papa Francesco

 

 

di Mattia Spanò

 

«È l’ora di evitare l’accentuarsi di rivalità e il rafforzamento di blocchi contrapposti. Abbiamo bisogno di leader che, a livello internazionale, permettano ai popoli di comprendersi e dialogare, e generino un nuovo “spirito di Helsinki”, la volontà di rafforzare il multilateralismo, di costruire un mondo più stabile e pacifico pensando alle nuove generazioni».

È una piccola parte dell’intervento di papa Francesco il primo giorno al Congresso mondiale delle Religioni di Nur-Sultan, la vecchia Astana, capitale del Kazakhistan, riportato da Vatican News.

Nel luglio 1975, il Vaticano partecipò come membro attivo alla Conferenza di Helsinki, coronamento della Östpolitik del cardinal Casaroli. Infuriava la Guerra Fredda, con episodi di estrema tensione come la crisi dei missili a Cuba (1962), la costruzione del muro di Berlino (1961), l’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979), e fatti meno noti come l’operazione Able Archer (1983), quando l’Unione Sovietica scambiò un esercitazione per un autentico attacco nucleare: il vizio di andare a giocherellare davanti alla tana dell’orso, come si vede, è antico.

La Conferenza di Helsinki fu la prima con il Vaticano invitato. In precedenza, la Chiesa aveva partecipato al Congresso di Vienna nel 1814-15. La citazione non sembra riferirsi tanto alla rilevanza del consesso nel processo di pace, quanto alla presenza della Chiesa come entità statuale e politica.

Lo ‘spirito di Helsinki’ è a metà strada fra l’inizio della Guerra Fredda e la dissoluzione dell’Urss (1991): sembra azzardato attribuire alla Conferenza una rilevanza particolare nel processo di distensione, che si consumò per implosione dell’Unione Sovietica ben sedici anni dopo, dopo code velenose mica da ridere.

Il contesto geopolitico in cui si svolse era molto diverso da quello attuale, che più che un frutto della contrapposizione fra blocchi sembra conseguenza diretta della farlocca e traballante globalizzazione atlantica. Una specie di ossessione psichiatrica che riguarda il 10% del mondo, convinto di vantare un diritto di primogenitura sul resto.

Stupisce che lo stesso papa Francesco cada nell’errore dell’‘indietrismo: così ha definito la tentazione di guardarsi alle spalle durante l’incontro con i presbiteri kazaki, ammonendo tutti ad evitarlo. Non vi cade certo sul piano religioso, che sembra considerare confinato alla sfera intima dei credenti cattolici, ma su quello politico sì.

A Nur-Sultan non è mancato il richiamo del papa al dialogo, altro totem linguistico d’incerta efficacia terapeutica.

Con una battuta, sembra che l’idea di fondo sia questa: se la gente è occupata a chiacchierare, non si spara addosso.

Non viene in mente che proprio nella selva delle chiacchiere possano fuggire dal senno espressioni capaci di infiammare gli animi e scatenare guerre.

In realtà non si è mai dialogato tanto nella storia come negli ultimi 40 anni. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, a dimostrazione che non è il culto del mezzo ad evitare catastrofi, ma ragionare del fine.

In prospettiva cattolica e a costo di guardarsi un po’ indietro, il fine non può essere la pace, sulla quale Nostro Signore ha avuto parole poco incoraggianti: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada” (Mt, 10, 34).

C’è a mio avviso una preoccupante mancanza di realismo, nella Chiesa e non solo, che trucca l’asprezza delle vicende umane con pii desideri, utopie e sogni.

L’errore di fondo rimane l’idea sentimentale di costruire il paradiso in terra, una specie di ossessione perdurante in varie forme dalla cacciata dall’Eden. Questo, sul piano simbolico profondo.

Su un piano più terreno, non si può lamentare l’assenza del patriarca Kirill al Congresso di Nur-Sultan, in un contesto di plateale ispirazione massonica, dopo che il papa lo ha apostrofato ‘chierichetto di Stato’.

Pensiero gentile che si potrebbe ritorcere contro il pontefice, visti i suoi richiami ad obbedire al governo a costo di sospendere Eucarestia, messe e sacramenti come confessione e soprattutto unzione degli infermi durante la fase acuta della pandemia, o sottoscrivendo accordi segreti come quello sino-vaticano (i vescovi sono di fatto nominati dal governo cinese), oppure i frequenti appelli alla necessità di un nuovo ordine mondiale proprio ‘approfittando’ del Coronavirus: la stessa tesi di Klaus Schwab, il presidente dell’esclusivo World Economic Forum. Per tacere del Consiglio per il Capitalismo Inclusivo, che il papa ha accolto in Vaticano con entusiasmo pastorale.

Chiunque vorrebbe un mondo più giusto, fraterno, pacifico. Persino più pulito. Chiunque vorrebbe eliminare povertà, corruzione, ingiustizia sociale, mafia, ecoreati e violenza sugli animali. Lo vorrebbe, ma in modo misterioso la realtà si oppone. Come suggeriva qualche giorno fa il professor Bellavite, non solo l’uomo ma anche la natura è viziata dal peccato originale. È forse il peccato più grave di tutti: pensare di salvarsi da soli.

Esiste uno scollamento macroscopico fra gli appelli, la fitta trama di parole che avviluppa le migliori intenzioni, e la traducibilità di questi in fatti nuovi. La Chiesa ha sempre insegnato al mondo e ai suoi figli che il vero cambiamento, il vero ‘mondo nuovo’, è l’abbraccio di Cristo, il ritorno a Cristo. Non ad Helsinki, Parigi, Kyoto o Itaca.

Questo incessante blaterare slogan insignificanti e fiacchi (chi non vorrebbe la pace, ripeto), parole che si credono culturalmente neutre e non lo sono, con la pretesa di ‘arrivare a tutti’ ma alla deriva dell’immenso portato della propria tradizione bimillenaria, non porterà a nulla, e certo nulla di buono.

Sollecitare la gente su temi di cui è già convinta (al punto che delega ad altri la loro realizzazione: al massimo manifestiamo, esibendo bandierine colorate e stop) non porta nemmeno consenso.

Conferma soltanto che la religione, quella cattolica in particolare, è ancella di un potere ben più grande e pervasivo: l’oppio dei popoli, per dirla con Marx. Non come scopo consapevole della Chiesa, ma come ruolo attribuito dall’esterno.

Lo stesso potere capace di sdoganare le infinite guerre NATO come “missioni di pace”, o “esportazioni di democrazia”, cioè di diritti umani, uguaglianza, prosperità. Cose vilmente calpestate ormai anche nello stesso Occidente che le predica.

Forse conviene fare appelli meno generici e soprattutto, se si intraprende la strada della mediazione politica, essa deve essere sempre puntuale, autenticamente imparziale e protesa a compromessi al ribasso (ergo pace universale e fratellanza sono impraticabili). Nessuna di queste condizioni pare al momento soddisfatta.

Di più: lo sforzo diplomatico diventerebbe la missione primaria, riducendo sotto i colpi incalzanti dell’attualità la propria ragione d’esistere, Gesù Cristo, ad un dopolavoro. Metamorfosi già compiuta, posso pensare prossima a realizzarsi sul piano statutario.

Non tenere conto di queste evidenze significa fare propaganda. Anzi: papaganda.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments