Dal 31 maggio al 2 giugno Francesco ha compiuto un viaggio apostolico in Romania. Alla fine del primo giorno, rientrato in Nunziatura, il Papa ha trovato ad accoglierlo 22 gesuiti che lavorano nel Paese, con i quali si è trattenuto per circa un’ora, rispondendo ad alcune domande in un clima familiare e disteso.

Ecco ampi stralci.

Papa Francesco

Papa Francesco

 

Il Papa, iniziando la conversazione, ha detto:

Fate domande… Palla al centro!

Ha preso la parola p. Marius Talos, che ha chiesto: «Oltre a ricevere  apprezzamenti, noi gesuiti a volte siamo oggetto di critiche. Come dobbiamo comportarci in tempi difficili? Come restare al servizio di tutti in momenti di turbolenza?».

Che cosa fare? Ci vuole pazienza, ci vuole hypomonē, cioè il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita. Occorre portare sulle proprie spalle il peso della vita e delle sue tensioni. Lo sappiamo che occorre procedere con parresia e coraggio. Sono importanti. Tuttavia ci sono tempi nei quali non si può andare troppo avanti, e allora bisogna avere pazienza e dolcezza. (…) Io penso la Chiesa come ospedale da campo. La Chiesa è tanto ferita, e oggi è pure tanto ferita da tensioni al suo interno. Mitezza, ci vuole mitezza! E ci vuole davvero coraggio per essere miti! Ma bisogna andare avanti con la mitezza. Questo non è il momento di convincere, di fare discussioni. Se uno ha un dubbio sincero, sì, si può dialogare, chiarire. Ma non rispondere agli attacchi. (…)

Che cosa ha fatto Gesù nel momento della tribolazione e dell’accanimento? Non si metteva a litigare con i farisei e i sadducei, come aveva fatto prima quando loro tentavano di tendere tranelli. Gesù è rimasto in silenzio. Nel momento di accanimento non si può parlare. Quando è in atto la persecuzione, restano da vivere la testimonianza e la vicinanza amante nella preghiera, nella carità e nella bontà. Si abbraccia la croce.

 

Il Provinciale chiede: «Ci parli delle consolazioni che la stanno accompagnando».

Mi piace questo linguaggio! Non mi chiedi che cosa possiamo fare qua o là. Mi chiedi delle consolazioni e delle desolazioni. La precedente era una domanda sulle desolazioni, questa è una domanda sulle consolazioni. L’esame di coscienza deve dare conto di questi moti dell’anima. Quali sono le vere consolazioni? Quelle nelle quali il passo del Signore si fa presente. Dove io trovo le più grandi consolazioni? Nella preghiera il Signore si fa sentire. E poi le trovo con il popolo di Dio. (…)

Vi dirò un aneddoto. A me piace fermarmi con i bambini e gli anziani. Una volta c’era una vecchia. Aveva gli occhi preziosi, brillanti. Io le ho chiesto: «Quanti anni ha?». «Ottantasette», mi ha risposto. «Ma che cosa mangia per stare così bene? Mi dia la ricetta», le dico. «Di tutto! – mi risponde – E i ravioli li faccio io». Le dico: «Signora, preghi per me!». Lei mi risponde: «Tutti i giorni prego per lei!». E io per scherzare le chiedo: «Mi dica la verità: prega per me o contro di me?». «Ma si capisce! Io prego per lei! Ben altri dentro la Chiesa pregano contro di lei!». La vera resistenza non è nel popolo di Dio, che si sente davvero popolo. L’ho scritto nell’Evangelii gaudium. Ecco, io trovo le consolazioni nel popolo di Dio. E anche il popolo di Dio è una vera cartina di tornasole: se si sta davvero con il popolo di Dio, si capisce se le cose vanno bene o no.

 

Un gesuita ungherese, p. Mihály Orbán, chiede: «In questa regione noi abbiamo una parrocchia con tedeschi, ungheresi e romeni e greco-cattolici. Voglio parlarle di un problema che riguarda la famiglia: la nullità dei matrimoni. È difficile gestire i processi di nullità. Non si arriva mai alla fine. So che lei ha parlato ai vescovi italiani di questo, ma come fare? Mi sembra che molti vivano senza poter arrivare alla fine del processo. I tribunali diocesani non funzionano».

Sì. Anche papa Benedetto ne aveva parlato. Tre volte, se ben ricordo. Ci sono matrimoni nulli per mancanza di fede. Poi magari il matrimonio non è nullo, ma non si sviluppa bene per l’immaturità psicologica. In alcuni casi il matrimonio è valido, ma a volte è meglio che i due si separino per il bene dei figli. Il pericolo in cui rischiamo sempre di cadere è la casistica. Quando è incominciato il Sinodo sulla famiglia, alcuni hanno detto: ecco, il Papa convoca un Sinodo per dare la comunione ai divorziati. E continuano ancora oggi! In realtà, il Sinodo ha fatto un cammino nella morale matrimoniale, passando dalla casistica della Scolastica decadente alla vera morale di san Tommaso. Quel punto in cui nell’Amoris laetitia si parla di integrazione dei divorziati, aprendo eventualmente alla possibilità dei sacramenti, è stato elaborato secondo la morale più classica di san Tommaso, quella più ortodossa, non secondo la casistica decadente del «si può o non si può». Ma noi sul problema matrimoniale dobbiamo uscire dalla casistica che ci inganna. Sarebbe più facile a volte dire «si può o non si può», o anche «va’ avanti, non c’è problema». No! Si devono accompagnare le coppie. Ci sono esperienze molto buone. Questo è molto importante. Ma servono i tribunali diocesani. E ho chiesto che si faccia il processo breve. So che in alcune realtà i tribunali diocesani non funzionano. E ce ne sono troppo pochi. Il Signore ci aiuti!

 

Lucian Budau interviene: «Sono parroco a Satu Mare, nel nord del Paese. Noi abbiamo la parrocchia in città e poi ci sono due villaggi quasi nel bosco. Quel che mi fa più male è l’indifferenza».

Una delle grandi tentazioni di oggi è l’indifferenza. Viviamo la tentazione dell’indifferenza, che è la forma più moderna del paganesimo. Nell’indifferenza tutto è centrato sull’io. Non c’è capacità di prendere posizione su ciò che accade. Uno dei fotografi dell’Osservatore Romano, un artista, ha fatto una foto dal titolo «Indifferenza». Nell’immagine si vede una signora molto ben vestita, con una pelliccia e un bel cappello, che esce in una notte d’inverno da un ristorante di lusso. E poi nella foto accanto a lei c’è una signora per terra che chiede l’elemosina. Ma la signora guarda da un’altra parte. A me questa fotografia ha fatto tanto pensare. È quella che noi in spagnolo chiamiamo la calma chicha. Come dite voi in italiano? Calma piatta. Sant’Ignazio ci dice che se c’è indifferenza e non ci sono né consolazioni né desolazioni non va bene. Se nulla si muove, si deve guardare che cosa succede. E anche a noi farà bene aprire gli occhi sulla realtà e guardare ciò che accade. Grazie per la tua domanda: significa che non sei un indifferente! (…)

 

Fonte: La Civiltà Cattolica

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