Papa Francesco e Juan Carlos Cruz
Papa Francesco e Juan Carlos Cruz

 

di Sabino Paciolla



Le chiese cattoliche dei paesi del centro-nord Europa (Germania, Austria, Belgio, Olanda, ecc.) hanno sempre avuto con la fede un approccio progressista. Sacerdoti, vescovi e anche cardinali hanno in generale avuto un accostamento più lasco all’insegnamento di sempre della Chiesa, molto più aderente al pensiero di questo mondo. Probabilmente sarà l’influenza storica delle chiese protestanti.

Uno degli esempi più chiari a questo proposito è il loro rapporto con il tema dell’omosessualità, in cui il concetto di peccato svanisce per essere sostituito in un primo momento con quello di “fragilità”, e infine con quello di piena normalità. L’omosessualità viene dunque considerata una modulazione diversa della stessa espressione dell’amore. Questo, secondo una buona parte del clero e degli ordini religiosi più progressisti, può esprimersi indifferentemente o nella forma eterosessuale o in quella omosessuale, ambedue pienamente legittime e del tutto naturali.

Sia racconti ricevuto di prima mano da amici che vivono in quei paesi sia le notizie di stampa di questi ultimi anni evidenziano quanto detto.

Se l’omosessualità e l’eterosessualità sono semplicemente una diversa modulazioni dello stesso bene, l’amore, allora è logica la conseguenza che il matrimonio debba essere o eterosessuale o omosessuale. Oggi però, dicono alcuni, chiedere questa parificazione nella Chiesa sarebbe cosa troppo ardita. Per questo, ci si limita alla richiesta della semplice benedizione delle unioni omosessuali, magari non a pieno titolo, con una cerimonia pubblica e sull’altare. È ovviamente solo il primo passo, l’obiettivo finale è comunque la parificazione del matrimonio omosessuale con quello eterosessuale.

E veniamo agli all’evento di questi giorni. È stata avanzata una richiesta di chiarimento alla Congregazione della Dottrina della Fede (CDF) proprio su questo tema. Ecco la domanda: “La Chiesa dispone del potere di impartire la benedizione a unioni di persone dello stesso sesso?”. La risposta è stata negativa. La CDF, in uno dei suoi passaggi, ha risposto in questo modo

Nel contempo, la Chiesa rammenta che Dio stesso non smette di benedire ciascuno dei suoi figli pellegrinanti in questo mondo, perché per Lui «siamo più importanti di tutti i peccati che noi possiamo fare»[12]. Ma non benedice né può benedire il peccato: benedice l’uomo peccatore, affinché riconosca di essere parte del suo disegno d’amore e si lasci cambiare da Lui. Egli infatti «ci prende come siamo, ma non ci lascia mai come siamo»[13]”.

Apriti cielo! Benché sia insegnamento di sempre della Chiesa, gran parte dei membri degli episcopati di Germania, Austria e Belgio hanno criticato la presa di posizione della CDF, e qualche vescovo, Johan Bonny di Anversa, si è addirittura scusato con le coppie gay per lo “sproloquio” della Congregazione. Oltre 200 teologi di lingua tedesca hanno preso carta e penna per sottoscrivere una presa di distanza dal testo della Congregazione giudicandolo anacronistico e di bassa lega culturale.

Anche il prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, cardinale Kevin Farrell ha commentato il documento della CDF con parole sfumate che potevano essere interpretate come di una non piena approvazione. Allo stesso modo, il card. Cupich di Chicago, molto vicino a Papa Francesco, ha emesso una dichiarazione che così si conclude: 

“Tuttavia, la comprensibile reazione di molti a questa risposta sarà la delusione. Questo dovrebbe spingerci nella Chiesa e nell’arcidiocesi a raddoppiare i nostri sforzi per essere creativi e resilienti nel trovare modi per accogliere e incoraggiare tutte le persone LGBTQ nella nostra famiglia di fede.”

Si notino le parole “persone LGBTQ” che spiegano bene l’approccio che Cupich ha alla questione. 

Al clamore suscitato dal mondo cattolico europeo, si sono aggiunti i gesuiti della rivista America, con un articolo a nome di Gerard O’Connell, in cui si dà conto di voci provenienti da fonti interne al Vaticano, le quali riferiscono che Papa Francesco non avrebbe fatto proprio il testo della CDF. La prova di quanto affermato sarebbero le parole pronunciate dal pontefice durante l’Angelus di domenica scorsa. In particolare queste:

“Si tratta di seminare semi di amore non con parole che volano via, ma con esempi concreti, semplici e coraggiosi, non con condanne teoriche, ma con gesti di amore. Allora il Signore, con la sua grazia, ci fa portare frutto, anche quando il terreno è arido a causa di incomprensioni, difficoltà o persecuzioni, o pretese di legalismi o moralismi clericali. Questo è terreno arido”.

A questo articolo della rivista dei gesuiti americani, se ne è aggiunto un altro, a firma di un gesuita italiano, padre Pino Piva, il quale, tra l’altro, fa notare che: 

Ma troviamo anche qualcosa di insolito. Fin dai tempi di San Giovanni Paolo II, i “Responsa” della CDF si concludono con questa formula: “Il Sommo Pontefice […], nel corso dell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Risposta, decisa nella riunione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione”.

Insolita invece è la conclusione del presente “Responsum”: “Il Sommo Pontefice Francesco, nel corso di un’Udienza concessa al sottoscritto Segretario di questa Congregazione, è stato informato e ha dato il suo assenso alla pubblicazione del suddetto Responsum ad dubium”. Quindi, formalmente Papa Francesco non “approva” il Responsum, ma ne viene solo informato; non dal Prefetto, ma dal Segretario; non “ordina” la pubblicazione, ma ne dà solo l’assenso. Questa formula insolita è un unicum. Solo formalità? Non credo; piuttosto dobbiamo ammettere che Papa Francesco – e il Cardinale Prefetto – intendono dare il minimo grado di autorità a questo documento della CDF.

Quindi, secondo padre Piva, sia il Papa sia (addirittura?) il card. Prefetto Ladaria avrebbero voluto dare un minimo grado di autorità al documento. Come dire, diamo una risposta alla domanda di chiarimenti arrivata, ma non le diamo peso più di tanto. Se così fosse, significherebbe che la Chiesa risponde e chiarisce sulla base del Sesto Comandamento, ma poi non dà alla risposta, e quindi anche alla fonte della risposta, cioè il Sesto Comandamento, quella importanza dovuta. Un ragionamento curioso, a me pare. 

Il bollettino ufficiale delle udienze sembra confermare la cronologia. Il segretario della congregazione, arcivescovo Giacomo Morandi, è stato ricevuto da Francesco il 28 gennaio, mentre il cardinale prefetto Ladaria è stato ricevuto l’ultima volta il 18 marzo, tre giorni dopo la pubblicazione del “Responsum”. 

Date queste “stranezze”, è comprensibile che molti si chiedano se effettivamente Papa Francesco abbia o no condiviso il testo della CDF. 

Molti suggeriscono che per capire il pensiero di Papa Francesco occorra ascoltare non solo le parole ma anche, e si potrebbe dire soprattutto, i gesti e le azioni che compie. 

E a tal proposito, un fatto ha suscitato una certa attenzione. A destare l’interesse è stata la nomina, mercoledì 24 marzo, fatta da Papa Francesco di Juan Carlos Cruz a membro della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. Cruz, un cileno sopravvissuto ad abusi sessuali clericali, farà parte della commissione vaticana per tre anni.

Cruz, che si identifica come gay, ha avuto nel 2018 un incontro con Papa Francesco. A proposito di quell’incontro, Cruz, in una intervista del 19 maggio 2018 a El Pais, dice:  

“Lui mi ha detto: ‘Juan Carlos, che tu sia gay non importa’. Dio ti ha fatto così e ti ama così e a me non importa. Il Papa ti ama come sei, devi essere felice con quello che sei”.

In realtà l’insegnamento della Chiesa non dice che Dio ci ha “fatti così”, ma parla di inclinazione. Il Catechismo afferma anche che l’inclinazione omosessuale “profondamente radicata” è “oggettivamente disordinata” e che gli atti omosessuali sono “atti di grave depravazione, la tradizione ha sempre dichiarato che ‘gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati’. Sono contrari alla legge naturale. Chiudono l’atto sessuale al dono della vita. Non procedono da una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.

Il Vaticano a suo tempo non ha commentato le parole di Cruz a El Pais perché “Il Vaticano non commenta le conversazioni private del Papa”.

La nomina di Cruz, infine, avviene all’indomani della pubblicazione del Responsum della CDF sulla benedizione, impossibile, delle unioni omosessuali. Un documento che è stato pubblicamente contestato da Juan Carlos Cruz, il quale, riporta l’Associated Press, ha detto che il Responsum non era al passo con l’approccio pastorale di Francesco ed era sordo ai bisogni e ai diritti dei cattolici LGBT.

“Se la Chiesa e la CDF non avanzano con il mondo… respingendo e parlando costantemente in modo negativo e non mettendo le priorità dove dovrebbero essere, i cattolici continueranno a fuggire”, ha avvertito Cruz.

Dunque, il Papa ha nominato a membro di una commissione pontificia una persona che pubblicamente si riconosce come gay, e che, evidentemente, per aver criticato il Responsum della CDF, ritiene che si debbano benedire le unioni omosessuali. Non sappiamo se Cruz ritenga pure che vi debba essere sia una equiparazione, anche in chiesa, tra le nozze omosessuali ed eterosessuali, sia il diritto ai figli per le coppie gay. La sua nomina, di certo, rappresenta un fatto significativo.

È vero, si dirà che è stato nominato per i suoi trascorsi di abusi sessuali clericali subiti. Certo. Ma la sua nomina rimane un fatto sicuramente significativo sia per la persona, visto che si batte per i diritti e la benedizione delle unioni gay, sia per la tempistica, a ridosso della contestazione da parte di Cruz proprio del responsum della CDF che nega la possibilità di benedizione delle coppie omosessuali. 

Qualcosa vorrà dire. 

 

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