Papa Francesco Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images
Papa Francesco Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images

 

 

di Mattia Spanò

 

Un “martirio da aggressione” di un “popolo nobile e martire”. Queste le parole di papa Francesco sulla guerra in Ucraina, pronunciate al termine dell’ultima udienza generale del mercoledì. I peggiori torturatori degli ucraini sarebbero, secondo Francesco, i “ceceni e i buriati”, minoranze russe. Non una parola sui soldati ucraini che massacrano prigionieri russi.

È sempre difficile commentare le parole di un papa, e al tempo stesso facile. La comunicazione attuale, sia diretta che mediata, è orientata a creare hype, come si dice in gergo. L’hype è l’andare su di giri, l’eccitarsi. In italiano potremmo tradurlo con “sballo”: il termine è mutuato dallo stato di alterazione dovuto all’abuso di droghe e alcol.

È nuova la diffusione del termine (generare hype è un comandamento digitale), non il fenomeno. Per restare in ambito papale, grandissima parte degli interventi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI venivano travisati dai media per creare avversione.

La coazione ad estrarre dal discorso dell’altro – chiunque sia – ciò che aggrada o disturba, in definitiva ciò che si pensa di conoscere e capire, è la via maestra all’incomunicabilità, l’impossibilità di stabilire – e stabilizzare – un terreno comune, uno spazio di vita insieme.

Mentre i precedenti pontefici venivano da una cultura cosciente della complessità, della delicatezza e delle responsabilità tipiche dei ruoli (che uno fosse papa, presidente o imbianchino, stava al suo posto) e perciò tenevano un registro comunicativo sorvegliato (l’hype era il rimbalzo mediatico), questo pontefice è l’autore della notizia. Forse per paura di essere distorto e manipolato, egli distorce e manipola se stesso in anticipo. È lui che decide il titolo del giorno dopo.

Nelle parole di Francesco c’è spesso una preoccupante assenza di sfumature, una propensione sregolata allo slogan, alla semplificazione zeppa di strizzatine d’occhio a ciò che la gente vuol sentire, un sentore di imprudente vanità che turba.

Il rifiuto forse praeter-intenzionale di restituire la tridimensionalità delle cose che se da una parte lo rende comprensibile anche ai ciucci, dall’altra pare assicurarsi che i ciucci restino tali.

Molti commentatori favorevoli a Bergoglio spendono fiumi di parole per illustrare il sotto testo del pensiero e del magistero di papa Francesco elevandolo a piani che francamente sembrano impropri, e lo stesso fanno i detrattori in senso contrario. Si può ad esempio osservare che molte parole buone e molti concetti fini vengono espressi dal papa, il che è anche vero: tuttavia, essi vengono sepolti dal titolo, dalla “sparata”.

La mia ipotesi è che la questione si collochi su un piano diverso: quello dell’hype, appunto.

Papa Francesco non di rado delude le aspettative sia dei tifosi che degli avversari, e dunque non resta che chiedersi se l’aver creato questo clima da stadio non sia lo scopo desiderato. Il papa sembra non solo consapevole, ma perfettamente in linea con lo Zeitgeist: no-vax contro pro-vax, filo putiniani contro zelenskiani, catto-progressisti contro tradizionalisti. Non si può fare a meno di schierarsi con questo contro quello.

Tutte distinzioni inaudite, in ambito cattolico ed anche al di fuori, sino a pochi anni fa. È il tempo dell’hype truccato da pensiero veritativo.

L’affermazione, vagamente razzista, contro le minoranze cecene e buriate, il dipingere gli ucraini in blocco come cristiani gettati in pasto ai leoni – accarezzando la retorica dell’aggressore senza porsi domande sulle premesse di questa guerra – non solo è benzina sul fuoco del conflitto, ma rivela una posizione di fondo radicalmente manichea: la sostanziale equivalenza fra bene e male e la loro netta separazione, l’universalismo pacifista (certe idee, lungi dall’esser nuove, risalgono all’alba dei tempi), il doppio standard morale, una certa fuga dalla materialità che convive con la dipendenza strettissima da essa e che ben si coniuga, per dirne una, con la pulsione digitale transumana. Tutti tratti riconoscibili nelle tendenze di pensiero attuali.

L’idea di fondo è che le cose dello spirito (non necessariamente Santo, anzi) siano malleabili, maneggevoli, disponibili all’uomo. Ci sono i russi, incarnazione del male, da un lato e gli ucraini, quintessenza del bene, dall’altro. Tutto molto semplice e chiaro tranne il particolare che non si capisce come sia possibile arrivare alla pace, visto che si tratta di emulsionare l’acqua con l’olio.

Pace o papace? Non un attacco di balbuzie, ma l’introduzione di un concetto manicheo di pace che è separazione netta di idee, cose e persone rinunciando, nel momento in cui si decreta chi è il buono e chi il cattivo, a redimere il male ma pretendendo che bene e male convivano e si parlino.

Perché il bene è ontologicamente tale e il male altrettanto, in un superamento nicciano dell’inservibile morale. Dialogano fra loro perché non hanno nulla di meglio da fare, perché sono fratelli che si somigliano tanto.

Del resto, nel 2013 in un’intervista rilasciata a Scalfari – poi pubblicata all’interno di un volume dalla Libreria Editrice Vaticana – il papa dichiarava: «Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene».

Può un ceceno pensare che il Bene sia torturare un ucraino, o un ucraino sparare ad un soldato russo che si è arreso potendo contare sull’incitamento del vescovo di Roma? No che non può, e tuttavia non c’è dubbio che se fa ciò che fa è perché pensa che sia bene, secondo la naturale inclinazione alla giustificazione – l’uomo, in assenza di voci contrarie, chiama bene ciò che lo aggrada, fosse anche mangiare bambini crudi.

Qualche settimana fa, papa Francesco parlò del “dialogo necessario con l’aggressore che puzza”. E perché mai il puzzone dovrebbe dialogare con chi ha una così alta opinione di lui?

Non è stato il primo né l’unico infortunio. Per un apologeta del dialogo come papa Francesco, apostrofare il Patriarca Kirill di essere il “chierichetto di Putin” in un momento di estrema tensione è stato davvero proficuo, dal momento che l’incontro fra i due venne cancellato a causa di queste taglienti parole?

In generale, perché dovrei stabilire un ponte con chi mi ritiene un orribile no-vax filo putiniano? Dov’è la verità, dove sono la giustizia e la libertà? Come si può pensare di dialogare insultando, umiliando e attaccando l’interlocutore?

È chiaro che l’altro, il diverso, l’avversario orbo della sua dignità e ridotto a male supremo, non interessa né tanto né poco: difatti ci si esprime non tenendo conto del fatto che il nemico ci ascolta. Si parla al proprio pubblico, ai fans, eccitandoli e affermando che il dialogo è, nella sua infondatezza e insensatezza, necessario.

In altre parole, ci si cala nell’impossibilità di stigmatizzare il rifiuto del dialogo. Perché la gente è stupida, ma non così stupida da abbandonare le proprie pulsioni: dovremmo dialogare, ma dal momento che non abbiamo alcun buon motivo per farlo, ci possiamo mandare allegramente affancuore. Chi può giudicarci? Certo non il papa.

Un principio disincarnato come quasi tutti i principi occidentali: si farnetica di libertà e diritti, dialogo, inclusione mentre si privano le persone di ogni spazio di iniziativa, buona o cattiva che sia, bollandole come criminali appena manifestano un pensiero dissonante.

Un vaniloquio schizoide che riduce il problema della giustizia e della pace al problema del potere e della forza: in fondo, non essendo affatto sicuri di cosa siano il bene e il male, conviene adeguarsi alla mentalità comune percepita. La maggioranza non può sbagliare.

L’altro – il prossimo evangelico – è una caricatura: è un sogno, una morgana. Il povero, il migrante, lo sfigato. Figure prive di volontà e di azione nella storia. L’altro non è mai il giovane ricco, il potente, il fariseo Nicodemo, il triplice rinnegatore di Cristo San Pietro, il centurione romano. Mai il peccatore.

È stata Maria Zacharova, portavoce del ministro degli Esteri russo Lavrov, a rispondere a papa Francesco dandogli del “russofobo pervertitore della verità”. Non Putin o Lavrov. Non sono arrivate dichiarazioni particolari o manifestazioni di sostegno a questo giudizio espresso dal papa, forse perché ne è stata colta la grevità.

Svanito l’hype si passa al down, lo stato di delusione depressiva che segue lo sballo. Il momento in cui la realtà presenta il conto. Anche sul piano politico – non c’è traccia nelle parole di papa Francesco della dimensione spirituale che gli sarebbe consona – una sostanziale condanna all’irrilevanza.

Magari i giornali fanno il titolo ma nella pratica, gettata alle ortiche la terzietà e i richiami a prospettive alte, non ti fila nessuno. Ripeto: le persone colgono la contraddizione ad uno stadio profondo della coscienza, ma comunque la colgono. In mancanza di leader sicuri e credibili optano sempre per l’istinto basso.

Agli spettatori più avvertiti, cattolici e non, non resta che domandarsi: quale pace si cerca? Quale male si stigmatizza precisamente, e compiuto da chi? A che gioco si sta giocando?

Con le parole che Sant’Agostino rivolge proprio ai manichei, criticando il loro discernimento capzioso fra i mali che vengono dalle mani, dalla bocca e dal seno: “Come vi regolerete con uno che pecca significando qualcosa con le mani, come capita quando scriviamo, oppure quando mostriamo con un gesto qualche cosa per farlo comprendere? Questo infatti non lo potete attribuire né alla bocca né alla lingua, perché è opera delle mani. Invero non è cosa assai assurda che, dopo aver distinto i tre sigilli della bocca, delle mani e del seno, siano attribuiti alla bocca alcuni peccati compiuti con le mani? Se le azioni in generale appartengono alle mani, che ragione c’è dunque di aggiungervi le azioni dei piedi e non quelle della lingua? Non vi accorgete come la voglia di novità, accompagnata dall’errore, vi porta a grandi difficoltà?”.

 

 

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