Padre James Martin, gesuita, e Papa Francesco, 30.09.2019

Padre James Martin, gesuita, e Papa Francesco, 30.09.2019

 

di Sabino Paciolla

 

Durante un incontro privato con i vescovi del sud-ovest degli Stati Uniti, Papa Francesco ha parlato del suo incontro del 2019 con padre James Martin, SJ, della cura pastorale e del suicidio assistito.

I vescovi incontrati dal Papa il 10 febbraio scorso sono stati quelli del New Mexico, Arizona, Colorado, Utah e Wyoming.

Come riferisce J. D. Flynn nel suo articolo pubblicato su Catholic News Agency (CNA), diversi vescovi presenti all’incontro hanno detto a CNA che, oltre a discutere sulla sua esortazione sulla regione amazzonica, in quel momento in corso di pubblicazione, e sulle sfide del transgenderismo e dell’ideologia di genere, Papa Francesco ha parlato anche del suo incontro del 30 settembre scorso con padre Martin, un gesuita americano molto noto ai lettori di questo blog poiché ama parlare e scrivere molto del suo ministero verso le persone che si identificano come LGBT. Questo suo modo di affrontare il variegato mondo LGBT suscita però notevoli critiche in quanto a molti appare nella sostanza in netto contrasto con l’insegnamento di sempre della Chiesa.

“La disposizione [d’animo] del Santo Padre era molto chiara, era molto dispiaciuto per l’intera questione di padre Martin e per come era stato utilizzato il loro incontro. È stato molto espressivo, sia nelle parole che nel volto – la sua rabbia era molto chiara, si era sentito usato”, ha detto un vescovo alla CNA.

Si ricorderà che Martin aveva incontrato Papa Francesco poco dopo che l’arcivescovo Charles Chaput, in un articolo del 19 settembre, aveva criticato “una modalità ambiguità” nell’opera di Martin, che, secondo Chaput, “tende a minare i suoi obiettivi dichiarati, alienando le persone dal sostegno di cui hanno bisogno per un’autentica crescita umana”.

“Trovo necessario sottolineare che padre Martin non parla con autorità a nome della Chiesa, e ritengo necessario mettere in guardia i fedeli da alcune delle sue affermazioni”, aveva aggiunto Chaput.

L’arcivescovo, in sostanza, contestava a padre Martin una mancanza di chiarezza, una ambiguità di fondo derivante dall’omettere o sottacere alcune verità poiché, “nell’attuale clima, verità incomplete rappresentano, di fatto, una contestazione della Fede cattolica autentica”, anche se si dichiara pubblicamente, come usa fare Martin, di non attaccare o mettere (formalmente) in discussione l’insegnamento della Chiesa. 

Padre Martin rispose a quell’articolo con una serie di tweet in cui si affermava che quello che l’arcivescovo Chaput gli contestava era esattamente ciò che avevapresentato all’Incontro Mondiale delle Famiglie a Dublino lo scorso anno, il cui testo era stato verificato e approvato in precedenza dal Vaticano.

In sostanza, diceva Martin a Chaput, se contesti me, contesti il Vaticano. 

Per questo, l’incontro tra Martin e il papa venne interpretato da alcuni come risposta all’articolo di Chaput.

L’incontro si svolse in una biblioteca papale che è normalmente riservata alle visite tra il papa e un pubblico di alto livello. Ciò fu visto da alcuni giornalisti come una decisione piena di significato.

Infatti, la stessa America Magazine, che è la rivista dei gesuiti americani, spiegò che “Scegliendo di incontrare [padre Martin] in questo luogo, Papa Francesco stava facendo una dichiarazione pubblica. Per certi versi, l’incontro è stato il messaggio”.

E ciò tanto più perché padre Martin aveva riferito, orgogliosamente, che quell’incontro non era stato richiesto da lui, ma direttamente dal papa. Proprio per questo, lo stesso Martin, a un mese da quell’incontro, sentì forte il bisogno di pubblicare sui social nuovamente la foto con il papa, come fosse uno spartiacque ed un sigillo ufficiale e pubblico di alto livello del suo operato.

Ma i vescovi che si sono incontrati con il Papa questa settimana hanno detto che, mentre Papa Francesco aveva accolto (si noti, “aveva accolto”) la richiesta di un incontro con Martin, egli ha voluto chiarire con loro che non intendeva trasmettere alcun messaggio.

Infatti, un vescovo durante l’incontro ha riferito alla CNA che Papa Francesco ha detto di aver “chiarito il suo disappunto” sul modo in cui l’incontro è stato interpretato e rappresentato da alcuni giornalisti.

“Ci ha detto che la questione è stata affrontata; che a padre Martin è stato fatto un ‘rimprovero’ e che anche i suoi superiori sono stati informati e gli hanno chiarito perfettamente la situazione”, ha detto un altro vescovo.

“Non credo che vedrete la sua foto con il papa sulla prossima copertina del suo libro [di padre Martin]”, ha detto il vescovo alla CNA.

CNA ha dunque interpellato padre Martin per un commento, il quale, il 20 febbraio, ha però detto che “non posso commentare ciò che il Santo Padre mi ha detto, poiché mi ha chiesto di non condividere i dettagli con i media, se non per dire che mi sono sentito profondamente ispirato, consolato e incoraggiato dalla nostra mezz’ora di udienza nel Palazzo Apostolico, che è avvenuta su suo invito“. 

Come si vede, padre Martin conferma ancora una volta di essere stato invitato all’incontro direttamente e su espressa richiesta del Papa.

Due vescovi hanno detto alla CNA che il lavoro di Martin nei confronti della comunità LGBT è stato anche discusso con i capi di numerose congregazioni vaticane, e che alcuni funzionari hanno espresso preoccupazione per alcuni aspetti del lavoro del sacerdote.

Secondo i vescovi presenti all’incontro papale, Papa Francesco ha parlato anche dell’eutanasia, ed è stato interrogato sui commenti dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che in un simposio di dicembre aveva detto che i sacerdoti dovrebbero “lasciar andare le regole” per essere presenti con le persone che hanno iniziato il suicidio assistito.

Al simposio mons. Paglia aveva anche detto che avrebbe tenuto la mano di qualcuno che stava morendo a causa del suicidio assistito, e che non considerava una tale azione come un implicito sostegno alla pratica.

In quella occasione molti si chiesero se Paglia, con quell’“accompagnamento pastorale”, non stesse aprendo nella Chiesa una sorta di tacita accettazione del suicidio assistito. Per quelle sue dichiarazioni mons. Paglia sollevò notevoli critiche, tanto più perché è il Prefetto della Pontificia Accademia della Vita.

A quanto pare Papa Francesco ha detto ai vescovi che mentre i sacerdoti devono amare misericordiosamente coloro che hanno malattie terminali, non possono “accompagnare” qualcuno che sta attuando un atto di suicidio, che la Chiesa cattolica insegna essere gravemente immorale.

Infine, un vescovo ha detto alla CNA che la stessa questione è stata sollevata con i capi degli uffici vaticani, e questi “sono stati davvero chiari sul fatto che quello che [Paglia] ha detto è stato un grosso problema, e che altri vescovi hanno sollevato la questione”.

La domanda sorge spontanea: com’è possibile che un Prefetto della Pontificia Accademia per la Vita abbia sulla questione del suicidio assistito una posizione così distante dal Papa? Come è possibile che un Prefetto della Pontificia Accademia per la Vita abbia una posizione sul suicidio assistito così distante dall’essenza ontologica della stessa Pontificia Accademia per la Vita? 

Mons. Vincenzo Paglia è stato nominato Prefetto della Pontificia Accademia della Vita da Papa Francesco. E’ stato in seguito promosso, sempre da Papa Francesco, Gran Cancelliere del Pontificio istituto teologico San Giovanni Paolo II per le Scienze sul matrimonio e sulla famiglia.

 

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