che serve alla città e ai cittadini senza farne parte.

Si passa così dallo stato di natura allo Stato-Natura. Quanto sopra viene infatti contrabbandato come naturale, dove naturale è sinonimo di inevitabile. La maggior parte delle persone non è minimamente cosciente né consapevole dell’origine di un piatto di patatine o una scarpiera: li considera fatti e oggetti del tutto naturali, quando non lo sono affatto. Avendo perduto il rapporto con la natura, il cittadino apolide – sia l’expat che l’autoctono – perde lentamente la nozione di causa ed effetto, del prima e del dopo, del tempo, del frutto della terra e del lavoro. 

A questo punto lo Stato impone, con motivazioni verosimili come la pandemia, la cancellazione del volto umano. La mascherina copre la vergogna della fisionomia, l’ultima autentica nudità che resta all’uomo dopo il peccato originale. Il cittadino risorsa non si chiede se essa protegga dal virus – lo scrivono sulle etichette delle confezioni, che non sono presidi medici né dispositivi di protezione personale – né quando gli dicono che può abbandonarla lo fa. L’essere travisato, dunque irriconoscibile, lo ha conquistato nell’intimo. La fatica del rapporto interpersonale levata di colpo, la mediazione social e tecnologica che rende la relazione diretta perfino inopportuna. Ognuno è un avatar di se stesso, un nickname. Nel momento in cui “produce se stesso” (ancora la produzione) attraverso la battuta su Twitter o il selfie al ristorante, cessa di esistere e di saperlo, come Martin Eden ricoperto dall’acqua del mare.

Lo Stato non può governare il mondo né essere onnipotente. Lo Stato è perfetto nella misura in cui, in uno spazio decisamente ridotto, concentra gli uomini e appunto li programma. Quindi l’imitazione di Dio avviene nella misura in cui le relazioni umane, opportunamente circoscritte e instradate, funzionano secondo direttive rigide ed elaborabili dalla macchina – Green pass, IDpay, l’app IO, i Big data. Non disturbarti a vivere, ci pensiamo noi. La vita in fondo è noia, incertezza, insicurezza, sconfitta, rischio. Tolte le quali cose non resta che un inappellabile tran-tran.

Quando il ministro Cingolani parla di “pianeta progettato per ospitare tre miliardi di persone”, oltre ad omettere di menzionare il Grande Architetto, esprime in modo straordinariamente preciso il punto. Solo che il dio, più che ad un Padre Buono, somiglia tanto a Crono che divora i suoi figli.

 


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 






 

 

Facebook Comments