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di Mattia Spanò

 

Sono disposto a discutere un paradosso: diciamo pure che abbiano ragione in toto i globalisti atlantisti, che Putin sia il nuovo Hitler, l’Ucraina una terra di santi ed eroi dove in primavera fioriscono i diritti e la democrazia, e che valga la pena difenderla sino all’ultimo europeo se non vogliamo trovarci i cosacchi che abbeverano i cavalli a San Pietro, o forse persino a Lisbona. Naturalmente qualsiasi misura sanitaria o di pubblica igiene è buona, giusta, legittima e consentita. Qualunque sacrificio tollerabile per la tutela dell’ambiente.

Ottenuto questo splendido risultato e piegati alla narrazione gli eretici come noi, beninteso dopo una pietosa gogna pubblica per il nostro bene e ravvedimento, eliminato il mostro russo, poi cinese, nordcoreano, magari marziano, o la prossima pandemia che estote parati arriverà, non resta che una domanda inevasa: per fare cosa, esattamente?

In altre parole: qual è il limite della nostra sfavillante civiltà? Quale il suo scopo ultimo? Uno scopo è per definizione un limite acciò che l’uom più oltre non si metta. Il perimetro di una civiltà è definito da confini. Hic sunt leones, Colonne d’Ercole, muraglia cinese, a guardia e protezione di qualcosa che civiltà non è.

Il progresso, l’inclusione, il dialogo, l’accoglienza sono processi, non con-fini. L’inversione fra mezzi e fini, il contrabbando dei primi per i secondi mi sembra racchiudere gran parte dell’errore.

Il discorso tautologico – ma quale dittatura sanitaria! Siamo in democrazia! – che rende ragione delle cose con le cose stesse, ha sì il vantaggio di essere comprensibile anche ad una caffettiera facendo sì che i discorsi a vanvera si propaghino all’infinito, ma quale cambiamento positivo mette in comune? Il nulla: basta chiamiate la muffa ‘erba’ – sono verdi entrambe – e il gioco è fatto.

I mezzi, i processi sono ora come ora espressi con dovizia di parole. Il fine no. A parte pelosi distinguo fra aggredito ed aggressore nel caso della guerra e parole vuote come democrazia, diritti, libertà, inclusione e resilienza, lo scopo non è affatto chiaro. Con questo, intendo letteralmente dire che non sappiamo più a cosa serve questo ingombrante bagaglio. Salvare il pianeta? E perché mai? Per lasciare ai nostri figli una specie di giardino pensile? L’astrofisica ci dice che qualsiasi cosa facciamo, la terra verrà inghiottita dal sole divenuto una gigante rossa.

Viviamo in una bolla retorica senza precedenti nella storia, esclusi probabilmente alcuni regimi, con la differenza che oggi l’onda della propaganda travolge buona parte dell’Occidente.

Ammettendo che questi sottili argomenti rispondano al vero e soprattutto alla realtà – tutto viene spacciato come inevitabile, unica via, non c’è alternativa – e che tutto sia nel nostro interesse e per il nostro bene, il complesso militar-sanitario da cui siamo governati si guarda bene dallo stabilire i confini del paradiso in cui ci stanno trascinando.

Foriero di descrizioni e giudizi – sarà bellissimo, ma con permesso questo lo stabilisco io, e nessuno può farlo al posto mio – dimentica di dire cosa sarà bello.

L’uomo nuovo chi lo ha mai visto? Certo non il vecchio, brutto sporco e cattivo. Il pianeta salvo e in armonia, qualcuno lo ha mai visto? Come si fa a credere che sia desiderabile, non avendone alcuna esperienza o idea? Siamo nel campo della fantasia infantile più sfrenata.

Ammettiamo pure che il Great Reset, il New World Order, la cultura woke, l’ecologismo utopista e tutte le amenità quasi sempre di derivazione anglo-americana (persino gli americani cominciano a mostrare una certa insofferenza al riguardo) siano il non plus ultra del progresso. Una volta eliminato il male, l’ingiustizia, la miseria, la guerra, cosa facciamo?

Bisogna dire alla gente: dobbiamo arrivare lì e a quel punto succederà questo, altrimenti avviene il ribaltamento del pensiero kafkiano: non è vero che esiste una meta ma nessuna via. Esistono vie innumerevoli, e nessuna meta.

Per secoli, specie negli ultimi decenni complice un sistema mediatico sempre più potente, raffinato, immersivo, si è tentato di cancellare la possibilità stessa del credere in assenza di prove – credere qualcosa di dimostrato si chiama sapere – salvo riesumarla furiosamente quando si è trattato di “credere nella Scienza”, o nella versione fornita dallo Stato divinizzato.

Per secoli la cultura cristiana – e in altre forme non solo lei – ha detto cose semplici e lineari riguardo il dopo: esiste un Dio, la vita non finisce dopo la morte, se sei gradito a Dio godrai di beatitudine eterna, se sei sgradito patirai orribilmente.

In altre parole, ha descritto con spietata accuratezza uno scopo: l’eternità, buona o cattiva dipende da te. Non una parola venne sprecata nel descrivere come, cosa, dove e quando sia il paradiso, e lo stesso dell’inferno. Perché? Perché questo non è rilevante, visto il livello in genere miserabile della capacità di comprendonio umana. Non solo non è rilevante, ma persino mortificante per l’uomo saperlo. Ci sono cose che non sono dicibili, finis.

Questo errore epistemologico, spendere parole per delineare i processi tralasciando gli scopi (va da sé, sono sempre edenici per chi sopravvive, meno per chi ci lascia le penne), è il vero tallone d’Achille di tutta la baracconata cui stiamo assistendo.

L’Occidente sottostima gravemente l’assenza dello scopo, la visione lineare della Storia che gli è propria, precipitando un vacuum in cui tutti devono sottomettersi ai “nostri valori”. Procede per assiomi indimostrati. Come sarebbe bello non morire mai e vivere circondati da farfalline colorate che si posano sulla mia tazza di tisana d’erbe mentre faccio yoga: tutta qua, la natura.

L’Occidente è letteralmente incredibile, vale a dire non credibile. Per questo perderà ogni battaglia e tutte le guerre: perché pretende di essere creduto su tutto, ma alla prova dei fatti non può fornire mezza prova, mente clamorosamente e a quel punto crolla.

La mancanza di una prospettiva, di un destino che non sia vivere in miseria per salvare il pianeta, sentirsi donne, uomini, procioni o ruote di scorta arrivando a suicidarsi perché perdinci la vita fa schifo (in effetti…), è un nobile scopo se riguarda gli altri, non certo noi.

L’Occidente che ripudia la guerra imbrattando le strade di gessetti e vernice, l’Occidente che dice a chi gli uccide i figli “non avrai il nostro odio”, l’Occidente del “mascherati e vaccinati per proteggere gli altri da te” (e agli altri dice lo stesso nei tuoi riguardi, non si salva nessuno), è destinato a vivere, uccidere, discutere, farsi la barba o un caffè per procura. Appaltando la necessità di affermare lo scopo della vita ad agenzie esterne. È un ente culturale e morale del tutto screditato e dissipato. Sono gli altri che vivono e muoiono al posto nostro. Noi guardiamo Netflix e chiacchieriamo con ChatGpt.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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