Foto: mons. Vincenzo Paglia attuale presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Foto: mons. Vincenzo Paglia

PAGLIA, ECCO PERCHÉ MOLTI CHIEDONO LE SUE DIMISSIONI DALLA PAV

Nelle vicende dei piccoli Charlie e Alfie, mons Paglia si è rivelato una figura che ha suscitato polemiche piuttosto che posizioni condivise. Per questo, e per altre questioni, molti richiedono le sue dimissioni da presidente della Pontificia Accademia per la Vita (PAV).

Nel Regno Unito, oramai, la situazione è piuttosto chiara. Nell’ultimo anno alcuni bambini di quella nazione che sono entrati negli ospedali con malattie molto gravi, ad esito infausto, si sono visti negare i sostegni vitali di idratazione, alimentazione e ventilazione. Questa decisione è stata spesso il frutto della delibera di un tribunale adìto dalle parti, l’ospedale che voleva interrompere i sostegni vitali ed i genitori che vi si opponevano. La cosa curiosa è che la decisione del tribunale, letale per il bambino, è stata presa sempre nel nome del “miglior interesse” del piccolo. E ciò perché, secondo gli ospedali ed i giudici, la vita, in quelle condizioni, non è più degna di essere vissuta. L’aspetto drammatico è che le richieste dei genitori di voler essere seguiti da un altro ospedale sono state rifiutate. Ugualmente negate sono state le richieste di far proseguire il decorso della malattia a casa, con apparecchiature ed assistenza addirittura a spese dei genitori. Il caso Charlie Gard, morto in questo modo lo scorso anno, è a questo proposito emblematico. Identici gli scenari per il piccolo Isaiah, morto mercoledì scorso, e per Alfie, per fortuna ancora vivo ma il dramma è tuttora in corso. L’aspetto eutanasico che avvolge la gestione giuridica e medica dei tre casi è del tutto evidente.

Eppure in Italia, mons. Vincenzo Paglia, attuale presidente della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), si distingue per le sue prese di posizioni che sono a dir poco problematiche. Da lui, secondo alcuni, ci si sarebbe aspettati delle prese di posizioni più chiare e nette. E invece…..

L’intervista (qui) rilasciata a Tempi qualche giorno fa è significativa. Al giornalista che faceva notare come il giudice, nel prendere la sua decisione, avesse fatto inserire agli atti un passo della lettera che il Papa aveva inviato proprio a mons. Paglia sul tema del fine vita, quest’ultimo risponde quasi difendendo o comprendendo il giudice. Dice infatti: “Quanto alla sua domanda sarebbe bene leggere il testo del giudice per intero per comprendere la complessità e la delicatezza della situazione clinica di Alfie”. E poi “…parlare di ‘soppressione’ non è né corretto né rispettoso. Infatti se veramente le ripetute consultazioni mediche hanno mostrato l’inesistenza di un trattamento valido nella situazione in cui il piccolo paziente si trova, la decisione presa non intendeva accorciare la vita, ma sospendere una situazione di accanimento terapeutico. Come dice il Catechismo della Chiesa cattolica si tratta cioè di una opzione con cui non si intende «procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (CCC 2278). (…) Naturalmente questo non significa abbandonare o “staccare la spina”, che è un altro modo di dire del tutto scorretto”.

Come si vede, dalle parole di mons. Paglia si dedurrebbe che mantenere quel bimbo attaccato al ventilatore sarebbe “accanimento terapeutico”. Ma mantenere una persona attaccata al ventilatore non è sproporzionato rispetto al fine di ossigenare il suo corpo, lasciando che la malattia ad infausta prognosi faccia il suo corso. Altrimenti si avallerebbe, involontariamente, la cultura di morte che vede nella situazione dell’handicappato una vita indegna di essere vissuta.

Dice (qui) don Roberto Colombo, scienziato presso l’Università Cattolica, sede di Roma, dipartimento di biochimica e biochimica clinica, “un simile sostegno vitale non terapeutico «nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Risposta a quesiti della Conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali, 2007) – non può mai venire lecitamente interrotto. Farlo significherebbe anticipare intenzionalmente con un atto omissivo la morte del paziente, pur inevitabile nel tempo, e questo non rientra negli scopi delle cure palliative né in altro compito della medicina”.

Si è ripetuto nel caso di Alfie, quello che accadde per il piccolo Charlie Gard. Anche in quella circostanza, il 28 giugno scorso (qui), mons. Paglia, nel comunicato della PAV, non fu netto. Nel testo del comunicato si poteva infatti leggere: “Dobbiamo compiere ogni gesto che concorra alla sua salute e insieme riconoscere i limiti della medicina, per cui, come ricorda l’Enciclica Evangelium Vitae al numero 65, va evitato ogni accanimento terapeutico sproporzionato o troppo gravoso”. E, riguardo al sostegno pubblico che i genitori di Charlie ebbero, che andò dal semplice cittadino al presidente Trump, egli parlò addirittura “di rischi di strumentalizzazioni ideologiche e politiche sempre da evitare e di clamori mediatici talvolta tristemente superficiali”.

Purtroppo, la figura di mons. Paglia ha suscitato molto spesso aspre polemiche. A beneficio del lettore, riportiamo alcuni casi.

Ricordiamo quelle sorte per l’affresco (qui) che copre tutta la controfacciata della Cattedrale di Terni. Mons. Paglia dette nel 2007 l’incarico di dipingere l’affresco all’artista gay argentino Ricardo Cinalli. In quell’affresco la figura di Gesù ha il volto di un noto parrucchiere di Terni con cui Cinalli aveva stretto amicizia. Nello stesso affresco è raffigurato nudo anche mons. Paglia.

Dopo la morte di Marco Pannella, durante la presentazione di un libro dedicato alla sua vita, mons. Paglia, invitato (qui), quasi “santificando” la figura di Pannella, si lascia andare ad affermazioni del tipo: “Pannella, uomo di grande spiritualità“, “ha speso la vita per gli ultimi“, “in difesa della dignità di tutti,… Pannella è veramente un uomo spirituale”, è “un uomo che sa aiutarci a sperare“, “Marco ispiratore di una vita più bella”, “io mi auguro che lo spirito di Marco ci aiuti a vivere in quella stessa direzione”.

Mons Paglia, dopo che viene nominato nuovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, propone e fa approvare da parte di papa Francesco un nuovo statuto che porta alla decadenza dei soci in carica ed alla nomina di nuovi da lui scelti. Tra questi vi sono personaggi piuttosto problematici come Nigel Biggar (qui) che qualche hanno prima aveva affermato: “Non è chiaro che un feto umano sia dello stesso genere di cosa di un adulto o di un essere umano maturo, e che dunque meriti quasi lo stesso trattamento”, oppure il dott. Fishel Szlajen, (qui) ebreo, il quale in un articolo di febbraio scorso, pur rifiutando l’aborto, riconosce che la sua fede lo ammette in alcune circostanze come, ad esempio, la gravidanza frutto di uno stupro. Come si vede queste sono affermazioni in grave conflitto con l’appartenenza alla Accademia per la Vita.

Infine, mentre era in corso il dibattito sulla proposta di legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), una legge che ha introdotto di fatto l’eutanasia in Italia, e che non presenta neanche l’obiezione di coscienza per il medico (qui), una legge poi approvata, mons. Paglia afferma (qui): «Ripeto, mi auguro che si giunga ad un accordo il più largo possibile. È ormai condiviso che sia riconosciuta la validità del cosiddetto testamento biologico».

Da quanto sommariamente riportato si può ben capire il perché di tanto in tanto si levi la richiesta pubblica di dimissioni di mons. Paglia dalla carica di presidente della Pontificia Accademia per la Vita. L’ultima (qui) quella di Riccardo Cascioli, direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, che afferma: “Certo, come lo stesso Paglia mette in evidenza nell’intervista, la sua posizione è tutt’altro che isolata, ma resta il fatto che contraddice gravemente ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. E fa di monsignor Paglia una persona assolutamente inadeguata per guidare una Pontificia Accademia per la Vita che san Giovanni Paolo II aveva voluto con ben altri scopi”.

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