Papa Francesco ha incontrato un gruppo di 48 gesuiti del sud-est asiatico durante la sua visita apostolica in Thailandia e in Giappone. Subito dopo l’incontro con i membri della Conferenza Episcopale Tailandese e della Federazione delle Conferenze Episcopali asiatiche nel Santuario del Beato Nicolas Bunkerd Kitbamrung, Francesco si è trasferito in una stanza attigua dove i religiosi lo aspettavano.

La trascrizione di quell’incontro è stata diffusa da La Civiltà Cattolica . Da quella trascrizione prendo solo la risposta che Papa Francesco ha dato alla domanda sui rifugiati. Eccola nella mia traduzione. 

 

Papa Francesco

 

Domanda: Lavoro per il JRS, il Servizio dei gesuiti per i rifugiati. Ci sono molti rifugiati in Thailandia e ci sono problemi. Come si deve vivere questo ministero dell’ospitalità?

 

Papa Francesco: Per i gesuiti il nostro lavoro con i rifugiati è diventato un vero e proprio “luogo teologico”. È così che la vedo io, un luogo teologico. Pedro Arrupe proprio qui in Thailandia nel suo ultimo discorso ha riaffermato l’importanza di questa missione. Arrupe è stato per me un profeta: il suo “canto del cigno” è stato l’istituzione, proprio qui a Bangkok, del Servizio dei gesuiti per i rifugiati. Poi, durante il volo dalla Thailandia a Roma, ha avuto un ictus.

Il fenomeno dei rifugiati è sempre esistito, ma oggi è meglio conosciuto per le differenze sociali, la fame, le tensioni politiche e soprattutto la guerra. Per questi motivi, i movimenti migratori si stanno intensificando. Qual è la risposta del mondo? La politica dei rifiuti. I rifugiati sono rifiuti. Il Mediterraneo è stato trasformato in un cimitero. La famigerata crudeltà di alcuni centri di detenzione in Libia mi tocca il cuore. Qui in Asia conosciamo tutti il problema dei rohingya. Devo ammettere che sono scioccato da alcuni dei discorsi che sento in Europa sulle frontiere. Il populismo sta prendendo forza. In altre parti ci sono muri che separano persino i bambini dai genitori. Mi viene in mente Erode. Eppure, per quanto riguarda la droga, non c’è un muro per tenerli fuori.

Come vi ho detto, il fenomeno migratorio è aggravato dalla guerra, dalla fame e da una “mentalità difensiva”, che ci fa credere, in uno stato di paura, che si può difendersi solo rafforzando i confini. Allo stesso tempo, c’è lo sfruttamento.

 

Sappiamo bene come la Chiesa – e quante suore sono impegnate in questo campo! – sta lavorando duramente per salvare le ragazze dalla prostituzione e da varie forme di schiavitù. La tradizione cristiana ha una ricca esperienza evangelica nell’affrontare il problema dei rifugiati. Ricordiamo anche l’importanza di accogliere lo straniero come ci insegna l’Antico Testamento. Ma ci sono anche molte piccole usanze e tradizioni di ospitalità, come lasciare una sedia vuota in un giorno di festa nel caso in cui arrivi un ospite inaspettato. Se la Chiesa è un ospedale da campo, questo è uno dei campi dove si trova la maggior parte dei feriti. Sono questi ospedali che dobbiamo frequentare maggiormente.

 

Ritorno ai “luoghi teologici”. La testimonianza di Arrupe ha dato un grande impulso al lavoro con i rifugiati, e lo ha fatto chiedendo prima di tutto una cosa: preghiera, più preghiera. Il discorso che ha pronunciato qui a Bangkok ai gesuiti che lavorano con i rifugiati non è stato quello di trascurare la preghiera. Dobbiamo ricordarlo bene: la preghiera. Cioè: in quella periferia fisica non dimenticate quest’altra, quella spirituale. Solo nella preghiera troveremo la forza e l’ispirazione per affrontare proficuamente le conseguenze disordinate dell’ingiustizia sociale.

 

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