Draghi: La pandemia da coronavirus è una guerra, bisogna agire in fretta

Importante intervento di Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, sulla crisi pandemica da coronavirus che potrebbe creare una vera e propria depressione globale con licenziamenti a catena. Draghi dà la sua visione delle leve su cui operare per limitare i danni. E’ senz’altro un punto di vista da tenere in considerazione. L’articolo è stato pubblicato ieri sul Financial Times, vi propongo alcuni stralci nella mia traduzione. 

Mario Draghi

 

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nel timore della propria vita o nel lutto dei propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari siano sopraffatti sono coraggiose e necessarie. Devono essere sostenute. 

Ma queste azioni hanno anche un enorme e inevitabile costo economico. Mentre molti rischiano la perdita di vite umane, molti altri rischiano la perdita dei mezzi di sussistenza. Giorno dopo giorno, le notizie economiche peggiorano. Le aziende devono affrontare una perdita di reddito in tutta l’economia. Moltissimi stanno già ridimensionando e licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile. 

La sfida che dobbiamo affrontare è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di inadempienze che lasciano danni irreversibili. È già chiaro che la risposta deve comportare un significativo aumento del debito pubblico. La perdita di reddito subita dal settore privato – e l’eventuale debito contratto per colmare il divario – deve essere infine assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato. 

Il ruolo dello Stato è proprio quello di redigere il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. (…) . Oggi, invece, è stata causata dal disagio umano della pandemia e dalla chiusura. 

La questione chiave non è se, ma come lo Stato debba fare buon uso del suo bilancio. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a chi perde il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro. Se non lo faremo, usciremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità costantemente inferiori, mentre le famiglie e le aziende faticano a riparare i loro bilanci e a ricostruire il patrimonio netto.

(…)

Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle aziende disposte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo stanno diventando un veicolo di politica pubblica, il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli ulteriori scoperti o prestiti. Né la regolamentazione né le regole collaterali devono ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci delle banche a questo scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette

(…)

Queste aziende potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e di aumentare il debito per mantenere il loro personale in attività. Ma le perdite accumulate rischiano di compromettere la loro capacità di investire in seguito. E, se l’epidemia di virus e i relativi blocchi dovessero durare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito accumulato per mantenere il personale occupato durante quel periodo venisse alla fine cancellato. 

(…)

I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico. (…)

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo shock straordinario. Ha una struttura finanziaria granulare in grado di incanalare fondi verso ogni parte dell’economia che ne ha bisogno. Ha un settore pubblico forte in grado di coordinare una risposta politica rapida. La rapidità è assolutamente essenziale per l’efficacia.

Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti è un racconto ammonitore. 

La velocità del deterioramento dei bilanci privati – causato da una chiusura economica inevitabile e auspicabile – deve essere affrontata con altrettanta rapidità nel dispiegare i bilanci dei governi, nel mobilitare le banche e, come europei, nel sostenersi a vicenda nel perseguimento di quella che è evidentemente una causa comune.

 




Riflessioni quaresimali in diretta streaming con il card. Raymond L. Burke e mons. Nicola Bux

Il Pensiero Cattolico

 

🔔 GIOVEDÌ 26 MARZO, ORE 12.00. 🔔

Diretta Streaming sulla Pagina Il Pensiero Cattolico

#Riflessioni_Quaresimali con Mons Nicola Bux

  ADORA IL SIGNORE DIO TUO, NON LA “MADRE TERRA”. SOLO LUI E’ NOSTRO PADRE

“La chiave di volta del discorso sull’uomo è il confine della sua libertà, da cercare non solo nell’ambito della fede – non avrai altro Dio fuori di me – ma nel cuore e nelle leggi immutabili del diritto naturale.” 🙏

Ospite speciale: S.E.R. Card. Raymond Leo Burke

 

 




La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti aggiorna il decreto del 19 marzo 2020 su Palme e Triduo pasquale

Considerato il rapido evolversi della pandemia da Covid-19 e tenendo conto delle osservazioni pervenute dalle Conferenze Episcopali,  la Congregazione offre un aggiornamento alle indicazioni generali e ai suggerimenti già dati ai Vescovi nel precedente decreto del 19 marzo 2020.

Sala Stampa Vaticana simbolo

 

 

DECRETO

In tempo di Covid-19 (II)

 

Considerato il rapido evolversi della pandemia da Covid-19 e tenendo conto delle osservazioni pervenute dalle Conferenze Episcopali, questa Congregazione offre un aggiornamento alle indicazioni generali e ai suggerimenti già dati ai Vescovi nel precedente decreto del 19 marzo 2020.

Dal momento che la data della Pasqua non può essere trasferita, nei paesi colpiti dalla malattia, dove sono previste restrizioni circa gli assembramenti e i movimenti delle persone, i Vescovi e i Presbiteri celebrino i riti della Settimana Santa senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace.

I fedeli siano avvisati dell’ora d’inizio delle celebrazioni in modo che possano unirsi in preghiera nelle proprie abitazioni. Potranno essere di aiuto i mezzi di comunicazione telematica in diretta, non registrata. In ogni caso rimane importante dedicare un congruo tempo alla preghiera, valorizzando soprattutto la Liturgia Horarum.

Le Conferenze Episcopali e le singole diocesi non manchino di offrire sussidi per aiutare la preghiera familiare e personale.

1 – Domenica della Palme. La Commemorazione dell’Ingresso del Signore a Gerusalemme si celebri all’interno dell’edificio sacro; nelle chiese Cattedrali si adotti la seconda forma prevista dal Messale Romano, nelle chiese Parrocchiali e negli altri luoghi la terza.

2 – Messa crismale. Valutando il caso concreto nei diversi Paesi, le Conferenze Episcopali potranno dare indicazioni circa un eventuale trasferimento ad altra data.

3 – Giovedì Santo. La lavanda dei piedi, già facoltativa, si ometta. Al termine della Messa nella Cena del Signore si ometta anche la processione e il Santissimo Sacramento si custodisca nel tabernacolo. In questo giorno si concede eccezionalmente ai Presbiteri la facoltà di celebrare la Messa senza concorso di popolo, in luogo adatto.

4 – Venerdì Santo. Nella preghiera universale i Vescovi avranno cura di predisporre una speciale intenzione per chi si trova in situazione di smarrimento, i malati, i defunti, (cf. Missale Romanum). L’atto di adorazione alla Croce mediante il bacio sia limitato al solo celebrante.

5 – Veglia Pasquale. Si celebri esclusivamente nelle chiese Cattedrali e Parrocchiali. Per la liturgia battesimale, si mantenga solo il rinnovo delle promesse battesimali (cf. Missale Romanum).

Per i seminari, i collegi sacerdotali, i monasteri e le comunità religiose ci si attenga alle indicazioni del presente Decreto.

Le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale, a giudizio del Vescovo diocesano, potranno essere trasferite in altri giorni convenienti, ad esempio il 14 e 15 settembre.

De mandato Summi Pontificis pro hoc tantum anno 2020.

Dalla Sede della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 25 marzo 2020, solennità dell’Annunciazione del Signore.

Robert Card. Sarah
Prefetto

✠ Arthur Roche
Arcivescovo Segretario

 




La trasmissione di TGR Leonardo del 16/11/2015 di quale virus parlava?

(se il video qui sotto non dovesse caricarsi fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

Da un servizio dell’ANSA: “Scienziati cinesi creano un supervirus polmonare da pipistrelli e topi. Serve solo per motivi di studio ma sono tante le proteste”. Comincia così il servizio del Tg3 Leonardo del 16 novembre 2015; l’introduzione di copertina si conclude con una domanda: “Vale la pena rischiare?”. “E’ un esperimento certo ma preoccupa tanti scienziati – un gruppo di ricercatori cinesi innesta una proteina presa dai pipistrelli sul virus della Sars, la polmonite acuta, ricavato da topi. E ne esce un supervirus che potrebbe colpire l’uomo”.   “Resta chiuso nei laboratori, ovvio. Serve solo per motivi di studio; ma vale la pena correre il rischio, creare una minaccia così grande solo per poterla esaminare”, viene detto in studio dopo la sigla e prima di lanciare il servizio di Maurizio Menicucci. “Vecchio quanto la scienza il dibattito sui rischi della ricerca – viene spiegato nel video – in fondo è il mito di Icaro che cade per avere sfiorato il sole con le ali di cera progettate dal padre Dedalo. Lo rilancia un esperimento realizzato in Cina, dove un gruppo di studiosi è riuscito a sviluppare una chimera, un organismo modificato innestando la proteina superficiale di un coronavirus trovato nei pipistrelli della specie piuttosto comune, detta ‘naso a ferro di cavallo’, su un virus che provoca la Sars, la polmonite acuta, anche se in forma non mortale nei topi si sospettava che la proteina potesse rendere l’ibrido adatto a colpire l’uomo, e l’esperimento lo ha confermato”.

“E’ proprio questa molecola, detta SHCO14 – prosegue il servizio – che permette al coronavirus di attaccarsi alle nostre cellule respiratorie, scatenando la sindrome. Secondo i ricercatori inoltre l’organismo, quello originale, e a maggior ragione quello ingegnerizzato, può contagiare l’uomo direttamente dai pipistrelli, senza passare per una specie intermedia come il topo. Ed è appunto questa eventualità a sollevare molte polemiche. Proprio un anno fa il governo Usa aveva sospeso i finanziamenti alle ricerche che puntavano a rendere i virus più contagiosi ma la moratoria non aveva fermato il lavoro dei cinesi sulla Sars che era già in fase avanzata e si riteneva non così pericoloso; secondo una parte del mondo scientifico infatti non lo è: le probabilità che il virus passi alla nostra specie sarebbero irrilevanti rispetto ai benefici. Un ragionamento che molti altri esperti bocciano. Primo, perché il rapporto tra rischio e beneficio è difficile da valutare, e poi perché specie di questi tempi è più prudente non mettere in circolazione organismi che possano sfuggire o essere sottratti al controllo dei laboratori”.

“L’ultima scemenza e’ la derivazione del coronavirus da un esperimento di laboratorio. Tranquilli, e’ naturale al 100%, purtroppo”. Lo spiega il virologo Roberto Burioni che sui suoi profili social replica alla preoccupazioni nate per la circolazione di un servizio della trasmissione Leonardo dedicato nel 2015 alla nascita di un virus chimera da laboratorio, una vicenda che ha acceso nuove preoccupazioni sull’origine del coronavirus pandemico, smentite gia’ da diversi studi. L’ultimo, ricorda Burioni all’ANSA e’ quello uscito lo scorso 17 marzo su Nature Medicine “nel quale c’e’ scritto che le analisi eseguite mostrano chiaramente che il virus non e’ costruito in laboratorio. Basta con le fake”.

Conte: ‘Ho referenze che non è così’ – “Non ho visto il servizio, ma ho referenze che non è così”. Lo dice il premier Giuseppe Conte rispondendo, mentre lascia l’Aula della Camera, a chi gli chiede dell’ipotesi che coronavirus sia stato creato in laboratorio dopo la diffusione di un servizio del Tg Leonardo del 2015.

Salvini, Conte-Di Maio chiariscano su virus 2015  – “Incredibile!!! Da Tgr Leonardo (Rai Tre) del 16.11.2015 servizio su un supervirus polmonare Coronavirus creato dai cinesi con pipistrelli e topi, pericolosissimo per l’uomo (con annesse preoccupazioni). Dalla Lega interrogazione urgente al presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri”. Lo scrive sulla propria pagina Facebook, il leader della Lega, Matteo Salvini.

Casarin, servizio Tgr Leonardo ripreso da Nature – “Il servizio del 16 novembre 2015 andato in onda nella rubrica “Leonardo” della TgR è tratto da una pubblicazione della rivista Nature”. Lo fa sapere il direttore della testata regionale Rai, Alessandro Casarin, che spiega: “Proprio tre giorni fa la stessa rivista ha chiarito che il virus di cui parla il servizio, creato in laboratorio, non ha alcuna relazione con il virus naturale Covid-19”.

Capua,virus deriva da serbatoio selvatico – “Il Covid-19 è un virus che deriva dal serbatoio selvatico. Non sappiamo ancora quante specie animali abbia colpito prima di arrivare all’uomo. Vorrei dire ai complottisti che il codice a barre, la sequenza, di quel virus di cui si parla nel TgrLeonardo, è parte integrante della pubblicazione”. Lo ha detto al Tg1 delle 20.00 la virologa Ilaria Capua che dirige l’One Health Center of Excellence, all’Università della Florida, in merito alle polemiche nate da un servizio del Tg Leonardo del 2015. La trasmissione parlava di un pericoloso supervirus creato in Cina. “Quindi – ha detto Capua al Tg1 – se il Covid-19 fosse stato vicino a quel virus lì lo avremmo saputo subito il giorno dopo”.

 




A proposito delle “raccomandazioni di etica clinica” della SIAARTI

Ricevo da un caro amico il  comunicato della Unione Giuristi Cattolici Italiani, sezione locale di Genova “Ettore Vernazza”, e volentieri pubblico. Il comunicato si riferisce al documento diffuso dalla SIAARTI intitolato: “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili” nella versione del 6 marzo scorso. Un riferimento alle raccomandazioni la trovate qui. La SIAARTI  è la Società Scientifica degli Anestesisti Rianimatori.

 

Coronavirus e medici

 

Il primo e fondamentale diritto, quello alla vita,

                                                                                                                 non è subordinato ad alcuna restrizione.

                                                                                                                                                                    Papa Francesco                                                                                                                                                                                              

 

Abbiamo letto con grande stupore e ci ha destato estrema apprensione il documento diffuso dalla SIAARTI intitolato: “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”, che definisce i criteri di scelta per l’ammissione alle terapie intensive in seguito alla situazione determinata dal COVID-19.

Scopo dichiarato del documento è:   A) Sollevare i clinici da una parte delle responsabilità nelle scelte;  B) Rendere espliciti i criteri di allocazione delle risorse in una condizione di una loro straordinaria scarsità.

Le raccomandazioni che discendono da queste premesse stabiliscono che:  a) Un aumento straordinario di letti intensivi non garantirebbe cure adeguate ai singoli pazienti e distoglierebbe risorse, attenzione ed energie ai restanti pazienti ricoverati  nelle Terapie Intensive;  b) Può rendersi necessario porre un limite d’età all’ingresso in Terapia Intensiva sulla base del principio di probabilità di sopravvivenza e di anni di vita salvata.

Sorprendono le motivazioni contrarie ad un aumento della dotazione di posti letto, di cui si riconosce la scarsità, in quanto si rivelerebbe di danno sia per i nuovi ingressi che per i pazienti già ricoverati nei reparti di Terapia Intensiva. E’ appena il caso di ricordare che in Italia i posti letto di Terapia Intensiva sono complessivamente 5.090 (8,4 x 100.000 ab.), mentre sono 25.000 in Germania (30 x 100.000 ab.)  equivalenti ad una dotazione superiore di circa tre volte e mezza.

Allorché si fa riferimento ad “una condizione di straordinaria scarsità delle risorse sanitarie” come causa di difficoltà nella loro allocazione occorre tener presente che tale scarsità è conseguenza di scelte della programmazione e della macroallocazione ed è proprio in questa direzione che dovrebbero essere rivolte adeguate “raccomandazioni di etica”. Infatti, per effetto delle continue revisioni al ribasso del finanziamento pubblico della sanità  l’Italia si attesta sotto la media OCSE e precede solo i Paesi dell’Europa orientale.

Stupisce e lascia increduli, quasi nella speranza di una fake news, l’autorizzazione a “porre un limite di età all’ingresso in  Terapia Intensiva sulla base del principio di probabilità di sopravvivenza e di anni di vita salvata”. In questo momento di grande emergenza, comunicati di questo tipo contribuiscono a creare ulteriore sconcerto ed è inammissibile che un documento che subordina l’etica clinica a principi di razionamento venga redatto al di fuori di un Comitato Etico legalmente costituito. Ricordiamo che i principi e le regole a cui il medico deve uniformare la sua condotta professionale sono quelli previsti dal Codice di Deontologia Medica che all’Art.6 stabilisce: “Il Medico persegue l’uso ottimale delle risorse pubbliche e private salvaguardando l’efficacia, la sicurezza e l’umanizzazione dei servizi, contrastando ogni forma di discriminazione nell’accesso alle cure”.  Ricordiamo inoltre l’ Art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo ed interesse della collettività”.  Ricordiamo altresì la legge 833/1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (Art.1 – Principi): “Il SSN è costituito dal complesso dei servizi destinato alla prevenzione, mantenimento e recupero della salute di tutta la popolazione senza distinzioni individuali e sociali  e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del Servizio”.

Siamo consapevoli dell’enorme sforzo e della tensione senza precedenti a cui sono attualmente sottoposti tutti i medici in prima linea, e soprattutto i medici delle Terapie Intensive, per le condizioni in cui svolgono la loro attività e per i gravi rischi ad esse connessi. Sono 14 ad oggi i  caduti, vittime del contagio, medici ospedalieri e medici di medicina generale. Queste doverose considerazioni unite al profondo rispetto per l’attività svolta dai Medici di Terapia Intensiva non possono tuttavia esimerci  dall’esprimere il nostro dissenso più totale dalle “Raccomandazioni” di SIAARTI che vorremmo pensare come dettate da uno stato di grave stress lavorativo, assolutamente comprensibile. Anzi, è proprio il sacrificio quotidiano del personale sanitario a rafforzare il nostro convincimento in difesa del diritto alla salute e della dignità della vita umana, anche di quelle più deboli. Auspichiamo quindi che il Gruppo di Lavoro sia al più presto in grado di ripensare il documento prima che se ne debba vedere l’applicazione, anche da parte di seguaci che si stanno rapidamente apprestando a comparire, e ci si veda costretti a prendere atto delle dolorose conseguenze.

 

Unione Giuristi Cattolici Italiani

      (Unione Locale di Genova “Ettore Vernazza”)

   Il Consiglio Direttivo

 

 




Coronavirus, «forse il più grande peccato del mondo oggi è che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato»

Coronavirus (fonte ANSA)

Coronavirus (fonte ANSA)

 

 

di Gianfranco Amato

 

Non sono pochi gli uomini di Chiesa che in questo momento stanno pregando perché gli scienziati trovino presto un vaccino contro il coronavirus responsabile della pandemica di Covid-19.

Ma se la preghiera si limitasse a questo sarebbe davvero un problema dal punto di vista della fede. Mi faceva notare un sacerdote che se anche la scienza trovasse il vaccino e continuassimo poi a commettere peccati, sorgerebbero altre pandemie peggiori, come ha dimostrato il segreto di Fatima sulla profezia della seconda guerra mondiale.

Il vero problema, forse, è la salvezza della nostra anima, cosa che molti cattolici oggi tendono a dimenticare. Rischiamo davvero di percorrere un binario morto se, come credenti, ci limitassimo a pregare Dio unicamente perché fermi il coronavirus.

Certo, la prima, immediata, istintiva invocazione d’aiuto che il cuore dell’uomo riesce a gridare in una situazione d’emergenza è quella di salvare la vita. È quella di chiedere a Dio che si trovi un modo per fermare la pandemia che sta flagellando il mondo interno. Ma non può essere solo quello. Come ha recentemente ricordato mons. Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, il termine latino “salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso; l’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. Per questo non si deve dimenticare l’importanza di salvare l’anima oltre che il corpo.

E dire che i cristiani conoscono benissimo il monito del loro Maestro: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16, 25-26).

Parafrasando le parole di Gesù Cristo potremmo chiederci cosa serve all’uomo trovare il vaccino contro il coronavirus per salvare il proprio corpo, se poi perde l’anima?

Il punto è che l’uomo moderno ha perso di vista questa prospettiva, perché ha smarrito il senso del peccato.

Lo aveva lucidamente preconizzato uno dei più grandi Papi del XX secolo, Pio XII, quando il 26 ottobre 1946 nel radiomessaggio trasmesso a conclusione del Congresso Catechetico degli Stati Uniti, tenutosi a Boston, annunciò che «forse il più grande peccato del mondo oggi è che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato». (Discorsi e Radiomessaggi, VIII, p. 288). Nel XXI secolo, possiamo tranquillamente dire che quel senso è stato definitivamente perso. L’uomo del nostro tempo vive una sorta di “anestesia della coscienza”. Ha forse ancora un vago senso di colpa, un complesso di colpevolezza ma non è più il senso del peccato. Tutto ciò perché è sparito Dio dall’orizzonte della società

È il peccato, non il coronavirus, a produrre l’unica vera infezione che dobbiamo temere, ossia quella che uccide l’anima. E questa infezione, oggi, si propaga anche attraverso le leggi inique e contrarie ai comandamenti di Dio, che gli uomini ostentano come conquiste della modernità, o attraverso quelli che alcuni clerici amano definire «aggiornamenti pastorali-dottrinali esigiti da una fede al passo con i tempi».

Ecco perché il vero vaccino occorre trovarlo innanzitutto contro le leggi inique, che gridano vendetta al cospetto di Dio, come quelle sull’aborto, sull’eutanasia, sulla fecondazione artificiale, sulle norme per combattere la cosiddetta “omofobia”, sull’ideologia gender.

Se i cristiani non capiscono questo o, peggio, approvano leggi inique, se non sono più capaci di reagire di fronte alle sempre più numerose manifestazioni blasfeme e sacrileghe, se peccano spensieratamente di idolatria, se affermano che non è più peccato mortale il sesto comandamento, come neanche tralasciare il precetto festivo, se ammettono la convivenza more uxorio, il divorzio, se sostengono che non si debba più parlare di peccato, ma solo di “complicazioni”, beh, allora non devono poi stupirsi se Dio risponde loro che non può aiutarli, e se intorno ad essi non resta altro se non quello che il Profeta Daniele definiva l’«abominio della desolazione».

Eppure, i cristiani conoscono il monito di Gesù: «Va e d’ora in poi non peccare più!» (Gv 8, 11).

Se si perde la consapevolezza del peccato, si riduce tutto ad una dimensione materiale, e la morte fisica terrorizza più della morte spirituale. È quello che si vede accadere in questi giorni di pandemia, anche, purtroppo, tra tanti cristiani. Ma se questi non sanno più testimoniare la differenza a cosa servono? Rischiano di diventare come l’evangelico «sale insipido», che non serve a nulla «nisi ut mittatur foras et conculcetur ab hominibus» (Mt 5, 13).

Quando il Figlio dell’Uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede? I cristiani devono avere sempre presente questa domanda, consapevoli dell’immensa responsabilità che essi hanno di tenere viva la fiamma della Verità fino al ritorno di Cristo.

Anni fa, mons. Luigi Giussani ha voluto recuperare gran parte della letteratura cattolica censurata dall’egemonia marxista che dal dopoguerra domina incontrastata il panorama culturale italiano. Giussani convinse la casa editrice BUR ad istituire una Collana denominata I libri dello spirito cristiano. Tra le varie perle ve n’è una che ho letto con piacere: il romanzo Morte, dov’è la tua vittoria? dello scrittore cattolico Henri Daniel-Rops (1901-1965), accademico di Francia. In quel romanzo Daniel-Rops faceva dire a uno dei suoi personaggi, l’abate Pérouze, queste parole: «La sola vita è quella che ci viene dalla lotta per la nostra anima (…). Gli uomini di oggi disprezzano questa verità (…), hanno bandito il peccato dalla loro vita e dai loro libri, e per questo sono finiti in un fiume fangoso in cui, senza saperlo, annaspano e affogano».

Speriamo che tutti, credenti e non, nelle drammatiche circostanze imposte dall’emergenza pandemica del Covid-19, possano recuperare la coscienza della necessità di riconoscersi umilmente peccatori, per poter salvare l’anima prima ancora del corpo.

 




L’immenso contagio e la durezza dei nostri cuori. Segno dei tempi e invito alla conversione?

 

E’ indubbio che questo contagio globale, questa pandemia, sta toccando profondamente il nostro essere, il nostro cuore, le nostre sicurezze, le nostre capacità anche scientifiche di dominare il mondo. E’ naturale che tantissime persone di fede si pongano la domanda se questa drammatica situazione si possa e si debba leggere come un segno di Dio, come un suo ammonimento, andando così oltre la cornice scientifica che riduce il tutto ad un semplice fenomeno naturale, per quanto gigantesco. La situazione è così drammatica che persino atei professi, medici e infermieri, dinanzi alla lancinante esperienza del limite hanno ritrovato la fede in Dio. 

E se questo dramma è inquadrabile nell’alveo dell’ammonimento di Dio, allora la situazione chiama in causa il nostro peccato, il peccato nella Chiesa. A tal proposito, mi viene in mente la celebre frase del drammaturgo statunitense T.S. Eliot, tante volte ripetuta da don Luigi Giussani, che dice: 

 “È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?”

Don Giussani, in una intervista video per i 50 anni di Comunione e Liberazione, rispose: «Tutti e due, tutte e due, perché innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro».

Domanda: E la Chiesa quando ha abbandonato l’umanità?

Don Giussani: «La Chiesa ha cominciato a abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo».

Mons. Nicola Bux, teologo, con questo suo intervento affronta questa domanda di senso che l’angosciante pandemia ci spinge inesorabilmente a porci. 

Data la densità dei contenuti, presento la lectio di Bux sia in video sia per iscritto in modo che possa essere meglio riflettuta e approfondita.

 

(se il video qui sotto non si carica fare il refresch di questa pagina oppure cliccare qui)

 

IL CASTIGO PROVVIDENZIALE CHE CI SALVA

 

di Nicola Bux

 

Limite

Nell’aggravarsi della crisi della civiltà occidentale, si erge il grande interrogativo: Cos’è l’uomo di fronte alla presunzione di superare il proprio stesso limite, combinando le armi della scienza e del diritto? Appare evidente come la chiave di volta del discorso sull’uomo è il confine della sua libertà. Un confine da non circoscrivere all’ambito della fede, ma da ricercare – secondo l’invito di Pascal a vivere “come se Dio esistesse”, rilanciato da Ratzinger ai non credenti – nella verità iscritta nel cuore di ogni uomo e nelle leggi immutabili del diritto naturale. Difendere la persona e la sua autentica libertà, è un imperativo categorico per chiunque abbia a cuore le sorti dell’Occidente e dell’umanità (cfr C.Ruini-G.Quagliariello, Un’altra libertà. Contro i nuovi profeti del paradiso in terra, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.7-9).

Possiamo leggere questo contagio come “un segno dei tempi”, nel senso innanzitutto di ammonimento al mondo: tanti abbracci e tanti rapporti, anche contro natura, dai quali, ora, come pena del contrappasso, bisogna astenersi. Abbiamo sfidato le leggi naturali e commesso i “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”. Che dire dell’infedeltà e dell’indifferenza, di quanti vivono nell’ateismo pratico, e postulano la natura emancipata da Dio! E poi adultèri, aborti, divorzi.  Abbiamo conculcato i diritti di Dio e messo al loro posto quelli dell’uomo. Che cosa sta sotto? Mi allaccio alla conclusione del recente intervento del prof. Stefano Fontana: “Purtroppo la secolarizzazione ci ha abituato a pensare ogni livello come autonomo: la tecnica autonoma dalla scienza, la scienza autonoma dalla politica, la politica autonoma dall’etica, l’etica autonoma dalla religione…Ogni gradino sarebbe in grado di raggiungere autonomamente i propri fini, e sostenere il contrario sarebbe integralismo. Ma il Fine ultimo non è l’ultimo gradino di una scala che semplicemente si aggiunge ai precedenti, esso coincide invece col Principio. Nessun gradino intermedio può farcela da solo: “Senza di me non potete far nulla” (La messa è essenziale per il bene comune, La NBQ 09.03.2020). Mi ha rammentato quanto diceva Don Giussani: Dio c’entra con la matematica. Ebbe ad affermarlo anche Benedetto XVI in un discorso ai giovani della diocesi di Roma. Ritornando al discorso di Fontana, viene in mente un passaggio dibattuto della Gaudium et spes sull’autonomia delle realtà temporali: se con tale espressione “si intende che le cose create non dipendono da Dio, che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora tutti quelli che credono in Dio avvertono quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (36). Si deve applicare questa convinzione alla concezione ecologista oggi diffusa, che il creato vada a ramengo se non interviene l’uomo; questo è contro l’insegnamento della Rivelazione, suffragato da tanti padri e dottori, si pensi solo a Clemente, Atanasio e Tommaso.

 

Ammonimento

 

Ma, questo contagio è anche un ammonimento agli uomini di Chiesa, che, in nome del “cambio di paradigma”, subordinano l’insegnamento di Cristo alla realtà del mondo; dicono di non capire i principi non negoziabili; ritengono l’in-equità e non il peccato, la radice dei mali sociali; hanno permesso la sceneggiata gnostica e neopagana sulla facciata di san Pietro; hanno abbandonato la missione del Vangelo e la necessità della conversione, in favore del dialogo compiacente con le religioni, il Dio cattolico per il Dio unico; hanno presentato Lutero come medicina per la Chiesa; avallato la morale di situazione al posto dei principi morali. In una parola, col cambio di paradigma si sono conformati alla mentalità mondana. In verità, sin dalle origini del cristianesimo, alle comunità cristiane, circondate da costumi non certo sobri, simili agli attuali, non importava scendere a patti con la mentalità corrente. Al contrario, ai Padri, stava a cuore differenziarsi in modo netto dagli atteggiamenti propri del paganesimo. Quel mondo, così lontano dagli ideali evangelici, non è destinatario di comprensione e non va blandito, ma sfidato. Invece, i documenti pastorali parlano spesso di sfide, ma poi non le affrontano e cedono al mondo, al suo pragmatismo. Ma nel recente sinodo, invece di promuovere le vocazioni sacerdotali e il celibato, stavamo varando i viri probati e immaginando nuovi ministeri per la donna, la conversione ecologica invece che quella del cuore, l’economia globale invece di quella della salvezza, una chiesa sinodale invece che quella voluta da Gesù Cristo, gerarchicamente ordinata, fino a mutare le formule sacramentali e il Pater noster, ritenendo che Dio, per il nostro bene, non possa introdurci nella prova.

Il virus ha vanificato tutto. Ora il papa, così preoccupato del pueblo, è rimasto senza popolo; i preti, così inebriati di partecipazione, sono senza fedeli; i fedeli, così abituati alle liturgie comunitarie, soffrono l’abbandono, per non essere stati addestrati all’adorazione, al raccoglimento in ginocchio, alla preghiera personale, fatta nel segreto, dove il Padre solo ci vede. Al tempo dell’asiatica (1969) e del colera (1973) eravamo ancora abituati. In sostanza, abbiamo voluto esaltare il corpo ecclesiale, non preoccupandoci delle singole membra; oggi non sappiamo pregare personalmente; stiamo fisicamente nella liturgia, ma ciascuno né riceve, né dà alcunché. Le chiese sono desolate, fedeli e pastori come esiliati.

Un prelato tedesco disse qualche mese fa, forse inconsapevolmente: “nulla sarà come prima”. Nel dibattito sul sinodo sull’Amazzonia, si sono ridotti il celibato e la liturgia a questioni interne alla Chiesa, dimenticando che essi hanno finalità missionaria, sono rivolti al mondo affinché riceva efficacemente l’annuncio del Vangelo. Abbiamo parlato a iosa di “parola di Dio” e dimenticato di aggiungere che in essa c’è la Rivelazione del Dio vivente. Ci è piaciuto rimuovere il Crocifisso dal centro delle nostre chiese, ancor più il tabernacolo del Santissimo, e sostituirli frettolosamente col Risorto e con la sede del celebrante. Sicuramente, dopo questa piaga, per chi avrà occhi per vedere, orecchi per udire, cuore per pensare, nella Chiesa e nel mondo nulla sarà come prima. Il Signore ha mostrato altre vie!

 

Duecento anni?

 

Sembra una piaga d’Egitto che colpisce anche gli innocenti; sembra in azione l’angelo sterminatore dell’Esodo che fa morire e fa vivere; sembra la grande tribolazione di Daniele. Questo contagio è preconciliare: sta spiazzando la Chiesa e la sta riportando molto più indietro dei duecento anni paventati dal card. Martini: la sta sospingendo nell’ambito assegnatole dal suo Fondatore, che ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita! Chi vive e crede in me non morirà in eterno”. Un terreno abbandonato dalla catechesi moderna in favore del ‘sociale’: quello dei Novissimi. Proprio le prediche di questo tempo – i celebri quaresimali – avevano il compito di affrontarli ogni anno, perché l’uomo ogni giorno si trova dinanzi alla morte e al giudizio, all’inferno e al paradiso, speriamo almeno al purgatorio. Nelle chiese c’erano sette altari e anche più, per permettere ai sacerdoti di offrire numerosi il santo Sacrificio eucaristico per la remissione dei peccati. Prima di questa emergenza, molti ritenevano che la Messa privata o “senza popolo” fosse, se non invalida, almeno illegittima come sostenevano alcuni fautori del movimento liturgico: un pensiero diffusosi dopo il Concilio Vaticano II, anche a motivo di talune deformazioni della concelebrazione, ancora non chiarite. Eppure, tanto Pio XII nella Mediator Dei, quanto Paolo VI nella Mysterium fidei, hanno sostenuto la validità di quella Messa e la sua piena legittimità: «ogni Messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa, la quale nel sacrificio che offre, ha imparato ad offrire sé medesima come sacrificio universale, applicando per la salute del mondo intero l’unica e infinita virtù redentrice del sacrificio della Croce» (Mysterium fidei, § 33). Tutto nasceva dall’equivoco circa la natura della Messa, quale preghiera pubblica della Chiesa e si sosteneva che “pubblica” significasse partecipata dal popolo. Per cui, Messe private o senza popolo, non erano più ritenute ammissibili.

Il regno di Dio è sotto il segno della beatitudine, ma la Rivelazione parla di castighi divini finalizzati a riconciliare con Dio ogni creatura: “il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito. L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio” (Ps 81, 12-13). Una riflessione seria su questo passo ed altri simili della Sacra Scrittura, non potrebbe diventare una parola vera dei Pastori al Popolo di Dio? Un vero è proprio invito alla conversione? Forse sarebbe il caso di dire, ad esempio, che in questo mondo costruito dall’uomo senza voler ascoltare Dio, anzi lasciandolo completamente fuori, ora dobbiamo fare i conti con la durezza del nostro cuore… Questo andava premesso, dai pastori che nella Chiesa hanno munus di insegnamento, alle disposizioni circa le celebrazioni in tempi ordinari o eccezionali come al presente, ove si sta sopportando una pena non lieve. Non ci si deve fermare agli aspetti giuridici, chiudendo le chiese come se fossero uffici pubblici, perché esse sono come cliniche dello spirito. I grandi papi e vescovi invece hanno difeso con fermezza i diritti della Chiesa. Ha scritto il card. Burke: “Dobbiamo insistere affinché le norme dello Stato, anche per il bene dello Stato, riconoscano l’importanza distinta dei luoghi di culto, soprattutto in tempi di crisi nazionale e internazionale. In passato, infatti, i governi hanno compreso soprattutto l’importanza della fede, della preghiera e del culto del popolo per superare una pestilenza.”(Messaggio del 23 Marzo 2020). Invece, è la santa Chiesa che giudica la storia e non viceversa, perché tutto ciò che accade nella storia è permesso da Dio che è giustizia infinita e misericordia infinita.

 

Rivelazione

 

Nel gergo corrente si applica, spesso a sproposito, a persone ed eventi: “è un castigo di Dio”, “è un’ira di Dio’. Applichiamolo ora alla pandemia: come considerarla? Questo è un castigo di Dio, nel senso di castus, “puro”, e ago, “fare”: rendere puro? E’ un fatto che siamo come bimbi in castigo e…con la museruola (la mascherina, ndr). Perché si fa fatica ad accettare che Dio castiga? Eppure sin dal tempo dei greci e dei romani, arrivando al secolo scorso, si facevano le processioni e si formulavano i voti perché cessasse il castigo. Oggi, la parola “castigo”, suscita scandalo persino tra gli ecclesiastici, perché si è dimenticato che, all’origine della storia del mondo, dopo l’amore, ci sono il peccato, l’ira e il giudizio. E’ vero che, in Gesù Cristo, noi adoriamo il mistero dell’amore divino che con pazienza e misericordia, ottiene la conversione del peccatore; ma, l’ignoranza, la peste, la fame, la guerra, la sofferenza, la morte, rivelano all’uomo la sua situazione di peccatore, la conseguenza del castigo; infine, Dio mostra il suo volto che giudica e salva, come spesso invocano i salmi: “Mostraci il tuo volto e saremo salvi”. Dunque il castigo è segno del peccato, perché fa comprendere che ci siamo separati da Dio (cfr Rom 8,20); il castigo è anche frutto del peccato, perciò è lo sbarramento opposto al peccato e può risolversi in condanna per gli uni e in conversione per gli altri (cfr Lc 15,14-20). Cristo ha conosciuto il castigo, non a causa dei peccati che aveva commesso, ma di quelli degli uomini che egli toglie e porta su di sé. Dunque, il castigo è rivelazione di Dio! Chi non accoglie la grazia della visita divina, urta contro la santità di Dio e si scontra con Dio stesso (cfr Lc 19,41-44); così, dice il profeta: “Allora saprete che io sono Jahve” (Ez 11,10; 15,7). E Gesù: “Chi crede nel figlio ha la vita eterna, chi non obbedisce al figlio…vedrà l’ira di Dio incombere su di lui”(Gv 3,36). Il castigo, essendo rivelazione, è eseguito dal Verbo (cfr Sap 18,14 s; Ap 19,11-16). Proprio dinanzi a Gesù Cristo crocifisso assume le sue vere dimensioni (cfr Gv 8,28). Cristo è stato castigato al posto nostro e per la nostra salvezza.

 

Correzione

 

Ora, il sacrificio di Cristo chiede la nostra conversione, la nostra correzione: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio” (Eb 12,5-6). Torniamo a guardare a Cristo e al nostro peccato. Anche noi dobbiamo portare la croce e compiere ciò che manca alla sua passione (Col 1,24): dobbiamo sopportare la pena (poenam tenere), la penitenza che ci mette in castigo. Il castigo rivela le profondità del cuore di Dio: la sua gelosia, la sua ira, la sua vendetta nei confronti dei suoi nemici, la sua giustizia, la sua volontà di perdono, la sua misericordia, infine il suo amore incalzante. L’educazione della libertà dell’uomo non può compiersi senza correzione (cfr 1 Cor 11,32; Gal 3,23 s). Per l’uomo carnale, il castigo è giudizio di condanna, per l’uomo spirituale, il castigo è espiazione in Cristo, e il giudizio è giustificazione. Dirà san Tommaso, che il castigo va visto come medicina o come punizione.

Dunque, a confronto con la Rivelazione, senza dubbio l’attuale pandemia è un castigo di Dio perché i diritti di Dio sono stati conculcati. Direbbero i Profeti: ci siamo allontanati da Dio, commettendo quello che è male ai suoi occhi, anche dentro la Chiesa. Osserva ancora il card. Burke: “Siamo testimoni, anche all’interno della Chiesa, di un paganesimo che adora la natura e la terra. C’è chi, all’interno della Chiesa, si riferisce alla terra come a nostra madre, come se venissimo dalla terra, e la terra fosse la nostra salvezza” (Ivi). Abbiamo ceduto all’idolatria – contro il primo comandamento, il peccato più grave – mettendoci in ginocchio davanti a cumuli di terra e venerando statuette idolatriche persino nella basilica di san Pietro; abbiamo trasformato le chiese in bivacchi e in trattorie, quando avevamo strutture ben più adatte per ospitare poveri e migranti; abbiamo dimenticato a cosa serva una chiesa e perché la si dedichi con rito solenne; abbiamo compiuto abusi, profanazioni nella sacra liturgia e deformazioni insopportabili, insulti e irriverenze, siamo arrivati a dire che la grazia di Dio possa coesistere con situazione di peccato abituale, autorizzando Comunioni sacrileghe a peccatori impenitenti. La liturgia è divenuta, come dice Isaia, un imparaticcio di usi umani (cfr 29,13). Abbiamo seminato confusione tra il popolo di Dio, con la coesistenza dei due papi e favorito la consegna dei fedeli alle autorità civili di stati atei come la Cina. Risuona il monito di Paolo VI: l’autodemolizione della Chiesa. L’ateismo e la perdita della fede hanno preso dimora tra gli uomini di Chiesa, come ha detto il card. Müller?

 

Supplica

 

E’ un caso che questa epidemia sia scoppiata in Italia all’inizio della Quaresima? E perché in modo così virulento proprio da noi? La liturgia quaresimale considera la penitenza del corpo come medicina dell’anima. Vuol dire che anche oggi la grazia divina è a portata di mano! E’ il tempo favorevole per annunciare la salvezza di Gesù Cristo, che consiste nella preziosità dell’anima rispetto al guadagno dell’intero mondo. La Chiesa Romana, nelle sue preghiere pubbliche per fugare le pestilenze, le epidemie, la mortalità diffusa, nell’ultima orazione, prega Dio di rimuoverle perché i mortali capiscano che tali flagelli vengono dalla Sua indignazione e possono cessare per la Sua miserazione: Miserere nostri, Domine! Miserere nostri. Possiamo dire con la liturgia quaresimale: Grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore, cancella i nostri debiti a gloria del tuo nome. Nel segreto dell’anima prostriamoci e imploriamo la divina clemenza, dall’ira del giudizio liberaci…Perdona i nostri errori, sana le nostre ferite, guidaci con la tua grazia alla vittoria pasquale.

L’ora della giustizia è arrivata inattesa, dopo quella della misericordia? Si deve sperare di no e, finché c’è tempo, supplicare: “Per la Sua dolorosa Passione abbi misericordia di noi e del mondo intero.” Per questo preghiamo il Signore affinché il suo Arcangelo rinfoderi quanto prima la spada. Eleviamo suppliche come incenso alla gloria del Signore:” Per la gloria del tuo nome, Dio onnipotente, vieni a liberarci. Donaci tempo per la penitenza.”

Siamo in un castigo provvidenziale che darà i suoi frutti, ma dobbiamo fare un atto di dolore perché peccando abbiamo meritato i Suoi castighi e molto più perché abbiamo offeso Lui infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Proponiamo col Suo santo aiuto di non offenderlo mai più, facciamo solenni voti e la pandemia si allontanerà. Non abbiamo paura ma timore di Dio, sì: esso ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Lui; timore di offendere Lui nostro Padre, perché noi siamo suoi figli, e sotto il suo sguardo ogni giorno viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (cfr At 17,28). Principio della sapienza è il timore del Signore e se desideriamo la sapienza osserviamo i Comandamenti: nella certezza che Gesù mantiene la sua promessa: Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Perché ci sarà sempre un resto che resiste, attorno ai santi, con Maria e il suo cuore immacolato.

Sembra che Egli ci dica: “Pastori e Ministri del Suo Corpo Mistico, abbiate occhi per vedere la rovina in corso e orecchi per sentire il «Lamento di Dio», affinché non vi capiti di essere tacciati come quei ragazzi della piazza ai quali diremo: «Abbiamo suonato e non avete ballato, abbiamo cantato lamenti e non avete pianto!». Dio elargisce i suoi doni, ma lascia sempre e comunque al singolo individuo la responsabilità della risposta!

 

 




A proposito di guerre e di diritto internazionale

lotta greco romana

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Lunedì sera il TG Uno ha ricordato che nell’antica Grecia durante le Olimpiadi venivano sospese tutte le guerre (tra greci). 

Verissimo, ma le Olimpiadi nell’antica Grecia non erano, come sono per noi oggi, semplici manifestazioni sportive, bensì manifestazioni religiose durante le quali l’oicumene ellenica ritrovava la sua unità nella celebrazione dei morti antichi eroi, tutelari della stirpe. 

Non si concepiva l’ateismo, e la religione era valore e bene costitutivo dello stato. Se si tenesse presente questo tanti fraintendimenti di prospettive storiche e falsi giudizi dovuti a ignoranza si eviterebbero.

Nessuno però ricorda – non sia mai! – che nel Medioevo fu la Chiesa a imporre regole che limitassero i conflitti solo a certi periodi dell’anno e fuori di essi restavano assolutamente proibiti. 

Nelle quali poi non doveva venir coinvolta la popolazione e venir tutelati i poveri, le donne, gli orfani. Come pure beni e fondi che servivano di elementare sostentamento. Tali erano i mulini, le viti delle vigne, ecc.

Del resto la cavalleria medievale fu ispirata dalla Chiesa per dare ideali ai cavalieri erranti, cadetti di famiglie nobili che rimasti senza eredità vivevano di avventure e violenze. Come spesso accade, nell’assegnare l’eredità si tendeva a privilegiare possibilmente il primo figlio maschio per non disperdere il patrimonio di famiglia.     

Le guerre dei popoli e la conseguente imposizione della leva obbligatoria furono un “regalo” della rivoluzione francese e della modernità laicista, allorché si separò la politica dalla morale secondo i principi di Machiavelli nel Principe. 

All’assolutismo monarchico successe l’assolutismo dei “repubblicani” stati laici e si fecero essi stessi fonte della morale: stato etico, appunto assoluto, la legge generale scritta che prevale sulla coscienza. 

Nessuno ricorda, non si può, che il diritto internazionale venne elaborato nell’Università di Salamanca della Spagna cattolica per rispondere ai problemi morali che ponevano alla coscienza cristiana le popolazioni conosciute con le recenti scoperte geografiche.

 




“L’Italia si è sempre trovata un passo indietro rispetto alla traiettoria letale del virus”

Veramente chiara questa analisi fatta da Jason Horowitz, Emma Bubola e Elisabetta Povoledo per il New York Times sullo scoppio della crisi da coronavirus in Italia, individuandone chiaramente le cause. I giornalisti dicono che l’esempio italiano dimostra che le misure per isolare le aree colpite e limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente. E’ un avvertimento per tutti gli altri paesi se non vogliono ritrovarsi con la stessa crisi che sta fronteggiando l’Italia.

Il New York Times è un giornale americano liberal, cioè di ispirazione progressista.

Ecco ampi stralci dell’articolo. 

 

coronavirus medici paziente

 

Mentre i contagi da coronavirus in Italia raggiungevano i 400 casi e i decessi superavano la decina, il leader del Partito Democratico, al governo, pubblicava una sua foto mentre brindava durante “un aperitivo a Milano”, esortando i suoi concittadini: “non perdiamo le nostre abitudini”.

Era il 27 febbraio. Nemmeno 10 giorni dopo, quando il numero dei contagi era salito a 5.883 e quello dei morti a 233, il leader del partito, Nicola Zingaretti, pubblicava un nuovo video, questa volta informando l’Italia che anche lui era stato contagiato dal virus.

L’Italia presenta, attualmente, un quadro di quasi 50.000 (63.927 al 23 marzo, ndr) contagiati e oltre 4.000 decessi (6.077 al 23 marzo, ndr), 627 registrati solo lo scorso venerdì. Ha superato la Cina come Paese con il più alto numero di decessi, diventando l’epicentro di una pandemia in continua evoluzione.

Il governo ha inviato l’esercito per far rispettare il blocco in Lombardia, la regione al centro dell’epidemia, dove ormai si fatica a trovare posto per i corpi delle vittime. Venerdì notte, le autorità hanno rafforzato le misure restrittive nazionali, chiudendo i parchi e vietando le attività all’aperto, tra cui le passeggiate e il jogging, se non in stretta prossimità della propria abitazione

(…)

L'aperitivo di Zingaretti

L’aperitivo di Zingaretti

 

La tragedia che l’Italia sta vivendo rappresenta un monito per gli altri Paesi europei e per gli Stati Uniti, dove il virus sta arrivando con la stessa velocità. Se l’esperienza italiana ha qualcosa da insegnare è che le misure per isolare le aree colpite e per limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente.

Nonostante siano state attuate alcune delle misure più restrittive al mondo, all’inizio del contagio, il momento chiave, le autorità italiane annaspavano tra queste stesse misure, cercando di salvaguardare le libertà civili fondamentali e l’economia del Paese.

Nei suoi tentativi di interrompere il contagio, adottati uno per volta, (isolando prima le città, poi le regioni, quindi chiudendo il Paese in un blocco intenzionalmente permeabile) l’Italia si è sempre trovata un passo indietro rispetto alla traiettoria letale del virus.

(…)

Alcuni esponenti politici si sono inizialmente dati all’ottimismo, riluttanti ad adottare decisioni dolorose in anticipo e hanno di fatto concesso al virus il tempo di nutrirsi di tale indulgenza.

I governi d’oltralpe rischiano ora di seguire la stessa strada, reiterando errori noti e ripetendo disastri simili. A differenza dell’Italia, che ha navigato in quello che era un mare inesplorato per una democrazia occidentale, altri governi hanno ora meno scuse.

(…)

Ma andando a ripercorrere le loro azioni si possono notare alcune opportunità mancate e critici passi falsi.

Nei primi fondamentali giorni dell’epidemia, Conte e altri alti funzionari hanno cercato di minimizzare la minaccia, creando confusione e un falso senso di sicurezza che ha permesso al virus di diffondersi.

Un affollato wine bar a Milano alla fine di febbraio.Credit...Andrea Mantovani per The New York Times

Un affollato wine bar a Milano alla fine di febbraio.Credit…Andrea Mantovani per The New York Times

In molti hanno affermato che l’elevato numero di contagi in Italia fosse attribuibile alle massicce campagne di test su soggetti asintomatici nel nord, sostenendo che questi servissero solo a generare isteria e a macchiare l’immagine del Paese all’estero.

Anche dopo aver deciso di ricorrere a un blocco generale per sconfiggere il virus, il governo italiano non è riuscito a comunicare l’entità della minaccia con una forza sufficiente a convincere gli italiani a rispettare le norme, formulate in modo da lasciare grande spazio ai fraintendimenti.

(…)

Ricciardi, membro del consiglio dell’Organizzazione mondiale della sanità e consigliere di punta del ministero della salute, ha tuttavia riconosciuto che il Ministro della Salute aveva faticato a convincere i suoi colleghi di governo ad agire più rapidamente e che le difficoltà create dalla divisione dei poteri tra Roma e le Regioni hanno frammentato la catena di comando e dato vita a messaggi incoerenti.

“In tempi di guerra, come un’epidemia”, questo sistema ha presentato gravi problemi, ha detto, probabilmente ritardando l’imposizione di misure restrittive.

“Le avrei fatte 10 giorni prima, questa è l’unica differenza”.

 

Non potrebbe mai accadere qui

 

Per il coronavirus, 10 giorni possono essere una vita.

Il 21 gennaio, mentre alti funzionari cinesi avvertivano che nascondere i casi di contagio da virus avrebbe “inchiodato i responsabili al pilastro della vergogna per l’eternità”, il Ministro della Cultura e del Turismo italiano ha ospitato una delegazione cinese per un concerto all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia per inaugurare l’Anno della cultura e del turismo Italia-Cina.

(…)

Zampa, sottosegretaria di Stato alla Salute, ha detto, (…) che  l’Italia ha guardato all’esempio della Cina non come un monito pratico, ma come a un “film di fantascienza che non ci riguardava”. Quando il virus è esploso, l’Europa e gli Stati Uniti, ha dichiarato, “hanno guardato noi come noi avevamo guardato alla Cina”.

Già a gennaio, alcuni governatori di destra hanno provato a spingere il Premier Conte, loro ex alleato e ora avversario politico, a mettere in quarantena gli alunni delle regioni settentrionali di ritorno dalle vacanze in Cina, una misura finalizzata a proteggere le scuole.

Molti esponenti di sinistra hanno criticato la proposta come un allarmismo di matrice populista. Conte ha rifiutato l’iniziativa e ha risposto che i governatori del nord dovevano fidarsi del giudizio delle autorità incaricate dell’istruzione e della salute che, ha affermato, non avevano proposto tali misure.

Conte ha però anche dimostrato di prendere sul serio la minaccia del contagio e il 30 gennaio ha bloccato tutti i voli da e verso la Cina.

“Siamo il primo Paese che adotta una misura cautelativa di questo genere”, ha affermato.

(…)

Ma mentre Conte elogiava nuovamente l’Italia per la sua fermezza, ha anche cercato di minimizzare il contagio, attribuendo l’elevato numero di persone infette ai test troppo zelanti della Lombardia.

“Siamo sempre stati in prima linea in con i controlli più rigorosi e più accurati”, ha detto in televisione, aggiungendo che il numero elevato di contagi in Italia era probabilmente dovuto al fatto che “noi facciamo molti più controlli.”

Il giorno successivo, quando i contagi hanno superato quota 200, i decessi erano già sette e la borsa è crollata, il Primo Ministro Conte e i suoi tecnici hanno rilanciato.

Il premier ha incolpato l’ospedale di Codogno per la diffusione, affermando che aveva gestito le cose in un modo “non del tutto proprio” e ha accusato la Lombardia e il Veneto di aver gonfiato il problema divergendo dalle linee guida internazionali e sottoponendo a test anche persone asintomatiche.

Mentre i funzionari lombardi si affrettavano a liberare i letti degli ospedali e il numero di persone contagiate saliva a 309 con 11 decessi, il 25 febbraio Conte ha dichiarato che “l’Italia è un Paese sicuro, e forse molto più sicuro di tanti altri”.

Venerdì, gli stretti collaboratori di Conte hanno concesso un’intervista al premier a condizione che potesse rispondere alle domande per iscritto. Una volta inviate le domande, tra cui ve ne erano alcune in merito alle prime dichiarazioni del Primo Ministro, si sono rifiutati di rispondere.

 

Messaggi contrastanti seminano confusione

 

Le rassicurazioni dei leader hanno confuso la popolazione italiana.

LUIGI Di Maio

Il 27 febbraio, mentre Zingaretti pubblicava la foto dell’aperitivo, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ex leader del Movimento 5 Stelle, ha tenuto una conferenza stampa a Roma.

“Siamo passati in Italia da un rischio epidemia a un’infodemia”, ha dichiarato Di Maio, denigrando la copertura mediatica che aveva messo in evidenza la minaccia del contagio e aggiungendo che solo lo “0,089%” della popolazione italiana era stata messa in quarantena.

A Milano, a pochi chilometri dal centro dell’epidemia, il sindaco Beppe Sala ha pubblicizzato la campagna “Milano non si ferma” e il Duomo, simbolo della città e attrazione turistica, è stato riaperto al pubblico. La gente è uscita per le strade.

Beppe Sala “Milano non si ferma”

(se il video non si carica fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

Ma al sesto piano della sede del governo regionale a Milano, Giacomo Grasselli, coordinatore delle unità di terapia intensiva in tutta la Lombardia, ha visto aumentare i numeri e si è rapidamente reso conto del fatto che sarebbe stato impossibile curare tutti i malati se i contagi fossero continuati ad aumentare.

(…)

Un epidemiologo ha mostrato le curve del contagio. Il sistema sanitario della regione, di indubbia efficienza, stava andando incontro a una situazione catastrofica.

“Dobbiamo fare qualcosa di più”, ha detto Grasselli ai presenti.

Fontana, che aveva già chiesto al governo centrale di intraprendere azioni più dure, ha concordato, affermando che i messaggi contrastanti di Roma avevano indotto gli italiani a credere “che fosse tutto uno scherzo, spingendoli a continuare a vivere come prima”.

Il presidente della Lombardia ha affermato di aver richiesto misure più restrittive a livello nazionale durante comunicazioni in videoconferenza con il Primo Ministro e con altri presidenti regionali, sostenendo che un numero crescente di casi avrebbe messo a rischio di collasso il sistema ospedaliero nel nord, aggiungendo che le sue richieste erano state ripetutamente disattese.

“Erano convinti che la situazione fosse meno grave e non volevano danneggiare troppo la nostra economia”, ha affermato Fontana.

(…)

In una conferenza stampa a sorpresa alle ore 2:00 del mattino dell’8 marzo, quando 7.375 persone erano già risultate positive al test del coronavirus e 366 erano decedute, Conte ha annunciato la straordinaria decisione di limitare gli spostamenti per circa un quarto della popolazione italiana nelle regioni settentrionali, locomotiva economica del paese.

“Siamo di fronte a un’emergenza”, ha detto Conte. “Un’emergenza nazionale”.

Giuseppe Conte

Una bozza del decreto, fatta trapelare ai media italiani sabato notte, ha spinto molti milanesi a correre in massa alla stazione nel tentativo di abbandonare la regione, causando quella che molti, in seguito, hanno considerato come una pericolosa ondata di contagio verso il sud.

Il giorno seguente, la maggior parte degli italiani era ancora confusa sulla severità delle restrizioni.

(…)

Nel frattempo, alcuni governatori regionali hanno ordinato autonomamente alle persone provenienti dall’area appena chiusa di mettersi in quarantena. Altri non lo hanno fatto.

(…)

Il giorno dopo, il 9 marzo, quando i casi positivi hanno raggiunto quota 9.172 e il bilancio dei decessi è salito a 463, Conte ha inasprito le restrizioni estendendole su scala nazionale.

Ma a quel punto, dicono alcuni esperti, era già troppo tardi.

 

Esperimenti locali

 

L’Italia sta ancora scontando il prezzo dei primi messaggi contrastanti trasmessi da esperti e politici. Il numero impressionante di decessi comunicato negli ultimi giorni (oltre 1.500 negli ultimi tre giorni) riguarda persone contagiate durante la confusione di una o due settimane fa.

(…)

Il governo ha fatto leva sull’unità nazionale per far rispettare le misure restrittive emanate. Sabato, tuttavia, centinaia di sindaci delle aree più colpite hanno fatto presente al governo che le misure varate fino a quel momento risultavano drammaticamente insufficienti.

I leader del nord hanno chiesto provvedimenti ancora più restrittivi da parte del governo.

Venerdì, Fontana si è lamentato del fatto che i 114 soldati mandati in Lombardia dal governo fossero un numero insignificante e che avrebbero dovuto inviarne almeno 1.000. Sabato il presidente della regione ha disposto la chiusura degli uffici pubblici, dei cantieri, e ha vietato il jogging. In un’intervista ha dichiarato che il governo dovrebbe smettere di scherzare e “applicare misure rigide”.

“La mia idea è che se avessimo chiuso tutto all’inizio, per due settimane, probabilmente ora staremmo cantando vittoria”, ha dichiarato.

Il suo alleato politico, Luca Zaia, Presidente del Veneto, ha anticipato il governo nazionale con il suo giro di vite, e ha affermato che Roma dovesse imporre “un isolamento più drastico”, che includesse la chiusura di tutti i negozi.

“Le passeggiate dovrebbero essere vietate”, ha affermato.

coronavirus barella sigillata

Zaia gode di una certa credibilità sull’argomento. Mentre si sono moltiplicati in tutto il Paese, i nuovi contagi si sono notevolmente ridotti a Vò, una cittadina con una popolazione di circa 3.000 persone che è stata una delle prime a essere sottoposta alla quarantena e che ha registrato il primo decesso a causa del coronavirus in Italia.

Alcuni esperti del governo hanno attribuito tale inversione di tendenza alla rigorosa quarantena durata due settimane. Zaia aveva anche disposto lì dei test a tampone diffusi, in contrasto con le linee guida internazionali e del governo, che sostiene che sottoporre a test le persone asintomatiche rappresenti una perdita di risorse.

“Almeno rallenta la velocità del virus”, ha affermato Zaia, sostenendo che i test abbiano aiutato a identificare persone potenzialmente contagiose ma asintomatiche. “E il rallentamento della velocità del virus permette agli ospedali di respirare”.

In caso contrario, lo sconvolgente numero di pazienti farebbe collassare i sistemi sanitari e causerebbe una catastrofe a livello nazionale.

Gli americani e gli altri, ha detto, “devono essere pronti”.

 

 




Sul papa, i vescovi e le decisioni prese durante la pandemia da coronavirus

Una riflessione di John L. Allen Jr. sull’infuocato dibattito che in queste due settimane di diffusione del coronavirus ha acceso gli animi sulla  decisione dei vescovi di sospendere le messe o addirittura chiudere alcune chiese. L’articolo è stato pubblicato su Crux Now

Eccolo nella mia traduzione. 

 

Papa Francesco via del Corso a Roma

Papa Francesco via del Corso a Roma il 15.03.2020

 

Si spera che nessuno si metta consapevolmente in testa di trarre un vantaggio da una pandemia globale che, finora, ha causato più di 10.000 morti e ha lasciato alcune città del nord Italia ad ammucchiare cadaveri perché hanno esaurito la capacità di seppellire i loro morti.

Eppure non ha senso fingere che non ci sia il rischio che la discussione sulla risposta della Chiesa al coronavirus non possa essere trascinata nella stessa dinamica ideologica che domina tanto altro nella conversazione cattolica di questi tempi. La situazione si presenta in forma particolarmente acuta in questo momento in Italia, che ha rivendicato il primato mondiale in termini di mortalità da coronavirus, ma stiamo cominciando a vederla anche nella discussione in lingua anglosassone.

Prima di tutto, facciamo uno schizzo dei termini del dibattito.

Da un lato, l’imperativo urgente di salute pubblica è quello di limitare la diffusione della malattia impedendo le assemblee pubbliche, minimizzando i contatti personali, rimanendo in casa e chiudendo i luoghi dove la gente potrebbe essere tentata di riunirsi. Molte diocesi e conferenze episcopali hanno risposto con misure come la sospensione delle messe pubbliche e la chiusura di almeno alcune chiese al pubblico.

D’altra parte, c’è la convinzione altrettanto persuasiva che i tempi di crisi sono quelli in cui la gente ha più bisogno della Chiesa, e che la salute spirituale è tanto importante quanto quella fisica. Inoltre, c’è un’autentica preoccupazione pastorale su come la gente potrebbe sentirsi quando questa crisi sarà passata, se la percezione è che la Chiesa è stata assente ingiustificata.

All’inizio, i tentativi italiani di trovare il giusto equilibrio non sono stati particolarmente politici.

Quando i vescovi italiani hanno deciso per la prima volta di sospendere le Messe pubbliche all’inizio di marzo, il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi l’ha definita “un forte segno di paura, così come l’omogeneizzazione della Chiesa con le istituzioni civili”. Lo storico della Chiesa Alberto Melloni ha detto che è stato un esempio di “troppa pigrizia burocratica”, mentre il famoso monaco ecumenico Enzo Bianchi ha dichiarato: “Un cristiano non sospende la liturgia!”

Riccardi, Melloni e Bianchi sono tutti personaggi ampiamente considerati di centro-sinistra per quanto riguarda il punto di vista politico, quindi non si è trattato di un tambureggiare di destra, anche se i conservatori qui hanno dato voce a molte delle stesse preoccupazioni.

In parte, questo può essere dovuto al fatto che lo stesso Papa Francesco ha tentato di infilare l’ago in modo abbastanza artistico.

Egli raccomanda abitualmente alla gente di osservare le restrizioni imposte dal governo e spesso include preghiere per le autorità civili nella sua messa quotidiana in streameng, dicendo che devono fare scelte difficili e che possono sentirsi “incompresi”.

Allo stesso tempo, è stato Francesco a convincere la Diocesi di Roma a riaprire le chiese parrocchiali per le visite private meno di un giorno dopo l’annuncio della chiusura da parte del cardinale Angelo De Donatis (qui il giornalista non è preciso, anzi è fuorviante, leggere qui, ndr)È stato anche il segretario personale di Francesco, un sacerdote cattolico copto di nome padre Yoannis Lahzi Gaid, a scrivere nel fine settimana un emozionante messaggio sui social media, avvertendo che quando la crisi sarà finita, la gente abbandonerà la Chiesa se si sentirà abbandonata dalla Chiesa.

È stato Francesco che, durante il suo discorso all’Angelus di domenica scorsa (l’altra, ndr), ha detto: “In tempi di pandemia, [i sacerdoti] non devono essere il don Abbondio della situazione”, un riferimento al romanzo più celebre d’Italia, I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Abbondio incarna il vile chierico che si ritirò durante un’epidemia di peste del XVI secolo; come lo definisce Manzoni, Abbondio era “un vaso di argilla tra i vasi di ferro”.

Con il passare del tempo, però, l’argomento contro la chiusura è stato sempre più portato da voci conservatrici, spesso con un margine anti-papale.

Il giornalista conservatore italiano Camillo Langone ha pubblicato un aspro verdetto dopo che Papa Francesco domenica scorsa (l’altra, ndr) ha lasciato il Vaticano senza preavviso per visitare la Basilica di Santa Maria Maggiore, per pregare davanti alla famosa immagine di Maria, Salus Populi Romani, e la Chiesa di San Marcello, per pregare davanti a un crocifisso miracoloso a cui si attribuisce il merito di aver salvato Roma durante lo scoppio della peste nel 1522.

“La solitudine di quest’uomo vestito di bianco in via del Corso … rappresentava simbolicamente la dissoluzione, quasi l’evaporazione, del cattolicesimo, che è una religione e, come tale, vive di riti collettivi”, ha detto Langone.

Evidentemente avrebbe preferito vedere il papa guidare una massiccia processione penitenziale, portando il suo popolo a implorare la misericordia di Dio, piuttosto che camminare da solo per una strada vuota in conformità con il “distanziamento sociale” che fa parte del regime anti-coronavirus.

Langone ha anche affermato di non vedere alcuna somiglianza tra Papa Francesco e San Carlo Borromeo, il leggendario Arcivescovo di Milano che guidò il suo popolo in processioni a piedi nudi durante la peste descritta dal Manzoni.

“Quando l’emergenza sarà finita, non so come tutto potrà tornare come prima”, ha detto. “Come si può tornare a credere nell’acqua santa o nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, se queste cose sono state portate via in fretta e furia, considerandole non salvifiche ma piuttosto pericolose?”

Roberto de Mattei, storico italiano e tradizionalista cattolico, che è stato un critico coerente di Francesco, ha scritto un saggio sulla leadership del Borromeo durante la peste. Non ha mai menzionato il papa o l’odierno gruppo di vescovi, ma un confronto poco lusinghiero era chiaramente implicito.

Nel frattempo in inglese, il redattore di First Things, Rusty Reno, in un recente saggio ha sostenuto che le Chiese dovrebbero rimanere aperte nel mezzo della crisi, insistendo: “La semplice sospensione dei sacramenti suggerisce che la Chiesa vive in accordo con le priorità del mondo”.

L’opposizione a tali sentimenti è stata guidata soprattutto da noti commentatori liberali e da alleati di Papa Francesco come Massimo Faggioli, che ha pubblicato il seguente tweet in risposta a un annuncio del vescovo Richard Strickland di Tyler, Texas, che dava istruzioni ai sacerdoti di continuare a offrire adorazione e confessione nonostante il consiglio di rimanere a casa.

 

Don Scott Holmer, parroco del Maryland, confessa per le strade per il coronavirus - foto tratta da Facebook

Don Scott Holmer, parroco del Maryland, confessa per le strade per il coronavirus – foto tratta da Facebook

 

“Una delle lezioni non apprese dalla crisi degli abusi sessuali: La Chiesa non deve essere percepita come una minaccia per la salute pubblica”, scrive Faggioli.

Anche il biografo papale Austen Ivereigh ha pubblicato un tweet critico su Reno.

Senza dubbio, sono coloro che esortano la Chiesa a continuare la sua attività, a prescindere da ciò che può attingere dai ricchi precedenti storici, compresi i periodi di peste.

Come ha scritto recentemente la medievalista canadese Danièle Cybulskie: “Durante la peste nera del 1347 (e degli anni successivi), i sacerdoti si trovarono di fronte al compito di entrare nelle camere degli ammalati, sapendo di dover affrontare un nemico invisibile che molto probabilmente li avrebbe uccisi in breve tempo. Migliaia di sacerdoti fecero comunque quei passi, rischiando la vita per dare speranza e conforto a chi soffriva e aveva paura”.

Nel suo libro del 2005 The Great Mortality, lo storico John Kelly stima che il tasso di mortalità tra i sacerdoti durante la peste nera si aggirava tra il 42 e il 45 per cento, ovvero circa 15 punti in più rispetto alla popolazione generale. Così tanti morirono che, con il passare del tempo, sempre meno sacerdoti erano disponibili, e Papa Clemente VI fu costretto a concedere una remissione generale dei peccati per tutte le vittime della peste che morivano senza un sacerdote che li assistesse.

C’è molto da dire per una tale disponibilità al sacrificio, radicata nella tradizione cattolica e nell’ansia pastorale di non lasciare le persone sole. Ma ci sono anche risposte altrettanto concrete, basate sull’urgenza di contenere la pandemia e di salvare vite umane. È giusto chiedersi quali scelte avrebbero potuto fare i sacerdoti settecento anni fa se avessero capito meglio la natura delle malattie virali e si fossero resi conto che la loro presenza avrebbe potuto mettere a repentaglio non solo la propria salute, ma anche quella degli altri.

È necessario un confronto serio su ciò che la santità, l’eroismo e la presenza pastorale richiedono in questo momento, informato dai migliori consigli scientifici e medici e dalla migliore tradizione della Chiesa.

Perché questo esercizio sia produttivo, però, si spera che non venga contagiato da un contagio tanto virulento nel nostro tempo quanto lo stesso coronavirus, l’arma ideologica di qualsiasi cosa, compresa la peste.

 

 




Sette tattiche da ricordare se siete preoccupati per l’epidemia

Tutti stiamo vivendo un tempo difficile. Tutti siamo preoccupati per noi, per i nostri cari, per il nostro lavoro, per il nostro futuro. Farsi travolgere dalla preoccupazione può essere molto facile. Ma un cristiano sa di essere Figlio di Dio e che tutto quanto accade è senz’altro per un Bene maggiore nonostante i nostri cuori siano spaventati.

Longenecker ci invita a trovare il giusto equilibrio con alcuni consigli spirituali con questo articolo sul suo blog. Ve lo presentiamo tradotto da Annarosa Rossetto.

 

medico malattia bambino preoccupazione ansia

 

Di fronte alla pandemia di coronavirus, è naturale provare paura. Gran parte della paura è paura dell’ignoto. E il virus è davvero nuovo, ancora si sta cercando di capire il più possibile al riguardo. Oltre alla paura dell’ignoto proviamo la paura della malattia, la paura del collasso sociale ed economico, la paura della morte nostra e dei nostri cari.

Ecco alcune pratiche tattiche spirituali da mettere in atto di fronte alla paura:

Primo: leggere i salmi. I salmi sono l’esternazione delle nostre emozioni a Dio. Ci sono tutte le emozioni: paura e frustrazione, rabbia e desiderio di vendetta, gioia e lode, dolore e consolazione. Ecco alcuni salmi che aiutano ad alleviare l’ansia: ne ho messo qualche brano. Usate i link per andare al salmo completo.

 

Salmo 121

1 Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?

2 Il mio aiuto viene dal Signore,
che ha fatto cielo e terra.

3 Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.

4 Non si addormenterà, non prenderà sonno,
il custode d’Israele.

5 Il Signore è il tuo custode,
il Signore è come ombra che ti copre,
e sta alla tua destra.

6 Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

7 Il Signore ti proteggerà da ogni male,
egli proteggerà la tua vita.

8 Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

 

 

Salmo 27

1 Il Signore è la mia luce e la mia salvezza;

di chi dovrò aver paura?

Il Signore è la roccaforte a della mia vita;

di chi dovrò avere paura?

 

2 Quando i malfattori mi assalgono

a mangiare la mia carne,

i miei avversari e nemici,

sono loro che inciampano e cadono.

 

3 Sebbene un esercito si accampi contro di me,

il mio cuore non deve temere;

sebbene la guerra insorga contro di me,

eppure b sarò fiducioso.

 

 

Salmo 62

2 Solo in Dio riposa l’anima mia;
da lui la mia salvezza.

3 Lui solo è mia rupe e mia salvezza,
mia roccia di difesa: non potrò vacillare.

 

Salmo 91 – Questo salmo menziona proprio la protezione di Dio dalla “pestilenza mortale”

1 Tu che abiti al riparo dell’Altissimo
e dimori all’ombra dell’Onnipotente,

2 dì al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio, in cui confido”.

3 Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
dalla peste che distrugge.
4 Ti coprirà con le sue penne
sotto le sue ali troverai rifugio.

5 La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;
non temerai i terrori della notte
né la freccia che vola di giorno,

6 la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.

 

Secondo – Ricordare che Dio non promette di liberarci da tutti i problemi, ma promette di camminare con noi mentre li attraversiamo. Non dimenticare il Salmo 23: “Se dovessi camminare in una valle oscura (attraverso la valle dell’ombra della morte nel testo in Inglese, n.d.t.), non temerei alcun male, perché tu sei con me”.

Terzo: razionare le notizie ed evitare voci incontrollate. Quando si tratta di cose nuove e ignote è naturale nutrire la paura ascoltando voci allarmistiche e farsi così prendere dal panico. Non neghiamo la realtà della pandemia e prendiamo tutte le precauzioni prudenti per evitare la malattia e aiutare a contenerne la diffusione, ma se scopriamo di continuare a leggere le notizie più volte e di andar dietro a tutte le voci in circolazione è meglio smetterla subito. Controlliamo su fonti di notizie affidabili una volta al giorno, e poi continuiamo con la nostra vita.

Quarto: fare quello che si può fare, pregare e non preoccuparsi. Viviamo la vita e godiamo la vita, prendendo tutte le precauzioni necessarie e seguendo il consiglio degli esperti.

Quinto: prendersi cura degli altri. Tenete d’occhio come stanno gli anziani della vostra famiglia e i vostri amici di una certa età, scoprite cosa stanno facendo la vostra parrocchia e la vostra comunità per aiutarli e partecipate se potete. Questo non solo farà del bene, vi aiuterà a preoccuparvi meno!

Sesto: pregare e fare sacrifici per chi soffre, per chi è turbato, per gli operatori sanitari e perché Dio ci risparmi il peggio di questa pandemia. Mentre lo fate, mettetevi nelle mani di Dio con la preghiera della croce e la preghiera che si dice ogni sera nella Compieta: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”.

Settimo: avendo riposto la vostra fiducia nel Signore, ricordate queste parole di San Paolo ai Romani:

Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.  E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

… e se l’amore perfetto di Dio è stato riversato nei nostri cuori, ricordate anche che “L’amore perfetto scaccia la paura”. (I Gv 4:18)

 




Pablo Domínguez Prieto. L’entusiasmo di un uomo che ha incontrato il Signore

Pablo Domínguez Prieto

Pablo Domínguez Prieto

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Vorrei consigliarvi la lettura di un libro a me molto caro, che ho più volte consigliato ai miei amici e ai clienti in libreria. Si tratta degli esercizi spirituali che Pablo Domínguez predicò alle monache cistercensi di Tulebras (piccolo paesino a Sud della Navarra) dall’11 al 15 febbraio del 2009. Una sorta di testamento spirituale se consideriamo che il sacerdote morì il giorno dopo la fine di questo ritiro. Morì alle tre del pomeriggio del 15 di febbraio 2009 mentre scendeva dal Moncayo (montagna in provincia di Zaragoza). Il libro originale è in lingua spagnola (Hasta la cumbre), pubblicato a Madrid (da Ediciones San Pablo) nel 2009, anno in cui il Signore chiamò don Pablo in cielo. Nel 2014 grazie alla gestione e alla traduzione dell’amico don Santiago Rolón, sacerdote argentino della diocesi di Roma, il libro è stato pubblicato in Italia dalle edizioni San Paolo.

Ogni 15 febbraio, diversi sacerdoti di Madrid che hanno conosciuto don Pablo assieme ad alcuni amici e parenti, si riuniscono ai piedi del Moncayo per celebrare la Messa sulla pietra dove è stato ritrovato il suo corpo.

Molti hanno conosciuto la figura di Pablo Domínguez attraverso il film-documentario “L’ultima cima“, diretto dal regista spagnolo Juan Manuel Cotelo che ha ottenuto un grande successo anche in Italia. Il film presenta la figura di un sacerdote carismatico, una figura esemplare, una persona affabile e gioiosa, dotata di un grande senso dell’umorismo, ben voluta e amata da tutti.

Ma per conoscere meglio la figura di Pablo Domínguez ascoltare le sue parola; è dunque necessario leggere questo libro che fa trapelare la fede sincera, l’entusiasmo trasparente e la gioia contagiosa di un uomo che ha conosciuto Cristo, che ha avuto una esperienza di Lui nella sua vita. Non si tratta dunque di una lezione di teologia, non un indottrinamento, ma di un uomo che parla a partire dalla sua esperienza e non dai suoi studi (eppure era un docente di logica, di teologia e di filosofia molto preparato).

In fondo non farò altro che parlare a voce alta della mia personale esperienza di Dio. Pertanto, eviteremo qualsiasi teorizzazione, qualsiasi espressione che sia puramente intellettuale, anche se useremo la ragione.

        P. Domínguez, Fino alla cima, p. 19.

Difficile rendere con le parole ciò che voglio dire, ma credo che questo sacerdote e il suo messaggio (non altro che il messaggio del Vangelo tramesso con sincerità e gioia, senza pomposità, senza artificialità e senza devozionismi) vadano conosciuti. Siamo in molti a sperare che presto l’Archidiocesi di Madrid apra il suo processo di beatificazione, certi che Pablo goda già della presenza di Dio e che dal cielo, da quella cima verso la quale tante volte si è faticosamente “arrampicato”, intercede per noi. «Pablo è vivo e lo sentiremo vicino a noi» affermava dopo la sua morte mons. Demetrio Fernández, vescovo di Tarazona. Nell’omelia pronunciata in occasione del funerale di Pablo, il card. Antonio María Rouco disse: «Anche lui, a imitazione del Maestro, ha diffuso il buon odore di Cristo nello studio e nell’insegnamento, nel dedicarsi ai giovani, nell’attenzione spirituale e nella consegna generosa di se». Entusiasmo, desiderio di annunciare Cristo e dono di sé, queste le caratteristiche fondamentali del suo apostolato. Così lo ricordano le monache cistercensi:

 

La sua morte lasciò un segno così come lo lasciò la sua vita. […] Non gli interessava mettersi in mostra ma solo annunciare Cristo. Ci ha detto cose profonde, con tanta passione e tanta allegria, che molte sorelle hanno vissuto un rinnovato entusiasmo interiore.

In modo particolare ci fece ridere il giorno in cui affrontò il tema della morte: alcune sorelle commentavano un po’ meravigliate che nessuno avesse mai parlato loro di questo argomento in un simile modo. Così ci incoraggiò a desiderare ciò che sta oltre la morte: la vita eterna.

…Era un uomo di Dio. Lui era la sua passione e di Lui parlava appassionatamente. Il suo desiderio era annunciare Gesù Cristo. «Non c’è cosa più bella che predicare» diceva. Tutta la sua persona lasciava trasparire che viveva quello che predicava.

Sorella Pilar German, Monastero N.S. della Carità di Tulebras.

 

Pablo, che fu anche professore itinerante nei seminari Redemptoris Mater (nel libro parla della sua esperienza al seminario di Takamatsu), era convinto che i monasteri di clausura fossero le “colonne” che sostengono la Chiesa perché, affermava, «quelli che sono in prima linea nella battaglia, nell’azione, hanno bisogno di quelli che sono in prima linea nella battaglia della preghiera». Per questo incoraggiava le monache ad essere vere missionarie, a vivere radicalmente la fede, affermando che «al giorno d’oggi potremmo dire che la crisi della fede debba essere risolta con la radicalizzazione dei monasteri».