di Giovanna Ognibeni

 

Questo articolo che propongo mi piacerebbe fosse meditato. Probabilmente questo mi succede perché l’accumulo delle medicine che prendo agiscono sulle mie manie di grandezza, sino ad ora latenti o tenute a bada. Del resto la Provvidenza ha voluto che queste velleità siano generalmente e normalmente ancorate alla prima età – quando sarò il capo del mondo – e all’ultima – ah, se avessi potuto comandare io! Purtroppo talora la sindrome colpisce soggetti in età virile e in possesso di capacità inusuali, e abbiamo i vari Hitler o Stalin o in versione smart, contemporanea, i filantropi: la differenza tra questi e i primi è che Hitler almeno riuscì a rendere la Germania una potenza economica in meno di vent’anni, dallo sfacelo assoluto del primo dopoguerra, e Stalin resistette validamente all’offensiva nazista. Questi? Più che dire che siamo in troppi e agire di conseguenza non mi pare abbiano altri meriti.

O meglio hanno il merito di far ingoiare dalla gente i loro propositi senza che si levi un sospiro, perché poi non siamo così intelligenti: se ci dicono che ci sono troppi turisti a Roma annuiamo soddisfatti, perché non ci viene in mente di esserlo anche noi. Se lor Signori dicono che siamo troppi al mondo, siamo non d’accordo, ma d’accordissimo, non pensando (parola chiave) che prima o poi diranno che noi siamo di troppo.

Perché lo sanno dire bene, con gentilezza; in un film che non vorrò mai più rivedere, Funny Games di Hanecke, una coppia di assassini per scelta prende di mira famigliole isolate e le stermina: il tocco geniale del film è che sino ad un attimo prima di prendere totalmente in mano la situazione sono gentilissimi, cosicché la famigliola pur disorientata e sospettosa non riesce ad anticiparli e quando tenta una resistenza è ormai troppo tardi.

Torniamo a noi, perché il secondo, e più serio, motivo per cui vorrei essere attenzionata (mi si passi l’espressione aulica) è che le parole, il modo in cui parliamo delle cose, influenza e modifica le cose stesse in un circolo che diremmo ermeneutico, se fossimo di quelli che fan finta di sapere cosa vuol dire, ma che ci limitiamo a definire vizioso, e a portare il sempre valido esempio del cane che si morde la coda.

In particolare negli ultimi decenni è mutato il linguaggio pubblico, veicolato dal discorso televisivo, e qui non stiamo a disquisire quale sia più serio, se quello giornalistico supponente o quello della pubblicità. E tutto il linguaggio punta all’astrazione: più la parola è astratta più è scientifica e autorevole, perché circondata volutamente da un’aura come dire iniziatica.

Prendiamo ad esempio la parola “problematica”. Se avete un problema, tipo il rubinetto che perde o il figlio che non riesce a prendere più di 4 in matematica, lo identificate e cercate di provvedervi e risolverlo. Se però incappate in una problematica, allora son dolori. Perché non immaginereste mai a quali complicazioni, a quante intersecazioni di motivi, cause, effetti collaterali dovreste far fronte: c’è bisogno di una commissione che la studi. Provate solo a pensare se invece delle mitiche parole, “Houston, abbiamo un problema”, lo sventurato astronauta dell’Apollo 13 avesse detto “Houston, c’è una problematica”: starebbero ancora girando mummificati nello spazio.

E che dire di territorio? Provincia regione comune sono sì astrazioni, ma vincolate da confini segnati sulla carta e da poteri che gravano su di esse: la mappa non è un’astrazione ma la trascrizione di una realtà visibile fatta di campi fiumi monti agglomerati umani eccetera. Invece il territorio è evanescente, fluttua nell’aria perché non ci si riferisce ai metri quadri ma ad un’entità in grado di presentare istanze: a questo stadio i bisogni sono già trascolorati in istanze, vere e proprie manifestazioni ectoplasmatiche. Nella provincia ad esempio di Cremona esistono campi strade paesi, probabilmente cascine olezzanti di letame, strade con buche da sistemare, linee di trasporto e servizi di autoambulanze da migliorare eccetera eccetera; ma ciò a cui le istituzioni (l’outfit del potere) rispondono sono le istanze del territorio, e se queste fossero programmi più inclusivi per le scuole medie, chi oserebbe mettersi contro?

E, badate bene, le istituzioni non fanno cose, ma rispondono vale a dire comunicano, narrano. Solo che la narrazione è inevitabilmente, direi quasi ontologicamente, una falsificazione della realtà, o perlomeno un distanziamento da essa.

Pensate a quella fredda sera del 27 marzo 2020 quando nella piazza San Pietro deserta accanto a un povero Cristo di legno che andava deteriorandosi sotto la pioggia il Papa da solo pregava per la fine della pandemia ed esprimeva vicinanza agli operatori sanitari, alle autorità ”che devono prendere misure dure ma per il bene nostro… ai poliziotti, ai soldati che… cercano di mantenere sempre l’ordine, perché si compiano le cose che il Governo chiede di fare per il bene di tutti noi”.

A parte lo spottone, notate l’assonanza quasi biblica di quel “perché si compiano le cose”. Erano passate due settimane dalla dichiarazione dello stato d’emergenza ed ora mi stupisco di quanto fossi già così avvelenata; a me come a molti quella piazza esprimeva tutto lo scoramento al vedere una Chiesa allo sbando fare da spalla, in una farsa tragica, al Governo. E se vogliamo ci leggevo biblicamente un Dio piuttosto, come dire, risentito. Ad altri invece il Papa apparve nientemeno come un Mosè che da solo porta sull’Oreb a Dio le necessità (le istanze?) del suo popolo. Che dire? Quando la piaggeria assurge ad una forma di altissima arte. E inoltre la patente dimostrazione di cos’è una narrazione.

L’insipienza, la pavidità divenute scomposto panico di una Chiesa raccontate come condivisione e sublimazione di un comune soffrire. 

Questa sì, signori, che è narrazione.

Sostiamo un momento nelle impervie regioni della narrazione Covid: d’altra parte, oltre alla sindrome da disperso nell’inverno russo, noi novax soffriamo anche della sindrome di Catone il Censore, quello che parlando all’amata sotto un mandorlo in fiore non riusciva a tacere su “Carthaginem delendam esse”.

E allora ricordiamo come invece di dirci francamente: “beh, ragazzi e ragazze, anzi vecchi babbioni e babbione, vedete di togliervi di mezzo senza fare troppo fracasso, ché siamo già in troppi” ci dicevano in armonica alternanza “andrà tutto bene” e “nulla sarà come prima”. Mentre nella realtà la malattia chiede il farmaco, ecco che veniva non solo trascurata ma derisa ogni terapia: anziché essere contenti, si attaccavano sistematicamente monoclonali plasma iperimmune ivermectina idrossidoclorochina e si trattavano da deficienti i medici che la proponevano in nome dei famosi protocolli utilizzando con accortezza di questa parola che evoca saperi arcani e che è corredata di altri termini come linee guida, “strumenti prescrittivi prevalentemente orizzontali (qui la mente vacilla) che traducono conoscenze scientifiche in comportamenti professionali da adottare sistematicamente”. E sottolineiamo sistematicamente.

E chi può non ammirare la sapienza delle nuove categorie lessicali introdotte? Anche prima del salvifico vaccino capitava che un ragazzo morisse giocando a calcetto, e la cosa faceva scalpore perché molto rara. Così come altri che stramazzavano per terra. Ma in queste occasioni il tizio moriva per infarto, aneurisma cerebrale, per ictus o comunque per infortuni medici ben accertati e definiti.

Oggi no. Oggi muoiono per malore, termine preciso come punta di fioretto. Manca poco che torni in auge il vecchio caro “crepacuore”.

Hanno introdotto una vena di romanticismo nell’arida terminologia medica.

Ritorniamo all’Apollo 13, perché in fondo ci hanno portato tutti quanti nello spazio per farci osservare da fuori il nostro pianeta, ma così da lontano che non distinguiamo più l’azzurro del mare e il verde delle foreste. Infatti non si può più parlare di Terra, termine ormai triviale e kitsch come cin cin o prosit. Démodé e fuori posto. 

Da parecchi lustri con la parola scientifica pianeta si è distrutto il persistente ed inspiegabilmente pervicace geocentrismo morale, per cui pensavamo di essere al centro dell’Universo. Tra l’altro il termine Terra nella nostra lingua si distingue dalla terra che tocchiamo solo per la lettera maiuscola.  E ci sarebbe da riflettere sull’ambivalenza di termini come Patria e Paese che anche in altre lingue rimandano alla radice della famiglia o della piccola comunità di famiglie.

Questo presupporrebbe una specificità della Terra e quindi del nostro esserci e perciò va abolito in nome dell’antispecismo.

Ecco che siamo indotti a pensarci come abitanti su un pianeta come quelli delle illustrazioni sugli atlanti, sfere colorate a fasce nei toni del verdino, dell’azzurrino del rosino e di qualche altro -ino sullo sfondo nero del cosmo. In quest’ottica è irrilevante che il nostro Pianeta sia abitato da dinosauri o da uomini e che possa essere distrutto da meteoriti.

Rinnegando la Terra, rinnegando i profondi legami con essa e col nostro destino, siamo disancorati da ogni legame con la realtà e quindi con la nostra stessa esistenza, simili a ragazzini irretiti sulla Rete da qualche influencer che ci spinge a suicidarci in una gara dalla quale lui si tiene doverosamente a distanza.

La Parola si è fatta carne, ma ora le nostre parole si sono del tutto disincarnate, la nostra realtà fatta di sangue, ossa e sudore è attratta nel vortice di parole astratte, di concetti instabili e indefiniti come il vapore: eccellenza (anche al plurale, eccellenze), saperi, competenze, affettività, resilienze, e l’elenco può allungarsi anch’esso indefinitamente.

La nostra consistenza è come quella dei divani e poltrone nella bottega di un tappezziere liberate da imbottiture e stoffe: appaiono nella loro nuda struttura e sono fuori posto dovunque.

Viviamo sui trampoli della modernità senza Dio, in pochi anni siamo stati sventrati della stoffa della nostra esistenza, non siamo neppure fatti della stessa materia dei sogni. Pronti a scorgere intelligenza sentimenti anche in un ornitorinco, non siamo disposti a riconoscerli in noi stessi.

Pronti a credere allo sbarco degli Alleati in Lombardia a causa di una vaga assonanza (e cavoli, veline o no, erano dei giornalisti che le leggevano!) siamo alla mercé di ogni potere, di ogni prurito, infine di ogni calembour.

L’edificio del nostro pensiero poggia sulla sabbia. Quando cadrà la pioggia, soffieranno i venti e si abbatteranno su di esso, cadrà e la sua rovina sarà grande. E non così lontana.

 

 


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