di Matteo Paciolla

 

La mia riflessione del periodo che stiamo vivendo, come nazione e come umanità tutta, parte dal chiedersi cosa sia più importante tra la salute e la libertà.

Ho sentito più volte porre questa domanda sui media e nei dibattiti televisivi e ho pensato che parte della risposta sia da ricercare nel senso e nelle caratteristiche di entrambi i valori.

Quindi che cos’è la salute?

Troppe volte ho visto passare il concetto che la salute sia solo la (presunta) negatività al COVID19. Come se quindi la salute si possa condensare nella mera capacità di respirare, ma è davvero così?

Mi pare invece, la salute, essere un complesso di stati psicofisici che riguardano tanto il corpo come la mente. Certo una persona può considerare di aver perso la salute qualora si ritrovi attaccato ad un respiratore in una stanza d’ospedale; ma può altresì considerarsi sano chi, pur potendo respirare al massimo delle sue capacità, indossi spontaneamente una mascherina chirurgica mentre viaggia da solo nella propria auto o percorra, in sella ad una bicicletta, una solitaria stradina di campagna?

Sono scene di quotidianità, queste, che si vedevano ben prima dell’obbligo legale (codificato in uno degli ultimi DPCM) di indossare la mascherina in ogni luogo. Obbligo che abbiamo imparato a rispettare senza quasi chiederci il perché.

Aspettando che questo periodo emergenziale passi del tutto abbiamo inoltre imparato a prorogare i nostri controlli diagnostici, rinviare le visite a parenti, amici e conoscenti così come rinunciare ai momenti di convivialità essenziali e “non essenziali” che invece prima occupavano buona parte del nostro tempo.

É utile per la risposta alla domanda di cui sopra, anche, chiederci se la salute sia per sua natura un valore che lo stato possa assicurare. A ben guardare risulta evidente che lo stato possa garantire delle cure ma non assicurare la salute in quanto tale. Obiettivamente l’unico che possa dare e togliere la salute risulta essere il Padre Eterno per chi crede, la dea bendata per tutti gli altri.

Sento spesso dai nostri governanti dire e sbandierare che si sta facendo di tutto per garantire la salute pubblica. Sulla base di questo intento ci chiedono, e ci obbligano di fatto, a rinunciare alla libertà. Un valore, questo sì invece, che lo stato può garantire o di cui può privare ciascun individuo.

Almeno in un primo momento, colti di sorpresa da tutto quello che stava accadendo, ci siamo lasciati convincere placidamente a negoziare la nostra libertà per una promessa di salute.

Grazie alla complicità dei media mainstream ci siamo per un periodo come ibernati, addormentati nella speranza che tutto passasse e si risolvesse per il meglio.

Da un po’ di tempo a questa parte invece, un numero sempre crescente di persone ha cominciato a considerare che forse la salute, anche se per ipotesi potesse essere del tutto garantita, non servirebbe a nulla se non accompagnata dalla libertà. La gente ha capito che di questo passo, anche immaginando un universo parallelo nel quale l’unico problema sanitario sia questo corona-virus, sarebbe forte il rischio di trasformarci tutti in vegetali atti unicamente ad ingrassare le grandi multinazionali un click alla volta.

Questa parte di popolazione è cresciuta ulteriormente quando ha cominciato ad integrare tutta quella gente che, da un giorno all’altro, si è ritrovata categorizzata come “non essenziale”, e ha visto messe a repentaglio la propria attività lavorativa e la propria stessa sopravvivenza.

É divenuto evidente, quindi, che questa tanto criminalizzata voglia di convivialità e aggregazione sociale fisicamente intesa, non è solo imprescindibile per ciascun essere umano, che non può rinunciarvi oltre un breve lasso di tempo, ma è espressamente vitale per tutta una parte di popolazione che basa il proprio sostentamento economico sulla interazione sociale diretta o indiretta.

L’epidemia di corona-virus ha creato il sorgere di due fazioni opposte nella popolazione: i fautori della chiusura totale e coloro che chiedono di poter continuare a lavorare per continuare a vivere. Sì perché la ricerca della salute a tutti i costi è viziata per sua natura, e fa sì che venga messo a nudo l’egoismo di ciascuno. Fra coloro che chiedono di chiudere tutto fino alla scomparsa del virus o almeno alla diffusione capillare di un vaccino risolutivo ci sono infatti, molto spesso, quelli che hanno la possibilità di lavorare da casa o che, comunque, sanno di percepire ogni mese uno stipendio fisso assicurato.

Nell’illusione che il sistema economico di una nazione possa funzionare a lungo bloccato e improduttivo ma anestetizzato da effimeri “ristori” e mancette, qualcuno può permettersi di pensare che chi non è così fortunato da avere un’entrata fissa debba portare pazienza ed accontentarsi di aver, almeno per il momento, salvata la pelle dal famoso “nemico invisibile”.

Così in questi tempi amari penso che abbiamo svenduto la libertà per un miraggio di salute. Libertà di cui abbiamo goduto a lungo grazie a qualcuno che ha combattuto per guadagnarla in tempi in cui c’era meno sanificazione e più preghiera. Tempi in cui la ragione, non obnubilata da deliri di onnipotenza, riconosceva la vita stessa come precaria, non solo la salute, e gli uomini sapevano che i beni “essenziali” non sono quelli che si comprano nei supermercati e nelle farmacie. E quegli uomini hanno dato la vita per conquistare e difendere la libertà che noi, oggi, stiamo tanto criminalizzando e addirittura disprezzando.

Penso anche a quel nonno nel Savonese che ha deciso di suicidarsi e a quanto valga davvero la vita se questa ha il prezzo della disperazione di qualcun altro.

Mi chiedo quindi se, come popolo, abbiamo semplicemente ceduto il passo alla paura.

Forse ci siamo dimenticati che siamo tutti pellegrini su questa terra e che il sentiero non ci può preoccupare più della meta.

Mi chiedo se abbiamo fatto come quel servo “malvagio e pigro” del Vangelo di domenica scorsa. Come abbiamo amministrato quanto ci è stato dato in custodia? Ci siamo premurati di compiacere il Padrone o ci siamo pavidamente ritirati nel buio delle nostre angosce?

Mi sembra che abbiamo scambiato la Fede per il Risorto con la speranza per il vaccino e ci siamo fatti vincere dalla paura e dall’assillo di preservarci. Come il servo a cui è stato affidato quell’unico talento siamo caduti nell’errata convinzione di dover esclusivamente restituire quello che ci è stato dato, così come l’abbiamo ricevuto, null’altro. E rischiamo quindi di perdere la possibilità di venire trattati come amici del padrone e di prendere parte alla Sua gioia, come è per i servi fedeli.

Facendoci vincere dalle trepidazioni della carne siamo diventati schiavi di quest’ultima e abbiamo perso la libertà vera, quella pura, quella essenziale.

Mi piace infine pensare che le persone che sono morte a causa del virus, nei paesi che hanno deciso di non attuare alcuna misura di restrizione liberticida, siano davvero degli eroi.

Oggi vari casi tra amici e parenti, ci insegnano che si può perdere la vita da un giorno all’altro, anche quando la salute sembrava essere un dato costante. Morire quindi, a causa di un virus contratto per garantire la libertà e la dignità del lavoro a tutti gli altri, mi sembra un modo da eroi di lasciare questo mondo.

 

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