Conosci il tuo nemico (su una lavagna di scuola)

 

 

di Mattia Spanò

 

Ogni modello politico ha le sue tare portate a galla nelle crisi. Esse sono eredità della teoria di fenomeni storici e culturali che hanno condotto alla crisi che quelle tare specifiche – non altre – manifesta. Su queste si innestano alcuni elementi spuri, una specie di contorno al piatto di portata, che in genere fanno da detonatore, o esaltatore di sapidità per restare in tema gastronomico, al problema.

Per non parlare del sesso degli angeli, consideriamo l’Italia. L’ascissa del pensiero politico italiano posteriore alla Prima Repubblica è la visibilità. Cambiano medium e demiurgo – Berlusconi e la televisione, Grillo e il web – non muta di una virgola il chiodo mentale: se non ti vedono gli altri, non esisti.

Il risultato è che, mettendo da parte i Pavarotti, l’Italia si è riempita di tenori e tenorini amatoriali che si lanciano in do di petto sempre più gracchianti a caccia di una manciata di secondi di visibilità. Una pletora pletorica di aspiranti politici inetti e senza una straccio di idea degna. Più sono intellettualmente miseri e moralmente nebulizzati, più si atteggiano ad aspiranti Masaniello, statisti riformatori della frittola che simulano serietà attraverso birignao verbali e tic linguistici orecchiati qua e là. Tribuni della plebe senza plebe e, quel che è peggio, senza impero.

L’ordinata è che il fatto stesso di occupare uno scranno a Montecitorio metta il politico nella posizione di fare o cambiare le cose. Il che non capita mai, per la semplice ragione che non funziona così. Alle brutte, si fa per dire, hanno sistemato sé stessi a vita con codazzo di figli, nipoti e amici: la famiglia allargata, caricatura tribale del popolo di cui tutti hanno sentito parlare ma nessuno ha mai visto. L’unico scopo del teatrino.

La fisiologica conseguenza è che diventa impossibile distinguere un buon politico da una capra, per usare l’esergo sgarbato. Che tu sia in gamba o un parassita, in Italia, alla prova dei fatti cuba zero.

A questo modello fa da contrappeso l’uovo di Colombo: il governo dei tecnici. Siccome il politico italiano è mediamente un irrilevante imbecille – cioè etimologicamente un inadatto alla pugna: se ha ragione Von Clausewitz sulla guerra come continuazione della politica con altri mezzi, la politica si arrocca a metà fra πόλις, la città, e πόλεμος, la guerra – quei politici che ce l’hanno fatta corrono ai ripari individuando tecnici capaci di gestire la Res Publica. Da incapaci, cercano qualcuno che ci rompa l’osso del collo al posto loro.

Il fatto è che i tecnici, “capaci” lo sono sempre secondo politici che non lo sono, si presti occhio al busillis. Secondo loro e secondo i cuculi pennivendoli graziosamente riforniti, sempre da loro, di becchime. Volatili disonesti per i quali tra il vendere “le competenze” di Mario Draghi, un virus killer, un vaccino miracoloso, un crudele dittatore russo, un Winston Churchill ucraino (come Bush ha definito Zelensky) o un fustino di detersivo non corre differenza alcuna: tanto devono vendere. E gli italiani comprare.

Di qui i Ciampi – un professore di Lettere catapultato al governo della Banca d’Italia, tecnico honoris causa – i Dini, i Monti, i Conte, i Draghi. L’opzione di fondo tecnica, abborracciata ed ideologica tanto quanto la politica dello share, riflette quel sostrato pitocco latente in quasi ognuno di noi che induce a scappellarsi in presenza di ‘o professore. Vide ‘o professore quante bello, spira tantu sentimento. Salvo disfarsene, col vile cinismo tipico appunto dei sentimentali, quando si trova un altro pallone gonfiato da bucare.

Il governo dei tecnici è la separazione stessa della politica dalla necessità, oso dire responsabilità, di governare un paese.

Il paradosso dello “Stato di emergenza” – non minuscolo, perché non è un complemento di spazio transitorio: l’Italia nasce in stato d’emergenza che diventa Stato, come chi abbia una minima contezza della storia risorgimentale sa bene – vale a dire dal congelamento di una situazione che invece richiederebbe la massima duttilità (ecco il tratto paradossale) e lo sbrigliamento di una freschezza creativa ignota alle mummie peruviane che ornano i palazzi della capitale – per tacere di Bruxelles – non è un “momento” della “vita politica del Paese” come gli altri, ma è il fallimento di questi due sogni lisergici: il sogno della politica, e l’incubo della tecnica.

L’insofferenza, l’iracondo rigetto dovrei dire, di Mario Draghi per le informative parlamentari e l’irrilevanza stessa del parlamento non sono semplici accidenti esiziali, ma la certificazione del tracollo del dualismo appena descritto.

I termosferici sfondoni del nostro lombrosiano primo ministro non sono infortuni – shit happens, come diceva Forrest Gump – e il fatto soprattutto che il percepibile disagio nei corpi intermedi del Sussidistan (o quel che ne resta) nel prendere atto della situazione stenti a tradursi in misure profilattiche utili a preservare la loro stessa esistenza, sono la campana a morto di questo martoriato paese.

Che è morto non a causa di Draghi, ma nel momento in cui lo ha applaudito abdicando alla propria sovranità, al proprio spirito critico, alla logica, all’osservazione delle cose. Nessuno può portarti via qualcosa che hai già malamente consegnato al primo zanza che ha bussato alla tua porta.

A ben guardare, un’alternativa c’è. Ed è precisamente fornita dai faraoni del Great Reset, dalle connivenze del complesso militar-farmaceutico e digitale con il potere politico, vale a dire dalla cultura anglosassone della lobby, dei poteri occulti (il concetto stesso di governo ombra nasce, non a caso, in Inghilterra) che esercitano pressioni, delle confraternite segrete, della massoneria.

Non a caso parlo di complesso militar-farmaceutico, e non invento nulla. Le accuse di Maria Zacharova, direttrice della comunicazione degli affari esteri russi, rivolte in particolare a Pfizer e Moderna di aver collaborato in Ucraina alla creazione di armi biologiche, per quanto sia tacciabile di propaganda russa sono da prendere molto sul serio, perché non tutta la propaganda e non sempre è fatta esclusivamente di menzogne: a volte fanno comodo anche roboanti verità.

Dal nostro lato, quello occidentale buono, giusto e vero, abbiamo tollerato come pinzillacchera – l’immortale principe De Curtis ci viene sempre in aiuto – sulla quale sorvolare il fatto che l’Agenzia Europea del Farmaco, l’Ema (la stessa che ha giurato e spergiurato sull’efficacia e sulla sicurezza dei vaccini, e che gode di un budget annuo finanziato all’84% da case farmaceutiche) abbia dichiarato segreto militare i dati sui vaccini.

Attendo fiducioso solide spiegazioni su come sia possibile che un ente di vigilanza sui farmaci possa stabilire prerogative militari sul proprio lavoro, ma a parte questo la posizione di Ema conferma al di là di ogni ragionevole dubbio che il complesso militar-farmaceutico esiste, e che Zacharova dice il vero. Forse non in Ucraina ma a Gabicce, tuttavia nella sostanza dice la verità. Se due più due fa quattro, non si scappa.

Tornando ai faraoni del Great Reset, vale a dire gli eletti da nessuno che si danno convegno a Davos, quest’anno blindata con un vero esercito (un conto è la sicurezza, un altro i soldati), bisogna riconoscere che questi signori hanno fatto un lavoro meraviglioso, infiltrando la politica, mascherando i propri interessi da filantropia, mettendo in opera ogni genere di sottile inganno senza, occorre notare, mai esporsi in prima persona. Senza mai fare politica, e infischiandosene della tecnica se è vero com’è vero che tolleriamo che un programmatore di computer ci dica quando sarà la prossima pandemia, cosa dobbiamo fare e come dobbiamo curarci.

Insomma: bisogna studiare il nemico ideologico e apprezzarne le abilità, imparando dagli errori di prospettiva compiuti. Peraltro, sono loro ad aver studiato italiani come Machiavelli e Lorenzo De’ Medici, un ricco fiorentino che mai ha rivestito una carica pubblica ma metteva a morte i suoi avversari, infilandosi poi il cappuccio della Confraternita di Misericordia e consolando il condannato mentre lo accompagnava al patibolo.

Non si tratta di abbandonarsi a doppiezza, sulla quale non prendiamo lezioni da nessuno, ma di una visione morale dello Stato, della geopolitica, della politica, della guerra e soprattutto della pace certamente spregiudicata, ma altrettanto certamente inevitabile se si vuole evitare la rovina. Loro ci hanno studiati, adesso tocca a noi studiare loro. L’unica, forse l’ultima difesa, è imparare dal tuo nemico, consapevole che è un uomo come te.


 

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