Oggi 10 giugno il Papa ha fatto pubblicare su vatican.va una risposta ufficiale alla lettera di dimissioni del cardinale Marx da vescovo di Monco e Frisinga, in cui rifiuta la sua rinuncia.
Ecco il testo integrale nella mia traduzione.

 

Papà Francesco e il Card. Reinhard Marx
Papà Francesco e il Card. Reinhard Marx

 

 

Caro fratello,

Prima di tutto, grazie per il tuo coraggio. È un coraggio cristiano che non ha paura della croce, e che non ha paura di umiliarsi di fronte alla terribile realtà del peccato. È quello che ha fatto il Signore (Fil 2,5-8). È una grazia che il Signore ti ha dato, e vedo che vuoi accettarla e conservarla perché porti frutto. Grazie.

Tu mi dici che stai attraversando un momento di crisi, e non solo tu, ma anche la Chiesa in Germania. Tutta la Chiesa è in crisi a causa degli abusi; ancora di più, la Chiesa non può fare un passo avanti ora senza accettare questa crisi. La politica dello struzzo non aiuta, e la crisi deve essere abbracciata dalla nostra fede pasquale. Sociologismi e psicologismi non aiutano. Accettare la crisi, come individuo e come comunità, questa è l’unica via fruttuosa; perché si esce da una crisi solo in comunità, e inoltre dobbiamo renderci conto che dalla crisi si esce  come una persona migliore o peggiore, ma mai immutata.”[1]

Mi dici di aver riflettuto dall’anno scorso: ti sei messo a cercare la volontà di Dio e hai deciso di accettarla, qualunque essa sia.

Sono d’accordo con te che abbiamo a che fare con un disastro: la triste storia degli abusi sessuali e il modo in cui la Chiesa l’ha affrontata fino a poco tempo fa. Diventare consapevoli dell’ipocrisia nel modo in cui viviamo la fede è una grazia e un primo passo che dobbiamo fare. Dobbiamo assumerci la responsabilità della storia, sia come individui che come comunità. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questo crimine. Accettarlo significa esporsi alla crisi.

Non tutti vogliono accettare questo fatto, ma è l’unico modo. Perché fare “buoni propositi” per cambiare la propria vita senza “mettere la carne sul fuoco” non porta da nessuna parte. La realtà personali, sociali e storiche sono concrete e non basta accettarle solo con l’aiuto delle idee. Sulle idee si può discutere (e va bene che sia così). Ma bisogna che la realtà venga assunta e che su di essa si faccia discernimento. È vero che gli eventi storici devono essere valutati con l’ermeneutica del tempo in cui sono avvenuti. Ma questo non ci esime dal compito di assumerci la responsabilità e di accettare questi eventi come la storia del “peccato che ci affligge”. Per questo credo che ogni vescovo della Chiesa debba accettarli e chiedersi: cosa devo fare di fronte a questa catastrofe?

Il “mea culpa” di fronte a tanti errori del passato è stato pronunciato da noi più di una volta, in molte situazioni, anche se non eravamo personalmente coinvolti in quella fase storica. Ed è proprio questo comportamento che ci viene richiesto ancora oggi. Ci viene chiesto di riformarci, non – in questo caso – a parole, ma con comportamenti che abbiano il coraggio di affrontare questa crisi, di accettare la realtà, ovunque essa porti. E tutte le riforme cominciano da se stessi. La riforma nella Chiesa è stata portata avanti da uomini e donne che non hanno avuto paura di esporsi alla crisi e di lasciarsi riformare dal Signore. Questo è l’unico modo; altrimenti saremmo solo “ideologi della riforma” senza mettere in gioco la nostra carne.

Il Signore non si è mai impegnato in una “riforma” (chiedo il permesso per questa espressione), né con il progetto dei farisei, né con quello dei sadducei o degli zeloti o degli esseni. Ma l’ha realizzato con la sua vita, con la sua storia, con la sua carne, sulla croce. E questa è la via che anche tu, caro fratello, accetti offrendo la tua rinuncia all’ufficio.

Nella tua lettera dici giustamente che non ci fa bene seppellire il passato. Il silenzio, le omissioni, il peso eccessivo dato al prestigio delle istituzioni – tutto questo porta solo al fallimento personale e storico; ci porta a vivere con il peso di avere, come si dice, “scheletri nell’armadio”.

È importante “ventilare” la realtà dell’abuso e il modo in cui la Chiesa l’ha trattato, e permettere allo Spirito di condurci nel deserto della desolazione, alla croce e alla resurrezione. È la via dello Spirito che dobbiamo seguire, e il punto di partenza è l’umile confessione: abbiamo sbagliato, abbiamo peccato. Non saranno gli esami a salvarci, né il potere delle istituzioni. Non saremo salvati dal prestigio della nostra Chiesa, che tende a nascondere i suoi peccati. Non saremo salvati dal potere del denaro, né dall’opinione dei media (spesso ne siamo fin troppo dipendenti). Ciò che ci salverà sarà aprire la porta a Colui che solo può salvarci, e confessare la nostra nudità: “Ho peccato”, “Abbiamo peccato” – e piangere, e balbettare come meglio possiamo, “Vattene da me, perché sono un peccatore”, un’eredità lasciata dal primo Papa ai papi e ai vescovi della Chiesa. E allora sentiremo quella vergogna risanatrice che apre le porte alla compassione e alla tenerezza del Signore che ci è sempre vicino. Come Chiesa, dobbiamo chiedere la grazia della vergogna e che il Signore ci impedisca di essere la prostituta senza vergogna di Ezechiele 16.

Mi piace il modo in cui termini la lettera: “Continuerò con piacere ad essere prete e vescovo di questa Chiesa e continuerò ad impegnarmi a livello pastorale sempre e comunque Lo riterrà sensato ed opportuno. Vorrei dedicare gli anni futuri del mio servizio in maniera più intensa alla cura pastorale e impegnarmi per un rinnovamento spirituale della Chiesa, così come Lei instancabilmente richiede. “.

E questa è la mia risposta, caro fratello. Vai avanti come tu stesso proponi, ma come arcivescovo di Monaco e Frisinga. E se sei tentato di pensare che questo Vescovo di Roma (tuo fratello che ti ama), confermando la tua missione e non accettando le tue dimissioni, non ti capisca, pensa a ciò che ha provato Pietro davanti al Signore quando, a suo modo, ha presentato la sua rinuncia: “allontanatevi da me, sono un peccatore”, e ascolta la risposta: “pasci le mie pecorelle”.

Con affetto fraterno

 

FRANCESCO

 

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[1] C’è il pericolo di non accettare la crisi e rifugiarsi nel conflitto, un modo di comportarsi che finisce per soffocare e impedire ogni possibile cambiamento. Perché nella crisi c’è un seme di speranza, mentre nel conflitto c’è un seme di disperazione. La crisi ci coinvolge – il conflitto, invece, ci imprigiona e porta all’atteggiamento asettico di Pilato: “Non sono innocente di questo sangue; vedetevela voi!” (Mt 27,24) – un atteggiamento che ha già fatto e continua a fare tanto male.

 

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