Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto dal vescovo Robert Barron, pubblicato sul suo profilo sul social X. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
In una recente intervista, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, ex gran cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per il Matrimonio e la Vita Familiare, ha confermato i peggiori sospetti che molti di noi nutrivano.
Ha ammesso che i cambiamenti da lui apportati all’Istituto durante gli anni di Papa Francesco erano finalizzati ad avviare una riforma “molto profonda” del concetto di legge naturale.
Anziché norme morali assolute fondate su una profonda comprensione dei beni fondamentali, lui e i suoi colleghi proponevano una teoria morale radicata nel discernimento storico dell’esperienza soggettiva e culturale — non una «teologia da salotto», ma una teoria che operasse «all’interno della storia e della vita delle persone».
Questo, ovviamente, è il linguaggio del postmodernismo di moda, ed è davvero pericoloso.
Permettetemi di illustrare il principio con un esempio. La schiavitù è sbagliata?
Intrinsecamente sbagliata? Sbagliata a prescindere da ciò che dicono i sondaggi di opinione al riguardo, a prescindere da quale possa essere l’attuale consenso in merito? Immagino che qualsiasi persona perbene risponderebbe di sì.
Ma quel «sì» si fonda proprio su ciò che la tradizione chiama legge naturale e beni fondamentali. Esistono valori talmente fondamentali che gli atti che vi si oppongono sono, per loro stessa natura, malvagi.
Se volete una presentazione molto articolata di questa idea, consultate la Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II.
Se diciamo che si tratta solo di «teologia da salotto» e che la moralità è una funzione di dati culturali ed esperienziali in continuo mutamento, allora perché la schiavitù non potrebbe essere giustificata?
Una delle persone più brillanti che siano mai esistite, il filosofo Aristotele, riteneva che lo fosse; persone estremamente brillanti e moralmente integre nel nostro Paese, fino a ben dentro il XIX secolo, la ritenevano ammissibile.
Chi può dire se il consenso potrebbe tornare a cambiare? Chi può dire che l’«esperienza vissuta» potrebbe arrivare a giustificarla?
Ciò che qualsiasi programma morale veramente coerente richiede è proprio ciò che l’arcivescovo Paglia e i suoi colleghi stavano cercando di eliminare, vale a dire le norme morali assolute.
Liberarcene in nome della libertà o della sensibilità pastorale rende di fatto disfunzionale il discorso morale, proprio come relativizzare il principio fondamentale della logica renderebbe impossibile qualsiasi conversazione razionale.
L’intervista dell’arcivescovo, francamente, mi ha ricordato le discussioni che ho avuto al Sinodo sulla sinodalità con alcuni dei miei colleghi tedeschi. Sotto la rubrica dello sviluppo della dottrina, erano ansiosi di relativizzare o cambiare radicalmente i principi alla base della moralità classica. Se questo era ed è davvero il gioco, ci siamo avventurati in mari pericolosi.
Robert Barron, vescovo
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