Eton-College
Eton College

 

 

di Maddalena Sanvito

 

Che la libertà di pensiero fosse a rischio era ormai nell’aria da tempo, si moltiplicano infatti le notizie a riguardo e, visto che siamo ormai tutti pseudo esperti di virologia, temo ci troviamo di fronte ad una “nuova pandemia” culturale che imbavaglia la libertà di espressione, a crescita R esponenziale. A fronte delle crescenti cause legali nei confronti delle università nel Regno Unito, accusate di soffocare la libertà di pensiero, ADF International ha condotto un sondaggio (tramite Survation) per cercare di comprendere la gravità del problema. Dai risultati, pubblicati giovedì scorso, emerge che oltre uno studente su quattro evita di condividere le proprie opinioni, in quanto contrastanti con gli ideali proposti dalla propria università.  Oltre il 40% degli studenti è convinto che se esprimesse le proprie opinioni riceverebbe un trattamento diverso dai docenti e il 50% crede che subirebbe ripercussioni sulla propria carriera professionale.[1]

Di questo trend preoccupante si è occupata nel 2018 anche la Commissione Parlamentare Mista per i Diritti Umani del Parlamento Inglese, con la pubblicazione di una relazione[2] sulla libertà di espressione nelle università che, non solo ha sollevato preoccupazioni sulle restrizioni di parola, ma ha gettato ombre sul fenomeno ormai noto del “no-platforming”, forma di boicottaggio da parte di formazioni studentesche nei confronti di singoli e organizzazioni, con l’obiettivo di limitarne l’accesso ad eventi e dibattiti.

Si allungano ombre anche sui “safe spaces”(spazi sicuri) termine con cui si intendono ambiti in cui si garantisce l’astensione da giudizi su orientamenti sessuali, aborto e provenienza razziale, con lo scopo, apparentemente benefico, di evitare molestie e discriminazioni.

La commissione ha riscontrato che, proprio questi safe spaces finiscono per imporre limitazioni alla libertà di associazione e di espressione, in nome dell’inclusività (leggasi LGBTQ+…), soprattutto a scapito di gruppi pro-life o di estrazione umanista. In un documento ufficiale, l’università di Cambridge, per esempio, individua questi “spazi sicuri” con l’organizzazione FLY (organizzazione di donne e persone non binarie della BME – Black, Asian and minority ethnic), ‘Survivor Groups’(uomini e donne reduci da abusi) e varie campagne BME e LGBTQ+, oltre a gruppi di studenti disabili. 3 I safe spaces finiscono quindi paradossalmente per discriminare i soggetti che non si conformano al pensiero di queste minoranze, con l’imposizione di controlli più serrati, limitazioni nell’organizzazione di eventi, finanche alla negazione dell’affiliazione all’Unione degli Studenti.

Non è quindi un caso isolato quello di Julia Rynkiewicz, 25 anni, sospesa dagli studi in ostetricia e sottoposta ad un’inchiesta di quattro mesi affinché si indagasse sulla sua adeguatezza alla professione di ostetrica a causa del suo ruolo di presidente dell’associazione pro life Nottingham Students for Life.

Situazioni simili si sono verificate in altre università del Regno Unito, Aberdeen University, Glasgow University, Strathclyde University a scapito di studenti o gruppi pro-life. Fortunatamente in tutti i casi le sentenze sono state ribaltate, come quella di Julia Rynkiewicz, che ha ricevuto scuse e un compenso dalla sua università. Rimane comunque preoccupante che questi fatti accadano proprio in ambiti universitari, dove confronto e dibattito dovrebbero costituire il tessuto culturale.

“Fino a quando le università continueranno a discriminare i punti di vista tradizionali pro-life, il dibattito e la discussione continueranno ad essere soffocati e gli studenti temeranno sempre più le rappresaglie della loro università”, ha commentato Catherine Robinson, portavoce di Right to Life UK.

Confronto e dibattito è anche il fiore all’occhiello di Eton College, la scuola più elitaria del Regno Unito, dove ai ragazzi di questo collegio, scuola superiore, viene insegnata l’arte del dibattito e della dialettica ad un livello spesso superiore a molti standard universitari. Clamorosa quindi la notizia di questi giorni del licenziamento di un loro insegnante, Will Knowland, per una lezione intitolata Il paradosso del patriarcato,[3]  indirizzata agli studenti degli ultimi anni. In questa lezione Knowland cerca di dimostrare come il tentativo di cancellare le differenze tra uomo e donna risulti inevitabilmente nell’esaltazione delle differenze stesse. Il professore evidenzia come storicamente l’uomo abbia contribuito alla società nel ruolo di combattente e protettore dei più deboli, in primis della donna poiché porta in grembo e partorisce i figli, grazie ad una naturale maggior forza fisica, forza che ottiene in natura, come la controversa discesa dei transgender (maschi biologici) nell’arena sportiva femminile dimostra. Questi transgender, maschi biologici che si sentono femmina, fanno incetta di titoli nelle gare sportive e sopravanzano nettamente le donne.

Transgender (uomo che si sente donna) combatte con una donna fracassandole la mascella

Transgender (uomo che si sente donna) combatte con una donna fracassandole il cranio e mettendola in pericolo di vita.

Interessante l’argomentazione del pensiero femminista sulla ‘’mascolinità tossica’’, cioè la convinzione che lo sfoggio della mascolinità sia a danno della società. ‘’What’s true isn’t new, what’s new isn’t true’’ dice Knowland, ovvero, la mascolinità tossica non è una nuova scoperta ma esisteva già nella figura del ‘macho’ (ciò che è vero non è nuovo). La virtù dell’essere cavaliere denota invece la consapevolezza da parte dell’uomo della propria superiorità fisica, posta al servizio dei più deboli, consapevolezza che emerge nella misericordia in guerra verso gli sconfitti, nella cortesia verso le donne, nella gentilezza verso i bambini e nella pietas verso gli anziani. Il sogno femminista di una società non patriarcale non è una verità perché nega un’evidenza sia naturale che storica (ciò che è nuovo non è vero).

Knowland affronta poi criticamente le tesi di Andrea Dworkin, femminista radicale, e le sue dichiarazioni contro la famiglia tradizionale e la società patriarcale, il suo sostegno alla gender fluidity.  Knowland evidenzia come i bambini che crescono con entrambi i genitori sposati siano avvantaggiati nella vita, godendo di migliore salute, sia fisica che mentale, rispetto a bambini che crescono in famiglie di diversa natura. Lo stesso vale per le donne sposate che sono statisticamente le più longeve, meno afflitte da infortuni, depressione e meno prone al suicidio. Knowland si permette infine di dire la grande, scomoda, ovvia verità che solo un uomo e una donna possono dare vita ad un bambino.

Certo, è lecito non essere in accordo con tutte le affermazioni fatte dal professore, rimane comunque inspiegabile in quale modo egli abbia contravvenuto l’Equality Act, la legge sull’uguaglianza, con i contenuti di questa lezione. Fortunatamente un quarto degli studenti ha preso le difese del professore.

Sembrerebbe che i fautori dei safe spaces cerchino di fagocitare la società, con una crescente incapacità di comprendere e accettare l’ordine naturale delle cose e di confrontarsi in maniera critica, non ideologizzata, con la storia stessa dell’umanità. Viviamo nel ‘’(…) tempo dell’inganno universale, dove dire la verità è un atto rivoluzionario.’’

 

 

[1] https://www.protectfreespeech.uk/national-poll/?userID=40338b4adf&utm_source=ADF+International+UK&utm_campaign=205d61d54f-protect_free_speech_email_1_polling&utm_medium=email&utm_term=0_b8090328d8-205d61d54f-93939082&mc_cid=205d61d54f&mc_eid=40338b4adf

[2] https://publications.parliament.uk/pa/jt201719/jtselect/jtrights/589/589.pdf

[3] https://www.youtube.com/watch?v=wTHgMxQEoPI

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