L’amministratore di Twitter sta pianificando un allargamento della censura di diversi account della sua piattaforma social.

L’amministratore delegato di Twitter Jack Dorsey è stato ripreso in un video che è trapelato, e che potete vedere nell’articolo, mentre pianificava di aumentare la censura di diversi account Twitter.

Di seguito un articolo di Dorothy Cummings McLean, pubblicato su Lifesitenews. Eccolo nbella mia traduzione. 

 

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L’amministratore delegato di Twitter Jack Dorsey è stato ripreso mentre pianificava di censurare diversi account Twitter. 

Il filmato del miliardario della Big Tech è stato fatto trapelare da un addetto ai lavori di Twitter a Project Veritas del giornalista indipendente James O’Keefe, ed è stato ritwittato ieri da Donald Trump, Jr. 

Nel video, a quanto pare catturato l’8 gennaio, il barbuto Dorsey spiega che Twitter intende fare un “full retro” (completa retromarcia, ndr) che “richiederà un po’ di tempo”. 

“Siamo concentrati su un solo account in questo momento”, ha detto l’amministratore delegato, il che ha portato Project Veritas a supporre che intendesse quello del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. 

“Ma questo sarà più grande di un solo account, e andrà avanti molto più a lungo di questo giorno, questa settimana, e delle prossime settimane e andrà oltre l’inaugurazione [presidenziale]” ha continuato Dorsey, scuotendo la testa.  

L’amministratore delegato ha dichiarato esplicitamente che Twitter sta facendo del “movimento” intorno alla teoria della cospirazione, o coloro che credono nella teoria della cospirazione, nota come “Q Anon”. Ha anche indicato che questo era solo un esempio di materiale per la censura.

“Le mosse che stiamo facendo oggi contro il Q Anon, per esempio, [sono] un esempio di un approccio molto più ampio che dovremmo guardare e approfondire”, ha detto Dorsey. 

Ha chiamato la proposta più ampia censura  “il quadro generale” prima di riflettere sulle divisioni nella società americana. Dorsey sembra credere che Twitter sia una sorta di forza di pace online, con il compito di proteggere “l’integrità” del dibattito pubblico. 

“Lo sapete, gli Stati Uniti sono estremamente divisi”, ha detto. 

“La nostra piattaforma lo sta dimostrando ogni giorno, e il nostro ruolo è quello di proteggere l’integrità di questa conversazione, e fare ciò che possiamo per assicurarci che nessuno si faccia male sulla base di questo”.

Dopo aver presentato il filmato, O’Keefe ha detto ai telespettatori che più di una dozzina di persone si sono fatte avanti con prove video dall’interno di Twitter. 

Un addetto stampa di Project Veritas non ha confermato quanti informatori di Twitter si sono fatti avanti, ma ha assicurato a LifeSiteNews che altre informazioni interne su Twitter stanno “uscendo”.

Nei suoi più recenti Tweet, pubblicati il 14 gennaio, Jack Dorsey ha scritto di non essere orgoglioso di bannare il presidente Trump da Twitter.

“Credo che questa sia stata la decisione giusta per Twitter”, ha continuato. 

“Ci siamo trovati di fronte a una circostanza straordinaria e insostenibile, che ci ha costretti a concentrare tutte le nostre azioni sulla sicurezza pubblica. Il danno offline causato dai discorsi online è palesemente reale, e ciò che guida la nostra politica e soprattutto la nostra applicazione”.

Ma Dorsey ha ammesso che la messa al bando di Trump ha “ramificazioni reali e significative”. Ha aggiunto che un bannaggio (sospensione) è un “fallimento da parte nostra nel promuovere conversazioni sane”.

“Dover intraprendere queste azioni manda in frantumi la conversazione pubblica”, ha scritto. 

“Ci dividono. Limitano il potenziale di chiarimento, di riscatto e di apprendimento. E creano un precedente che ritengo pericoloso: il potere che un individuo o una società ha su una parte della conversazione pubblica globale”.

L’amministratore delegato di Twitter si è poi presentato come un sostenitore della libertà di internet, suggerendo che la scelta di una società di social media di censurare “ciò che ha trovato pericoloso” è stato “distruttivo per il nobile scopo di un internet aperto”.

“Un’azienda che prende una decisione commerciale per moderare se stessa è diversa da un governo che rimuove l’accesso, ma si percepisce come molto simile”, ha detto. 

Twitter è stato recentemente messo sotto tiro per aver pubblicato tweet pornografici di e-celebrità “onlyfans” e per aver continuato a dare una piattaforma a Pornhub, nonostante Mastercard e Visa abbiano recentemente bloccato i pagamenti al sito per aver ospitato video pedopornografici illegali e stupri.

Twitter ha bannato definitivamente l’account del Presidente Donald Trump l’8 gennaio, a seguito di azioni simili [intraprese] da parte di Facebook e Instagram. Twitter aveva temporaneamente sospeso l’account di Trump il 6 gennaio. 

Twitter è stato lanciato nel luglio 2006 e conta oltre 300 milioni di utenti mensili. Secondo statistica.com, le entrate di Twitter hanno superato i 936,23 milioni di dollari nel terzo trimestre del 2020. Tuttavia, le quote di Twitter, come quelle di altri giganti dei social media che hanno censurato il Presidente degli Stati Uniti, sono diminuite da quando è stato sospeso l’account di Trump. 

 

 




Padre James Martin dice che le critiche sull’aborto di vescovi e sacerdoti a Biden hanno contribuito ai disordini di Capitol Hill

Per il gesuita padre James Martin, le critiche dei leader cattolici, compresi vescovi e sacerdoti, alla posizione del presidente eletto Joe Biden sull’aborto hanno contribuito a creare le condizioni per la rivolta del 6 gennaio in Campidoglio.

Ne parla un articolo scritto dallo staff del Catholic News Agency, che vi presento nella mia traduzione. 

 

Padre Jame Martin, gesuita
Padre Jame Martin, gesuita

 

Il vescovo Richard Stika di Nashville ha espresso scetticismo verso il recente saggio di padre James Martin, secondo il quale le critiche dei leader cattolici alla posizione del presidente eletto Joe Biden sull’aborto hanno contribuito a creare le condizioni per la rivolta del 6 gennaio in Campidoglio.

Il saggio di Martin, “How Catholic Leaders Helped Give Give Rise to Violence at the U.S. Capitol” (“Come i leader cattolici hanno contribuito a dare origine alla violenza nel Campidoglio degli Stati Uniti”, ndr), è stato pubblicato il 12 gennaio sul sito web della rivista America dei gesuiti americani, dove Martin è il redattore capo.

Martin ha raccolto i commenti di vari vescovi e sacerdoti che criticano la posizione di Biden sull’aborto e si chiedono se un cattolico possa votare per lui. Sebbene queste critiche andassero dal rispettoso all’incendiario, Martin ha sostenuto che la loro critica “non riflette adeguatamente l’insegnamento della Chiesa” e ha inviato il messaggio che l’elezione è stata “una battaglia quasi apocalittica tra il bene e il male”.

Il sacerdote ha suggerito che “forse questi commenti stavano contribuendo ai disordini della nazione”.

Stika ha risposto alle critiche di Martin ai suoi commenti su Biden.

“Non mi scuso per il tweet, poiché sono d’accordo con la (Conferenza dei vescovi cattolici statunitensi) secondo cui l’aborto è il problema principale di questi tempi”, ha detto Stika su Twitter il 13 gennaio. “Al signor Biden piace parlare della sua fede cattolica. Forse dovrebbe rendersi conto che l’aborto è una questione di diritti umani, nonché l’abuso finale dei bambini. Forse mi è sfuggito qualcosa nell’articolo che riguarda l’aborto come questione preminente”.

La disputa segue le violenze e i disordini della scorsa settimana in Campidoglio da parte dei sostenitori pro-Trump, che hanno portato a diverse morti e decine di agenti di polizia feriti. I procuratori sembrano avere un sospettato in custodia legato a due ordigni esplosivi lasciati nelle rispettive sedi dei principali partiti politici.

In un lungo saggio, Martin ha cercato di collegare i disordini ai critici dell’aborto. Ha affermato che c’è stata “una diffusa diffamazione personale dei candidati da parte dei leader (anche vescovi e sacerdoti, ndr) cattolici” nel periodo che ha preceduto le violenze al Campidoglio degli Stati Uniti. Ha fatto i nomi di varie figure prima di citare i commenti del vescovo Stika su Twitter del 21 agosto.

“Non capisco come il signor Biden possa affermare di essere un cattolico buono e fedele, visto che nega così tanto dell’insegnamento della Chiesa, soprattutto per quanto riguarda l’ abuso assoluto dei bambini e le violazioni dei diritti umani dei più innocenti, i non ancora nati”, ha detto Stika in un tweet.

“E loda anche la sua vice che ha dimostrato più volte nelle udienze del Senato di essere una bigotta anticattolica”, ha detto il vescovo anche su Twitter, in un possibile riferimento al controverso interrogatorio del vicepresidente entrante Kamala Harris sui candidati cattolici alla giustizia che erano membri dei Cavalieri di Colombo.

Il resto del commento di Stika su Twitter, che non è stato citato da Martin, concludeva: “Che tristezza per questa squadra. Ma anche, non ho mai pensato che l’attuale presidente fosse così favorevole alla vita, ma è anche antiabortista, oltre che utile per la libertà religiosa”.

Dopo aver citato Stika, Martin ha subito citato un tweet cancellato e infiammatorio di padre Frank Pavone, direttore nazionale di Priests for Life e già membro del gruppo Catholics for Trump.

“Perché i sostenitori di questo perdente (imprecazione cancellata) Biden e del suo partito democratico moralmente corrotto, che odia l’America e odia Dio non riescono dire una cosa (imprecazione cancellata) a sostegno del loro candidato perdente senza usare la parola Trump? ” Aveva detto Pavone.

Pavone ha suscitato notevoli polemiche per la sua campagna a nome di Donald Trump. Ha usato in un video i resti conservati di un bambino non ancora nato per cercare di raccogliere sostegno per Trump prima delle elezioni del 2016.

Martin ha sostenuto che “la diffamazione personale da parte dei membri del clero provoca inevitabilmente una mancanza di rispetto da parte dei fedeli, rendendo più facile per coloro che si trovano nelle panche ribellarsi al governo e ai leader civili”. Ha affermato che “un numero allarmante di ecclesiastici cattolici ha contribuito a creare un ambiente che ha portato ai fatali disordini in Campidoglio. Ironia della sorte, i sacerdoti e i vescovi che si considerano a favore della vita hanno contribuito a creare un ambiente pieno di odio che ha portato al caos, alla violenza e, in ultima analisi, alla morte”.

Sebbene il presidente eletto Biden sia stato un sostenitore di lunga data di alcune restrizioni sull’aborto, ha cambiato il suo punto di vista a sostegno delle leggi permissive sull’aborto e dei finanziamenti federali per l’aborto durante le primarie democratiche del 2020. Si è vantato della massima considerazione ricevuta dal gruppo pro-aborto NARAL Pro-Choice America. La sua piattaforma per la campagna 2020 ha chiesto la codificazione di Roe contro Wade (la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia degli USA che introdusse l’aborto, ndr) come legge federale.

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Il saggio di Martin ha criticato i sacerdoti che hanno goduto di una certa popolarità su internet come padre James Altman della diocesi di LaCrosse. Il video virale di Altman su YouTube “You Cannot be a Catholic and a Democrat” ha raccolto circa 1,2 milioni di visualizzazioni prima delle elezioni. Il video ha suscitato alcune critiche da parte del vescovo locale del sacerdote, il vescovo di LaCrosse William Patrick Callahan, ma è stato raccomandato dal vescovo Joseph Strickland di Tyler, Texas.

Tra gli altri oggetti di critica di Martin c’era anche il commento del cardinale Raymond Burke, secondo cui Biden era coinvolto in “un male grave e immorale che è fonte di scandalo”. Martin ha anche citato la domanda del vescovo Thomas Daly di Spokane che chiedeva come un cattolico possa votare per “un candidato come Biden” se “l’aborto è un male intrinseco”.

Il sacerdote ha anche citato le affermazioni dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, il controverso ex nunzio apostolico degli Stati Uniti, che ha definito Biden “un burattino manipolato dall’élite, un burattino nelle mani di persone assetate di potere e disposte a fare di tutto per espanderlo”.

Martin ha detto che tali esempi hanno portato alla violenza e meritano una correzione.

“Vescovi e sacerdoti devono capire gli effetti reali di un linguaggio così sprezzante e persino disumanizzante. I vescovi e i sacerdoti cattolici sono fatti per insegnare la moralità, ma non per giudicare gli altri (come Gesù ha detto chiaramente) o per trattare le persone con un tale disprezzo. L’effetto del mondo reale di questo tipo di linguaggio è stato rivelato in Campidoglio il 6 gennaio”, ha detto Martin.

“L’errore per il quale i leader cattolici (si riferisce sempre anche a vescovi e sacerdoti, ndr) dovrebbero essere corretti, l’errore per il quale la Chiesa ora ha bisogno di pentirsi, non è semplicemente proiettare questa elezione in termini di bene e di male; è fingere che le vere questioni del bene e del male possano essere semplificate al punto che le risposte violente, anche gli atti di terrorismo domestico, diventino pensabili e poi vengano compiuti”, ha detto.

Le proteste del 6 gennaio hanno attirato un gran numero di sostenitori di Trump, che hanno iniziato alla Casa Bianca e si sono trasferiti in Campidoglio.

Non è ancora chiaro fino a che punto sia stata pianificata l’incursione in Campidoglio, e continua il dibattito sull’adeguata preparazione delle forze dell’ordine e del personale di sicurezza.

Le rivolte in Campidoglio includevano i devoti di QAnon, una teoria di cospirazione marginale che vede il presidente Trump come un salvatore che libererà il Paese da una potente cabala democratica cannibale del traffico sessuale. Alcuni rivoltosi sfoggiavano abiti antisemiti, e almeno uno portava una bandiera confederata.

I procuratori hanno intentato decine di cause contro i partecipanti più visibili, molti dei quali hanno pubblicato le loro gesta sui social media. Le accuse includono l’ingresso violento e contenuti disordinati, anche se i funzionari del Dipartimento di Giustizia dicono che queste potrebbero essere sostituite da accuse più gravi, come riporta il Wall Street Journal.

Le accuse di cospirazione sediziosa sono all’esame e i funzionari stanno indagando fino a che punto il disordine sia stato pianificato da alcuni rivoltosi, compresi quelli con addestramento militare.

Uno degli accusati, il settantenne Lonnie Coffman, è accusato di 17 reati. A quanto sembra, ha portato 11 cocktail Molotov e un deposito di armi nel suo pickup che comprendeva una pistola, un fucile, un fucile a pompa, caricatori di grande capacità, centinaia di munizioni, una balestra, una pistola a scarica elettrica, diversi machete e un dispositivo antifumo. I pubblici ministeri sembrano collegarlo a due ordigni esplosivi lasciati presso la sede del Partito democratico e del Partito repubblicano.

Tra gli arrestati vi sono il nuotatore olimpionico Klete Keller, medaglia d’oro, che è accusato opposizione alle forze dell’ordine, di essere entrato in un edificio ad accesso limitato senza permesso e di “ingresso violento e comportamento disordinato in Campidoglio”.

Prima della rivolta, il presidente Donald Trump si è rifiutato di concedere l’elezione e ha dichiarato che era stata rubata. I critici di Trump hanno affermato che la violenza in Campidoglio è stata un’insurrezione istigata dal presidente.

Qualcuno può dubitare che il calcolo morale proposto da alcuni leader cristiani, inclusi preti e vescovi cattolici, definito nel linguaggio del puro bene contro il puro male, abbia contribuito alla presenza di così tanti rivoltosi che brandivano simboli apertamente cristiani mentre eseguivano la loro violenza?” Martin ha chiesto nel suo saggio.

Il 2020 ha visto una quantità significativa di disordini civili, tra cui proteste talvolta violente contro la brutalità della polizia, il razzismo sistemico e le restrizioni del coronavirus.

C’è stata anche un’ondata di vandalismo contro le chiese cattoliche e i personaggi cattolici, tra cui San Junipero Serra.

 

 




La linea cellulare HEK 293 e il dott. Alex van der Eb.

feto
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di Giuliana Ruggieri

 

La linea cellulare HEK293 inizialmente è stata prodotta nel 1973 dal gruppo di ricerca di Alex van der Eb a Leida (Paesi Bassi) dalle celle embrionali umane fetali normali del rene, o più probabilmente surrene (HEK sta per Human Embryonic Kidney) . Queste linee cellulari sono state create con la tecnica della trasfezione che prevede il trasferimento di materiale genetico, utilizzando come vettore l’adenovirus 5, nel cromosoma 19 del genoma delle cellule fetali. Il nome 293 viene dal fatto che tale linea cellulare è stata ottenuta con l’esperimento n.  293 di Frank Graham.

Graham ha lavorato nel laboratorio dello scienziato olandese Dr. Alex van der Eb, dove ha sviluppato un nuovo metodo chiamato trasfezione di fosfato di calcio per introdurre il DNA nelle cellule eucariotiche. Utilizzando questa tecnica, è stato in grado di generare la linea cellulare chiamata HEK 293, che contiene ed esprime i “geni trasformatori “dell’Adenovirus 5 umano (Ad5).

Al suo ritorno in Canada, il dottor Graham ha continuato a caratterizzare la linea cellulare HEK 293 e, in collaborazione con i suoi studenti e colleghi della McMaster University, l’ha utilizzata nello sviluppo di numerosi vettori virali basati su Ad5 per il trasferimento genico e di potenziali vaccini virali ricombinanti. Sia le cellule HEK 293 che i reagenti per la costruzione di vettori Ad sono stati ampiamente distribuiti dal dottor Graham alla comunità scientifica per studi sulla terapia genica e lo sviluppo di vaccini.

E’ da un unico aborto (purtroppo) sono derivati tutti questi esperimenti.. In un articolo  The Ethics of HEK 293 Alvin Wong, M.D. Natl Cathol Bioeth Autumn 2006;6(3):473-95. doi: 10.5840/ncbq20066331 si indaga su come siano state ottenute queste cellule embrionali, sicuramente da un aborto provocato.

Un documento di Alvin Wong, M.D., pubblicamente disponibile (leggi qui), registra lo svolgimento di una riunione nel mese di maggio 2001 della U.S. Food and Drug Administration (FDA) Vaccines, in cui si indaga sulla linea cellulare HEK 293 e le linee cellulari fetali PER.C6. In quella occasione il dottor Alex van der Eb, dichiara:

“ll materiale era il seguente: rene di feto con una storia familiare sconosciuta, ottenuto nel 1972. Non si sa più la data precisa. Il feto, per quanto mi ricordo, era completamente normale. Non c’era niente che non andasse. Non so bene le ragioni di quell’aborto. Probabilmente lo sapevo a quel tempo, ma ho perso tutte queste informazioni ” (A. van der Eb, testimony before the Vaccines and Related Biological Products Advisory Committee, May 16, 2001, FDA Center for Biologics Evalution and Research meetingtranscript, 81, http://www.fda.gov/ohrms/dockets/ac/01/transcripts/3750t1_01.pdf.)

Lo stesso autore scrive che il Dr. van der Eb, dell’Università di Leiden, gli ha confermato che i documenti relativi alle origini di HEK 293 sono andati effettivamente perduti, in linea con la sua dichiarazione alla FDA (messaggio e-mail, 27 ottobre 2003).

Tutto questo per correttezza riguardo l’articolo pubblicato ieri (qui). Non ci sono centinaia di aborti dietro alla linea cellulare HEK 293, pur rimanendo ferma la condanna di questo tipo di ricerche.

L’uso dei vaccini in questione — in caso di pericolo grave per la salute e in assenza di alternative — non comporta e non deve comportare in alcun modo un’approvazione morale (COOPERAZIONE FORMALE) dell’utilizzo di linee cellulari provenienti da feti abortiti. Esso va interpretato come una COOPERAZIONE MATERIALE PASSIVA, REMOTA, moralmente giustificata come EXTREMA RATIO in accordo con i documenti della Chiesa e la morale cattolica.

Per la stessa ragione, è inoltre doveroso invitare a cercare vie alternative di ricerca (cfr lettera a Stephen Hahn, commissario della U.S. Food and Drug Administration, qui e lettera a Justin Trudeau, primo ministro canadese (qui) inviate nell’aprile e nel maggio del 2020 da alcune personalità del mondo religioso e scientifico statunitense e canadese), sebbene l’esistenza di brevetti scientifici e le ingenti somme di denaro investito per produrre determinate linee cellulari rendano altamente improbabile la realizzazione di tale richiesta.




Il Covid-19 è stato prodotto e diffuso dal laboratorio di Wuhan. Il team del presidente Trump annuncia di avere prove schiaccianti.

Si tratta di una tesi già sostenuta, con dovizia di argomentazioni tecniche, dallo scienziato italoamericano di fama internazionale Joseph Tritto, che l’ha resa pubblica nel saggio “Cina Covid 19 – La chimera che ha cambiato il mondo”, uscito in Italia lo scorso 4 agosto (rif. qui)

Il Segretario di Stato uscente Mike Pompeo ha annunciato un intervento clamoroso.

Ce ne parla David Rose su Mail Online nell’articolo del 12 gennaio, che vi proponiamo nella traduzione di Wanda Massa.

 

Michael R. Pompeo - Segretatio di Stato USA
Michael R. Pompeo – Segretatio di Stato USA

 

L’America si appresta a presentare nuove e drammatiche prove che il virus è trapelato da un laboratorio di Wuhan – nell’atto finale dell’amministrazione Trump.

Gli alti funzionari di Washington affermano che il Segretario di Stato uscente Mike Pompeo è pronto a fare un “intervento bomba“.

Dicono che rivelerà le prove che la SARS-CoV-2 non è passata naturalmente da pipistrelli, pangolini o altre specie all’uomo.

Sosterrà invece che è stata coltivata dagli scienziati dell’Istituto di Virologia di Wuhan – dove esperti cinesi e stranieri hanno messo in guardia da anni contro la scarsa sicurezza biologica.

Il Ministero degli Esteri britannico e fonti di sicurezza hanno confermato che si aspettavano le affermazioni da Washington, ma le hanno respinte in anticipo, dicendo che “tutte le prove scientifiche credibili non indicano una fuga di notizie dal laboratorio“.

Hanno detto che questo punto di vista è stato sostenuto dalle agenzie di intelligence su entrambe le sponde dell’Atlantico, aggiungendo: “Il punto di vista consolidato della comunità dei servizi segreti statunitensi suggerisce che la pandemia è di origine naturale“.

Ieri Boris Johnson ha sostenuto la teoria che il virus ha infettato per la prima volta gli esseri umani al mercato dell’umido di Wuhan, dove i pangolini erano tra le specie vive in offerta.

Ma Pompeo è anche destinato a citare gli stretti legami tra l’Istituto e l’Esercito di liberazione del popolo.

Egli sottolineerà che la sua sezione di massima sicurezza ha sempre avuto un “doppio uso” militare e civile.

Ci si aspetta anche che accusi l’Organizzazione Mondiale della Sanità di aver assistito a un insabbiamento cinese rifiutando di indagare sul possibile ruolo del laboratorio.

Il suo team di dieci persone incaricato di indagare sulle origini della pandemia arriverà domani a Wuhan – ma non c’è alcuna menzione del laboratorio nel suo mandato ufficiale.

L’ex segretario di Brexit, David Davis, ha dichiarato che è “vitale” che il team dell’OMS indaghi sull’istituto come possibile origine della pandemia.

Ha detto: “Non sappiamo se questo virus sia stato naturale o creato artificialmente, e se provenga dal laboratorio, se sia stato un incidente o sia stato intenzionale. Sarebbe immorale e sciocco permettere qualsiasi tipo di insabbiamento. Se emerge che il virus è venuto dal laboratorio, la Cina diventerà il paria del mondo“.

L’esperto cinese Sam Armstrong del think-tank della Henry Jackson Society ha detto: “L’opinione pubblica mondiale ha il diritto di sapere esattamente cosa stava succedendo prima dell’emergere di questa pandemia mortale. La questione non può essere elusa“.

La dottoressa Alina Chan del Massachusetts Institute of Technology e Harvard, che ha indagato sull’inizio della pandemia, ha sottolineato che Pechino aveva già respinto la teoria secondo cui la fauna selvatica al mercato dell’umido era la fonte.

Ha detto: “È di fondamentale importanza individuare l’origine, se non si vuole che una cosa del genere si ripeta. Dobbiamo prendere le misure necessarie per compiere un’indagine adeguata e, sulla base delle informazioni disponibili, non credo che l’OMS sia all’altezza del compito“.

David Relman, professore di microbiologia a Stanford in California, ha espresso il timore che l’Istituto abbia ingegnerizzato geneticamente i virus naturali in modo da renderli più trasmissibili.

In un articolo accademico di novembre ha scritto: “Se la SARS-CoV-2 è fuggita da un laboratorio per causare la pandemia, diventerà fondamentale capire la catena degli eventi ed evitare che ciò accada di nuovo“.

Nel 2018, i funzionari statunitensi hanno visitato il laboratorio di Wuhan e hanno avvertito “una grave carenza di tecnici e investigatori adeguatamente addestrati“.

I rapporti cinesi rivelano che nel 2019 i leader comunisti locali hanno messo in guardia da una gestione lassista e dalla bio-sicurezza.

Nuove linee guida per la sicurezza sono state emanate già nel gennaio dello scorso anno, quando la pandemia stava già iniziando ad imperversare.

La sezione “P4” di massima sicurezza del laboratorio è stata costruita con l’aiuto della Francia in un accordo firmato dal negoziatore di Brexit Michel Barnier. Ma dopo la sua apertura nel 2015, il contingente francese, a causa dei lavori in corso, è stato espulso dall’esercito cinese.

Un portavoce dell’OMS ha detto della sua indagine: “Seguiremo la scienza“.

Tutte le prove indicano l’insabbiamento…(ma la verità non può essere nascosta per sempre)

Commento di Edward Lucas (scrittore inglese ed esperto di sicurezza, ndt )

Segreti, menzogne e delinquenza sono il segno distintivo del regime comunista cinese. E nel mistero del devastante virus di Wuhan, tutti e tre sono combinati.

La prova più forte di un crimine è l’insabbiamento. E le autorità cinesi hanno fornito questo.

Hanno combattuto ferocemente per impedire un’inchiesta internazionale sulle origini della pandemia.

La loro ripetuta ostruzione alle missioni d’inchiesta dell’Organizzazione mondiale della sanità ha provocato la protesta anche di quel corpo notoriamente supino.

Ancora oggi, agli investigatori dell’OMS viene impedito l’accesso al laboratorio di vitale importanza di Wuhan, che probabilmente è al centro delle accuse dell’America.

Da un anno gli esperti mettono in dubbio il resoconto degli eventi da parte delle autorità cinesi. Ora, a quanto pare, il segretario di Stato Mike Pompeo deve formulare un’accusa diretta.

È stato davvero un puro caso che il virus abbia attaccato per la prima volta la razza umana nell’unica città della Cina con un laboratorio di ricerca specializzato nella manipolazione dei virus più pericolosi del mondo?

Sarebbe strano come una nuova malattia che emerge nei dintorni dell’istituto di ricerca top-secret per la difesa biologica della Gran Bretagna, Porton Down nel Wiltshire.

A tutt’oggi, gli scienziati che sostengono la teoria che il virus è una mutazione emersa dal “mercato dell’umido” di Wuhan non sono stati in grado di trovare un candidato convincente per l’animale in cui questa mutazione si è effettivamente verificata.

La spiegazione ufficiale è che il nuovo virus era identico al 96 per cento a un virus pipistrello, il RaTG13, trovato nella provincia dello Yunnan, nella Cina meridionale.

Ma come ha fatto notare il professore cinese Botao Xiao in un articolo di febbraio, non si vendono pipistrelli di questo tipo nei mercati della città. E le grotte dove vivono sono a centinaia di chilometri di distanza.

Quel giornale è scomparso da internet. Il signor Xiao – forse memore del destino che attende coloro che in Cina promuovono verità scomode – lo ha rinnegato.

Molti scienziati hanno ipotizzato in privato che un virus ingegnerizzato rilasciato da un incidente di laboratorio fosse almeno altrettanto probabile quanto l’idea di una serie di mutazioni casuali incredibilmente sfortunate.

Dopo tutto, Shi Zhengli, lo scienziato cinese soprannominato “Donna pipistrello“, era un visitatore abituale di quelle grotte. Quando è arrivata la notizia dell’epidemia, inizialmente ha temuto che la colpa fosse di una fuga di notizie dal suo istituto di ricerca.

Questo pensiero da solo avrebbe dovuto indurre un’indagine su vasta scala e di ricerca. Il Ministero dell’Istruzione cinese ha invece emesso un diktat: “Qualsiasi documento che rintracci l’origine del virus deve essere gestito in modo estremamente rigoroso“.

Ma nemmeno il regime cinese può trattenere la verità per sempre. Negli ultimi dodici mesi ricerche indipendenti, fughe di notizie e notizie ufficiali hanno rafforzato l’ipotesi delle fughe di notizie.

A febbraio un professore taiwanese, Fang Chi-tai, ha evidenziato una curiosa caratteristica del codice genetico del virus, che lo renderebbe più efficace nell’attaccare le cellule bersaglio. Questo è improbabile che sia il risultato di una mutazione naturale, ha suggerito.

Molte ricerche scientifiche implicano la modificazione dei virus per capire come funzionano. Molti osservatori hanno temuto per anni che i rischi di tali esperimenti non fossero adeguatamente ponderati.

Le procedure di sicurezza del laboratorio sono piene di potenziali lacune e difetti: rotture, morsi di animali, attrezzature difettose o semplici errori di etichettatura possono portare un agente patogeno mortale a raggiungere la prima vittima umana. Se è così, tale disattenzione è ormai costata decine di milioni di vite.

Eppure dovremmo essere chiari. Le autorità cinesi sono spietate. Ma nemmeno loro scatenerebbero una piaga globale.

Solo nella febbrile immaginazione dei teorici della cospirazione Pechino sta deliberatamente conducendo una guerra biologica in Occidente.

Paradossalmente, tale speculazione – promossa tra l’altro dall’ex consigliere del presidente Donald Trump, Steve Bannon – può aver ostacolato la ricerca della verità, facendo sembrare razzista e politicamente tossica la teoria della liberazione del laboratorio.

A febbraio, sulla rivista medica britannica politicamente corretta, Lancet, gli scienziati hanno pubblicato una lettera aperta che denuncia le “teorie di cospirazione e le voci“, sollecitando la solidarietà con i colleghi cinesi.

Eppure sono stati proprio quei colleghi a subire il peso dei frenetici tentativi del regime di censurare la verità sull’epidemia.

Il regime cinese premia soprattutto l’autoconservazione – certamente più della verità, o della salute del suo stesso popolo, per non parlare della vita degli stranieri.

 

 




Platone: il mondo è caverna, il corpo prigione

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di Francesco Agnoli

 

Platone: il mondo è caverna, il corpo prigione

 

Cinque minuti per parlare di un gigante come Platone Piuttosto difficile. Cerchiamo di dire qualcosa di chiaro e sintetico. L’idea fondamentale di Platone, padre della metafisica, è il dualismo ontologico: esiste un mondo delle Idee, intelligibile, e un mondo delle cose, visibile. Uno è quello vero per davvero: il mondo delle idee, degli archetipi, l’altro è il regno del divenire, del nascere e del morire, delle copie. Questo tavolo cos’è? Un pezzo di legno, certamente. Ma, molto di più, un’idea. Esiste perché nella testa del falegname c’è un’idea di tavolo: da quell’idea, eterna, infinita, fuori del tempo e dello spazio, si possono produrre infiniti singoli tavoli, più o meno simili, che poi, con il tempo si disgregano e diventano polvere. Quando questo tavolo non ci sarà più, ci sarà sempre feconda l’idea di tavolo. Dunque, come diranno i Medievali, l’idea è causa ante rem, in re e post rem. Per i valori e i principi vale lo stesso: l’oggettività del mondo delle idee garantisce l’universalità, l’oggettività dei principi.

Platone afferma così il primato dell’invisibile sul visibile, del divino sul terrestre, dell’anima sul corpo.

Di qui un dualismo anche a livello antropologico: il corpo è la prigione dell’anima (soma -sema). Platone crede nella reincarnazione, ritiene che il corpo sia un mero involucro, un carcere, un mantello in cui l’anima è caduta e da cui dovrà liberarsi.

Abbiamo così nella storia della filosofia un’idea materialista: esiste solo questo mondo visibile; l’uomo è solo corpo-materia, e una visione spiritualista, mondo delle idee vero mondo, l’uomo è solo anima (immortale) per Platone.

Per avere una visione diversa da queste due dobbiamo andare alla Bibbia (prima di Platone) e alla filosofia cristiana, dopo Platone.

Saranno Agostino (IV sec) e Tommaso (XIII) su tutti, a contraddire il dualismo antropologico per sostenere l’unità psico-fisica dell’uomo.

Nella Bibbia c’è una forte fisicità: Dio crea ogni cosa buona, anche la materia; Dio, Logos, puro spirito eterno, si incarna, sceglie di portare in sé i segni della stanchezza fisica, del dolore e del limite corporale (In principio erat Verbum…Et Verbum caro factum est), di curare le anime, ma anche i corpi (Cristus infirmus et medicus)…

Ecco perché, da queste premesse teologiche, per Agostino e Tommaso l’uomo “non è né l’anima né il corpo, ma l’insieme dei due “… l’uomo diventa “anima incarnata” e “corpo animato”, o, come diranno poi altri, “canna pensante”, “anima carnale”.

Non senza conseguenze, se è vero che ogni teoria sull’uomo genera una prassi.

Due esempi: sarà la visione cristiana, non quella greca, a generare l’ospedale come luogo di cura e pietà per i corpi malati, deboli, deformi…; la stessa concezione porterà ad una valutazione positiva del lavoro manuale (pensa all’ora et labora dei monaci), disprezzato invece dai greci come servile, disonorevole.

Oggi sappiamo bene quanto sia profonda l’unità psicofisica: pensiamo solo alle malattie psicosomatiche, che dimostrano la capacità del corpo di agire sulla psiche (anima) e della psiche di agire sul corpo.

Ma torniamo a Platone: come il corpo è una prigione, così il mondo è una caverna, in cui gli uomini vivono come prigionieri, e vedono solo ombre. Vivono una sorta di realtà virtuale, fittizia, un po’ come quella degli alienati che passano la loro giornata su tv e cellulari. Eh sì, perché se la realtà è soltanto quella del mondo delle idee, la terra, come il corpo, è solo un carcere, un’illusione.

Anche qui Platone è molto vicino alla prospettiva orientale.

Divergente, ancora una volta, quella cristiana: più che una caverna, il mondo è uno “specchio” in cui vediamo, ma solo in parte; che non ci restituisce la realtà vera, ma ce la indica. Per i filosofi francescani come Bonaventura da Bagnoregio o Roberto Grossatesta in ogni creatura, dal fiore al sorriso di un bambino, riluce, dove meno, dove più, la mano creatrice di Dio. L’universo può dunque essere una caverna, una prigione, ma se l’uomo vive per esso, se non sa guardare oltre; di per sé è scala, con la sua bellezza, verso il Cielo.

I primi studi naturalistici nelle università medievali influenzate dal francescanesimo, come Oxford, così come gli sfondi naturalistici di Giotto , che sostituiscono lo sfondo d’oro bizantino, nascono da questa visione teologica e filosofica.

 

La pagina dell’autore e le puntate precedenti le trovate qui.

 

 




No a padre e madre, sì a “genitore 1” e “genitore 2”. Lamorgese: “Ce lo chiede l’Europa”. Ministro, ma stiamo scherzando?

Ho ricevuto a livello personale e volentieri estendo a voi tutti.

 

Luciana Lamorgese ministro dell'Interno
Luciana Lamorgese ministro dell’Interno

 

Gentile lettore,

Nonostante la crisi sanitaria, nonostante la crisi economica, nonostante la scuola che non riparte, nonostante l’aumento del numero delle famiglie in difficoltà e nonostante l’attuale crisi di governo, qual è la priorità del Ministro Lamorgese ad oggi? Cancellare le diciture di “padre” e “madre” per ri-sostituirli con “genitore 1” e “genitore 2”.

Sì, hai letto bene.

In un momento difficilissimo per il paese, il Ministro degli interni ha avuto il coraggio di ri-presentare un progetto ideologico atto a cancellare il concetto di maternità e paternità per sostituirlo con una sequenza numerica.

L’ennesimo attacco alla famiglia e l’ennesimo tentativo con cui si vorrebbe negare il diritto di ogni bambino ad avere un padre ed una madre!

Il Ministro ha giustificato la sua decisione con un bel “ce lo chiede l’Europa!”

Lamorgese ha infatti spiegando che in questo modo si garantisce “conformità al quadro normativo introdotto dal regolamento Ue e si superano le problematiche applicative segnalate dal Garante della privacy”.

È in atto un progetto di decostruzione della realtà della famiglia che ha come obiettivo l’eliminazione di qualsiasi differenza che potrebbe risultare “discriminatoria”. Un’aberrazione dell’ideologia gender, cioè la volontà scellerata di negare la differenza tra uomo e donna e di distruggere il modello di famiglia naturale tutelato dalla Costituzione.

Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a questa politica ideologica che vuole distruggere la bellezza della famiglia

Firma subito la petizione per mandare un messaggio al Ministro Lamorgese: papà e mamma non si cancellano!

Secondo il Ministro Lamorgese, alla base delle modifiche vi sarebbe un preconcetto, ovvero la discriminazione dei genitori dello stesso sesso, senza contare i problemi legati alla privacy.

Sostituire la dicitura di padre e madre con “genitore 1” e “genitore 2” solo per non discriminare sparute realtà rappresenta una menzogna ideologica!

Infatti, per il nostro ordinamento giuridico un minore può essere figlio solo di un padre e di una madre, non di due uomini e di due donne, come vorrebbero far credere alcuni sindaci e giudici.

Non esiste subdola burocrazia o privacy che possano negare il diritto di ogni bambino ad avere una mamma e un papà!

Firma subito la petizione per mandare un messaggio al Ministro Lamorgese: papà e mamma non si cancellano!

Il governo e la Lamorgese dimostrano di vivere sulla luna, dove le battaglie ideologiche in salsa gender vengono prima ancora del benessere e della tutela delle famiglie, già messe in ginocchio dalla pandemia e ancora in attesa di un aiuto concreto da parte del Governo (che crede di aver risolto tutto con un bonus monopattino).

In un momento storico come quello attuale, dove tutti stanno evidenziando il valore fondativo delle relazioni familiari per fronteggiare l’emergenza, la decisione ideologica della Lamorgese rappresenta un vero e proprio attacco ai legami primari di ogni bambino, quello generativo tra madre, padre e figlio.

La famiglia è il fondamentale ambiente naturale che permette il benessere ed il sano sviluppo dei bambini e dell’intera società. Dobbiamo difenderla!

Firma subito la petizione per mandare un messaggio al Ministro Lamorgese: papà e mamma non si cancellano!

Grazie di cuore per il tuo aiuto! Solo insieme possiamo farcela.

Matteo Fraioli e tutto il team di CitizenGO

P.S: Vuoi davvero impedire che la dicitura di madre e padre venga cancellata? Firma la petizione e condividila con la tua famiglia, i tuoi amici e tutti i tuoi contatti. Così facendo non solo informerai altri cittadini della politica ideologica promossa da questo governo contro la famiglia, ma triplicherai l’impatto della campagna permettendo ad un numero maggiore di eprsone di aprtecipare, e quindi, aumentando le possibilità di vittoria!

Maggiori informazioni:

Lamorgese abolisce “madre e padre” dai documenti dei minori, tornano “genitore 1 e 2” (Il primato nazionale)

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/lamorgese-abolisce-madre-padre-documenti-genitore-1-2-179570/

Carte identità, su documento minorenni torna “genitore 1-2” al posto di “padre” e “madre” (Il Messaggero)

https://www.ilmessaggero.it/politica/carta_identita_minorenni_under_14_padre_madre_genitore_1_2_cosa_cambia_lamorgese_ultime_notizie-5698936.html

Via “madre” e “padre”. Sulla carta d’identità degli under 14 torna “genitore 1” e “genitore 2” (Repubblica)

https://www.repubblica.it/cronaca/2021/01/13/news/via_madre_e_padre_sulla_carta_d_identita_degli_under_14_torna_genitore_1_e_genitore_2_-282372913/

Il caso. Tornano i «genitori 1 e 2» su documenti e moduli scolastici degli under 14 (Avvenire)

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ritornano-i-genitori-1-e-2




I nuovi pagani e la Chiesa

L’immagi­ne della Chiesa moderna è caratterizzata essenzialmente dal fatto di essere diventata e di di­ventare sempre di più una Chiesa di pagani in modo comple­ta­mente nuovo: non più, come una volta, Chiesa di pagani che sono diventati cristiani, ma piuttosto Chiesa di pagani, che chiamano ancora sé stessi cristiani ma che in realtà sono diventati da tempo dei pagani. Il paganesimo risiede oggi nella Chiesa stessa e proprio questa è la caratteristica della Chiesa dei nostri giorni come anche del nuovo paganesimo: si tratta di un paganesimo nella Chiesa e di una Chiesa nel cui cuore abita il paganesimo.

Joseph Ratzinger

Nel 1959, nominato ordinario di teologia fondamentale all’Università di Bonn, don Joseph Ratzinger raccoglie in una conferenza alcune riflessioni sulla Chiesa, denunciando l’il­lusione di un’Europa «continente quasi del tutto cristiano» e dunque la fine della Cristianità storica. Titolo originale Die neuen Heiden und di Kirche, in Hochland [Altopiano], anno LV, n. 51, Kempten, 1958-1959, pp. 1-11. Dopo sessant’anni l’analisi di Ratzinger si è rivelata pienamente profetica.

Rilanciamo lo scritto riprendendolo dal sito di Alleanza Cattolica.

 

Card. Joseph Ratzinger (Gettyimages)
Card. Joseph Ratzinger (Gettyimages)

 

Secondo la statistica religiosa la vecchia Europa è sempre ancora una par­te del mondo quasi completamente cristiana. Si può dire però che non c’è quasi un altro caso nel quale sia altrettanto evidente quanto la statistica inganni. Questa Europa che viene denominata cristiana è diventata da circa quattro secoli il luogo di nascita di un nuovo paganesimo, che cresce in modo inarrestabile nel cuore stesso della Chiesa minacciando di distruggerla dal di dentro. L’immagi­ne della Chiesa moderna è caratterizzata essenzialmente dal fatto di essere diventata e di di­ventare sempre di più una Chiesa di pagani in modo comple­ta­mente nuovo: non più, come una volta, Chiesa di pagani che sono diventati cristiani, ma piuttosto Chiesa di pagani, che chiamano ancora sé stessi cristiani ma che in realtà sono diventati da tempo dei pagani. Il paganesimo risiede oggi nella Chiesa stessa e proprio questa è la caratteristica della Chiesa dei nostri giorni come anche del nuovo paganesimo: si tratta di un paganesimo nella Chiesa e di una Chiesa nel cui cuore abita il paganesimo. Non si intende qui perciò parlare di quel paganesimo che si è ormai organizzato nell’ateismo dell’Est per diventare un consistente avversario della Chiesa e compare ora davanti alla comunità dei fedeli come una nuova forza anticristiana, anche se non si dovrebbe dimenticare che la sua particolarità consiste nel­l’essere un nuovo paganesimo, un paganesimo cioè che è nato nella Chiesa e ha preso in prestito da lei elementi essenziali che determinano in modo decisivo la sua immagine e la sua forza. È necessario piuttosto considerare il fenomeno più caratteristico del nostro tempo che costituisce la tentazione propria del cristiano, il paganesimo intraecclesiale stesso: «l’abominio della devastazione nel luogo santo» (Mc. 13,14) (2).

Non praticanti e poco credenti

Il fatto che oggi, anche secondo le valutazioni più ottimistiche, certamen­te la metà dei cattolici (per limitarci qui alla nostra Chiesa) non «pratica» più, non deve sicuramente essere interpretato senz’altro come se tutta questa maggioranza di non-praticanti fosse da considerare semplicemente formata da pagani. È però evidente che costoro non fanno propria, senza eccezioni, la fede della Chiesa, ma che la loro visione del mondo è costituita piuttosto da una scelta molto soggettiva fra le verità che la Chiesa professa. Può dunque senza dubbio succedere che una gran parte di loro non può più propriamente essere considerata credente. Essa segue una impostazione di fondo di stampo più o meno illuminista, la quale afferma sì la responsabilità morale degli uomini, ma la fonda e la limita in base a considerazioni puramente razionali. Le etiche di Nicolai Hart­mann [1882-1950], Karl Jaspers [1883-1969], Martin Heidegger [1889-1976] sono un esempio di come, in modo più o meno consapevole, si comportano dal punto di vista morale molte personalità che non per questo appunto sono cristiane. Lo scandaloso volumetto della casa editrice List intitolato «Che cosa ritenete cristiano?» (3) ha potuto far aprire di nuovo gli occhi a coloro che si sono lasciati ingannare dalla facciata cristiana della nostra ufficialità, su quanto questa moralità puramente razionale e dunque non credente sia diffusa. L’uomo d’oggi può dar per scontata con una certa sicurezza presso gli uomini che incontra un po’ dappertutto la presenza di un certificato di battesimo, ma non di una convinzione cristiana. Deve presupporre piuttosto come caso normale l’incredulità del proprio prossimo. Questo dato di fatto ha un paio di conseguenze importanti: da una parte comporta un fon­damentale cambiamento strutturale della Chiesa, dal­l’altra provoca un cambiamento essenziale nella coscienza dei cristiani ancora credenti. Entrambi questi fenomeni devono essere analizzati un po’ più da vicino in questa conferenza.

La Chiesa e la salvezza eterna

Quando la Chiesa nacque, si appoggiò sulla decisione spirituale dei singo­li per la fede, sull’atto della conversione. Se all’inizio si pensò di costruire già qui sulla terra con questi convertiti una comunità di santi, una «Chiesa senza macchia né ruga», si dovette poi, in mezzo a dure lotte, far strada la consapevolezza che anche il convertito, il cristiano, rimane un peccatore e che anche i comportamenti più gravi sarebbero stati possibili nella comunità cristiana. La Chiesa ha fatto accettare questa conoscenza mediante una lotta secolare contro gli eretici (Katharoi!). Se però il cristiano non era perciò un perfetto dal punto di vista morale e in questo senso la società dei santi rimaneva sempre incompiuta, vi era tuttavia una sintonia fondamentale che distingueva i cristiani dai non-cristiani: la fede nella grazia di Dio rivelatasi in Cristo. La Chiesa era una comunità di persone convinte, uomini che avevano fatta propria una determinata decisione spirituale e dunque si erano diversificati da tutti coloro che avevano rifiutato questa decisione. Nella comunione della decisione e della convinzione si fondava la vera e vivente comunità dei credenti e anche la loro convinzione di essere separati in forza di essa, come comunità di graziati, da coloro che alla grazia avevano resistito. Nel Medioevo però le cose già cambiarono per il fatto che Chiesa e mondo divennero identici e così in fondo essere cristiano non fu più una decisione personale, quanto piuttosto un dato politico-culturale prestabilito. Ci si aiutò con il pensiero che Dio aveva scelto per sé proprio questa parte della terra; la coscienza speciale cristiana divenne ora nello stesso tempo una coscienza di elezione politico-culturale. Dio aveva scelto proprio questo mondo occidentale. Oggi è rimasta la sovrapposizione di Chiesa e mondo; la convinzio­ne invece che in questo modo — nell’appartenenza non cercata alla Chiesa — si nasconde una grazia speciale di Dio, una realtà di salvezza per l’aldilà, è caduta. La Chiesa è, come il mondo, un dato prestabilito della nostra specifica esistenza occidentale e dunque, come quel particolare mondo a cui apparteniamo, un dato di fatto del tutto casuale. Quasi nessuno così crede realmente che da questo dato di fatto assai casuale di natura culturale e politica che si chiama «Chiesa» possa dipendere qualcosa come la salvezza eterna. Per l’uomo occidentale la Chiesa è per lo più, di fatto, un pezzo di mondo assai casuale: essa ha perso, proprio per quella sua rimanente sovrapposizione con il mondo, la serietà delle sue esigenze. È così comprensibile che oggi venga posta molto spesso con insistenza la domanda se la Chiesa non debba trasformarsi di nuovo in una comunità di convinzione, per recuperare la sua grande serietà. Questo dovrebbe significare la rigorosa rinuncia alle esistenti posizioni secolari, per smantellare l’apparenza di un possesso, che si rivela sempre più pericoloso, perché in verità è solo in fieri.

A chi dare i sacramenti?

Questo problema viene aspramente discusso soprattutto in Francia, dove l’ar­­re­tramento della convinzione cristiana cresce ancora più in profondità di quanto non avvenga da noi e così la contraddizione tra apparire ed essere viene percepita ancora più chiaramente. Il problema però naturalmente da noi è lo stes­so. Si affrontano qui gli aderenti di una linea più dura e di una più indulgente. I primi sottolineano la necessità di ridare ai sacramenti il loro va­lore, «se non si vuole scivolare ancora di più nella scristianizzazione. Non è più possibile affidare i sacramenti a uomini che li vorrebbero ricevere solo sulla base di una convenzione sociale o di una tradizione irriflessa e per cui i sacramenti sarebbero solo dei riti vuoti» (4). Gli aderenti alla linea più mite sottolineano invece che non si deve spegnere il lucignolo che ancora fumiga, che la richiesta del sacramento (per es. matrimonio, battesimo, cresima o prima comunione; funerale!) testimonia appunto ancora un certo legame con la Chiesa, dal quale non si dovrebbe respingere nessuno, se non si vuol correre il rischio di ricambiare con un danno maggiore. Gli aderenti alla linea dura si dimostrano difensori della comunità, mentre quelli della linea mite difensori del singolo: mettono in rilievo che questi ha un diritto al sacramento. A loro controbattono gli esponenti della linea dura: «Se noi vogliamo riportare il paese al cristianesimo, questo può succedere solo mediante la testimonianza di piccole comunità piene di zelo. Dovunque è forse necessario incominciare dall’inizio. È un male che qualcuno venga respinto, ma che il futuro sia assicurato? Non siamo forse terra di missione? Perché dunque non ci rivolgiamo a metodi missionari? Ora questi esigono dapprima comunità solide, che in seguito dimostrino di essere capaci di accogliere i singoli» (5).

La discussione ha raggiunto infine un tale livello di asprezza che l’episco­pa­to francese si è visto costretto ad intervenire. Si è accordato il 3 aprile 1951 su un «Direttorio per l’amministrazione dei sacramenti» che mantiene in generale una linea mediana. Viene deciso per esempio a proposito del battesimo, che deve essere garantito anche ai figli di genitori non praticanti se questi lo richie­dono. Non autorizza insomma a considerare questi genitori come degli apostati; il passo esteriore della loro richiesta del battesimo lascia piuttosto presumere almeno la presenza di un certo nucleo di atteggiamento religioso. «Se nel frattempo gli altri figli non sono stati educati cristianamente, si può permettere il battesimo solo se si accetta l’impegno, in quel dato momento del tempo, a mandare il bambino ora da battezzare alle lezioni di catechismo e lo stesso per quelli nati pri­ma se ciò è ancora possibile» (6). Alcune diocesi richiedono un impegno scritto, per il quale esiste un apposito formulario (7). Il Direttorio dice ancora espressamente: «Si deve ricordare alle religiose e ai membri dell’Azione Cattolica che, per ottenere un tale battesimo in tutte le circostanze, non devono esercitare nessuna indiscreta pressione che possa comportare una mancanza di sincerità» (8). Questo unico esempio — battesimo — mostra già da solo che il Direttorio assume in generale un atteggiamento si direbbe piuttosto moderato; rinuncia soprattutto a considerare i non-praticanti semplicemente come apostati, cioè di fatto come dei pagani e tende piuttosto qui a un giudizio particolare per i singoli casi.

Tuttavia questa posizione si distingue essenzialmente da quella ancora consueta dalle nostre parti. Al posto di un puro e semplice sacramentalismo mette di nuovo un atteggiamento di fede. Da noi si trova ancora l’opinione — e non solo presso le suore — che sarebbe già tanto se con inganno e furbizia si arrivasse a far scorrere l’acqua del battesimo sulla testa di un bimbo. Non si è in pace finché la sovrapposizione di Chiesa e mondo non è completa. Nella misura in cui i sacramenti vengono non soltanto donati ma svenduti, sono profondamente svuotati del loro valore. Il Direttorio esprime chiaramente che la situazione è proprio rovesciata: è vero che Dio offre nei sacramenti la sua salvezza a tutta l’umanità; è vero che invita cordialmente tutti al suo banchetto e la Chiesa deve continuare a porgere questo invito, questo gesto aperto che offre un posto alla tavola del Signore; rimane però altrettanto vero che non è Dio ad avere bisogno degli uomini, ma gli uomini di Dio. Non sono gli uomini che fanno un favore alla Chiesa o al parroco se ricevono ancora i sacramenti, sono piuttosto i sacramenti il favore che Dio fa agli uomini. Non si tratta dunque di negoziare i sacramenti in modo rigido o moderato, ma piuttosto di condurre ad una convinzione a partire dalla quale l’uomo riconosce e riceve la grazia dei sacramenti come una grazia. Questo primato della convinzione, della grazia e non del puro sacramentalismo è quell’insegnamento fondamentale che sta dietro le equilibrate ed acute determinazioni del direttorio francese. Alla lunga non può essere rispar­miato alla Chiesa di smantellare pezzo per pezzo la sua apparente sovrapposizione con il mondo per tornare ad essere quello che è: comunità dei credenti. Di fatto la sua energia missionaria non potrà che crescere mediante queste perdite esteriori: solo quando smette di essere un qualcosa di scontato e a buon mercato, solo allora incomincia a mostrare quello che è e a raggiungere l’orecchio dei nuovi pagani con il suo messaggio. Quei pagani che finora vivevano nel­l’illu­sione di non essere dei pagani. Naturalmente l’arretramento di tali posizioni esteriori porta con sé la perdita di vantaggi di gran valore, senza dubbio presenti nell’attuale intreccio della Chiesa con la realtà pubblica. Si tratta di un processo, il quale avanza di suo, con o senza la collaborazione della Chiesa, al quale si deve dunque adattare (il tentativo di conservare il Medioevo è senza senso e sarebbe sbagliato non solo da un punto di vista tattico ma sostanziale). Naturalmente questo processo non deve essere neppure forzato, ma deve essere al contrario importante conservare quello spirito di giusto equilibrio che ci mostra esemplarmente il Direttorio francese.

I sacramenti senza la fede sono senza senso

Tutto considerato in questo necessario processo di de-secolarizzazione della Chiesa bisogna distinguere attentamente tre livelli: il livello sacramentale, quello dell’annuncio della fede e quello delle relazioni personali tra credenti e non credenti. Il livello dei sacramenti, una volta circoscritto dalla disciplina del­l’Arcano, è il livello proprio ed intimo della Chiesa. Esso deve essere liberato da una certa sconsiderata confusione con il mondo, la quale o provoca un’im­pressione di magia oppure degrada il sacramento ad un livello cerimoniale (battesimo-prima comunione-cresima-matrimonio-funerale). Deve essere di nuovo chiaro che i sacramenti senza la fede sono senza senso e la Chiesa deve qui rinunciare a poco a poco e con precauzione ad un raggio d’azione che ultimamente comporta una auto-illusione ed una illusione degli uomini. Quanto più qui la Chiesa realizza l’auto-circoscrizione, il discernimento di ciò che è cristiano, se necessario riducendosi ad un piccolo gregge, tanto più riconosce realisticamente il suo compito al secondo livello, quello dell’annuncio della fede. Quando il sacramento è il luogo in cui la Chiesa si chiude e si deve chiudere contro la non-Chiesa, allora è la parola il modo e la misura con cui lei continua il gesto di apertura dell’invito al banchetto. Qui non si deve però neppure dimenticare che vi sono due modalità di annuncio: la praedicatio ordinaria, che è una parte della liturgia domenicale, e l’annuncio missionario che può essere attuato in cicli propri, come ad esempio Quaresima e tempi di missione popolare. La praedicatio ordinaria, la parola all’interno della liturgia può e deve essere, secondo le circostanze, breve, perché non deve annunciare niente di nuovo, ma solo introdurre di nuovo nell’u­nico mistero della fede, il quale è già accolto e approvato. L’annun­cio missionario dovrebbe dunque smettere di lavorare su semplici emozioni del momento o particolarità, dovrebbe invece rendere di nuovo accessibile in modo comprensibile la costruzione d’insieme della fede o di sue parti essenziali per l’uomo di oggi. Qui però il raggio d’azione non può essere mai dilatato a sufficienza. Nella misura in cui gli uomini non sono raggiungibili dalla parola, possono e devono intervenire qui lettere del parroco, grandi manifestazioni e così via. Alla radio non si dovrebbe mai dare, a partire da queste considerazioni, una vera e propria celebrazione liturgica, ma solo liturgia missionaria (9). Sul piano delle relazioni personali invece sarebbe completamente sbagliato voler concludere dall’autolimitazione della Chiesa, richiesta per l’ambito sacramentale, un isolamento dei cristiani credenti rispetto al loro prossimo non credente. Dovrebbe naturalmente essere ricostruita a poco a poco tra i credenti qualcosa come la fraternità dei comunicanti, i quali si sentono uniti anche nella loro vita privata per il fatto della loro comune partecipazione alla mensa del Signore. In modo tale da poter contare l’uno sull’altro in caso di necessità, come una vera comunità familiare. Questa familiarità, che si ritrova nei gruppi settari e che attira molti a farne parte, potrebbe e dovrebbe essere di nuovo più ricercata tra coloro che ricevono veramente lo stesso sacramento (10). Ciò però non deve originare nessuna chiusura settaria, ma il cristiano deve essere piuttosto un uomo gioioso in mezzo agli altri, un prossimo là dove non può essere un fratello cristiano. Penso anche che dovrebbe essere, nelle relazioni con il suo prossimo non credente, proprio e soprattutto uomo, cioè non dare sui nervi con continui tentativi di conversione e prediche. Sarà suo compito svolgere in modo discreto un’at­tività missionaria, portando il bollettino parrocchiale, suggerendo in caso di malattia la possibilità di far intervenire un prete o portandolo lui stesso o qualcosa di simile; ma non deve essere un pre­dicatore, ma appunto, in bella apertura e semplicità, un uomo.

Riassumendo possiamo, come risultato di queste riflessioni, tener per fer­mo questo: la Chiesa ha dapprima realizzato il cambiamento di struttura da piccolo gregge a Chiesa mondiale, a partire dal Medioevo si è identificata in occidente con il mondo. Oggi questa identificazione è solo ancora un’apparen­za, che nasconde la vera natura della Chiesa e del mondo e impedisce alla Chiesa in parte la sua necessaria attività missionaria. Così dovrà a breve, con o senza il consenso della Chiesa, realizzare un cambiamento di struttura che da interiore diventa anche esteriore, ridiventando un pusillus grex. La Chiesa deve fare i conti con questo dato di fatto in modo tale da procedere in modo più circospetto nella prassi sacramentale, da distinguere nell’annuncio tra annuncio missionario e annuncio ai credenti; il singolo cristiano deve tendere in modo più deciso ad una fraternità dei cristiani e nello stesso tempo aspirare a dimostrare la sua prossimità con il prossimo non credente attorno a lui in modo veramente umano e in questo modo profondamente cristiano.

Accanto al cambiamento strutturale della Chiesa di cui abbiamo appena tracciato uno schizzo, bisogna notare però anche uno slittamento nella coscienza dei credenti che si è prodotta in relazione al fatto del paganesimo intraecclesia­le. Al cristiano di oggi è diventato inimmaginabile che proprio solo la Chiesa catto­lica sia l’unica via di salvezza; in questo modo l’assolutezza della Chiesa, la serietà della sua pretesa missionaria, ma in fondo tutte le sue rivendicazioni sono diventate discutibili. Ignazio di Loyola [santo, 1491-1556] fa ancora riflettere gli esercitanti, in occasione della contemplazione sull’incarnazione, come la Trinità di Dio veda che tutti gli uomini scendono all’inferno (11). Francesco Saverio [santo, 1506-1552] poteva ancora obiettare ai credenti musulmani che tutta la loro devozione era inutile, perché pii o senza Dio, delinquenti o virtuosi, sarebbero andati in ogni caso all’inferno perché non facevano parte dell’unica Chiesa in grado di salvarli (12). La nostra umanità è respinta da tali rappresentazioni. Non possiamo credere che l’uomo che ci sta accanto, il quale è un uomo stupendo, disponibile e buono, andrà all’inferno perché non è un cattolico praticante. L’im­magine secondo cui tutti gli uomini «buoni» saranno salvati è oggi per il cristiano normale altrettanto ovvia come prima la convinzione del contrario. I teologi in realtà, a partire dal Bellarmino [card. Roberto S.J., santo, 1542-1621], che fu uno dei primi a tener conto di questi desideri umanitari, hanno cercato di spiegare in diversi modi come questa salvezza di tutti gli uomini «perbene» in fin dei conti sia una salvezza attraverso la Chiesa, ma queste costruzioni erano però troppo artificiose per poter lasciare dietro di sé tanta impressione (13). In pratica quello che rimaneva era la confessione che «gli uomini perbene» «vanno in cielo», che cioè si poteva essere salvati sola moralitate; naturalmente questo era concesso ai soli non credenti, mentre i credenti continuavano ad essere gravati dal duro sistema delle esigenze ecclesiastiche.

Il credente si chiede allora un po’ disorientato: perché è così facile per quel­li di fuori, mentre per noi è così dura? Da questo viene il sentire la fede come un peso e non come una grazia. Ad ogni modo gli rimane l’impressione che in fondo vi sono due vie di salvezza: quella della semplice moralità, misurata molto soggettivamente, per quelli che stanno al di fuori della Chiesa e quella della Chie­sa. Non può avere l’impressione che a lui sia toccata la via più piacevole; ad ogni modo la sua credulità è seriamente appesantita dalla presenza di una via di salvezza accanto a quella della Chiesa. Che l’effetto dirompente missionario della Chiesa in questa intima insicurezza ne soffra sensibilmente è chiaro.

Io cerco di rispondere a questa domanda che pesa per lo più sul cristiano di oggi, che esiste solo una via di salvezza, cioè quella di Cristo, che però pog­gia già in partenza sull’interazione di due forze contrapposte, su due piatti di bi­lancia che costituiscono insieme una sola bilancia, in modo tale che ogni piatto da solo sarebbe senza senso e ha senso e significato solo come parte dell’unica bilancia di Dio (14). Incomincia già con il fatto che Dio ha separato il popolo di Israele da tutti i popoli del mondo come il popolo di sua elezione. Vuol forse dire che il solo Israele è scelto e che tutti gli altri popoli sono abbandonati? All’ini­zio sembra effettivamente così, come se, ponendo accanto il popolo eletto e i popoli non eletti, si dovesse pensare in questo modo statico, come lo stare l’uno accanto all’altro di due diversi gruppi. Ben presto però diventa chiaro che le cose non stanno così; in Cristo infatti quell’essere l’uno accanto al­l’altro in modo statico di giudei e pagani diventa dinamico, così che i pagani attraverso la loro non elezione diventano eletti, senza per questo che l’elezione di Israele infine diventi illusoria, come mostra Rm. 11. Si vede così che Dio può eleggere gli uo­mini in due modi diversi: direttamente oppure mediante la loro apparente riprovazione. Detto più chiaramente: diventa chiaro che Dio divide l’manità nei «pochi» e nei «molti», una suddivisione che ricorre sempre nella Bibbia: «Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt. 7,14); «sono pochi gli operai» (Mt. 9,37); «pochi [sono] eletti» (Mt. 22,14); «Non temere, piccolo gregge» (Lc. 12,32); Gesù dà la sua vita in riscatto per i «molti» (Mc. 10,45); lo stare di fronte di giudei e pagani, di Chiesa e non-Chiesa ripete questa divisione nei pochi e nei molti. Dio però non divide l’umanità nei pochi e nei molti per gettare questi nella fossa della perdizione e salvare quelli; neppure per salvare i pochi facilmente e i molti a tante condizioni. Egli utilizza piuttosto i pochi in certo qual modo come il punto di Archimede, a partire dal quale scardina i molti con la leva con cui li attira a sé. Entrambi hanno la loro funzione nel cammino di salvezza, ciascuna diversa dall’altra. Il cammino però rimane uguale.

Questo star di fronte lo si può capire solo quando si vede che a fonda­men­to c’è lo stare di fronte di Cristo e dell’umanità, dell’uno ai molti. Infatti qui si vede anche molto chiaramente il contrario: in realtà le cose stanno così, tutta l’umanità merita la dannazione e solo l’Uno la salvezza. Qui diventa visibile qual­cosa di importante, che normalmente invece sfugge, pur essendo la cosa più decisiva: il carattere gratuito della salvezza, il dato di fatto che si tratta di una assolutamente libera manifestazione di favore; perché la salvezza dell’uomo consiste nel fatto che è amato da Dio, che la sua vita si trova in fondo fra le braccia del­l’a­mo­re infinito. Senza di questo tutto gli rimane privo di senso. Un’eternità senza amore è l’inferno, anche se a uno non succede nient’altro. La salvezza del­l’uomo consiste nell’essere amato da Dio. Ma all’amore non esiste nessun diritto. Neppure a ragione di motivi morali o di altro tipo. L’amore è per sua natura un atto libero oppure non è neppure sé stesso. Questo lo sorvoliamo per lo più con il nostro moralismo. In realtà nessuna moralità, per quanto grande essa sia, può trasformare in diritto la libera risposta dell’amore. La salvezza rimane così sempre libera grazia, anche se non consideriamo il peccato. Da esso non può d’altra parte propriamente prescindere; perché anche la più elevata moralità è sempre quella di un peccatore. Nessuno può seriamente negare che anche le più elevate decisioni morali dell’uomo, in un modo o nell’altro, per quanto sottile e nascosto esso sia, sono intaccate dalla ricerca di sé stesso. Rimane così dopotutto vero che nello stare di fronte tra Cristo, l’Uno, e noi, i molti, siamo noi ad essere indegni della salvezza, sia che siamo cristiani o non-cristiani, credenti o non-credenti, morali o immorali; nessuno «merita» veramente la salvezza al di fuori di Cristo. Ma qui appunto succede il meraviglioso scambio. Tutti gli uomini devono essere dannati, a Cristo solo appartiene la salvezza — nel santo scambio succede il contrario. Lui solo prende su di sé tutta la catastrofe e rende così libero per noi tutti lo spazio della salvezza. Tutta la salvezza che ci può essere per l’uomo riposa su questo scambio primordiale tra Cristo, l’Uno, e noi, i molti, ed è proprio dell’umiltà della fede il confessare questo. Qui però si aggiunge che, per volontà di Dio, questo scambio primordiale, questo grande mistero della sostituzione, di cui vive tutta la storia, continua in tutto un sistema di sostituzioni che ha il suo coronamento nella contrapposizione tra Chiesa e non-Chiesa, tra credenti e «pagani». Questa contrapposizione di Chiesa e non-Chiesa non significa una coesistenza e neppure uno scontro, ma un essere uno per l’al­tro, in cui ogni lato ha la sua necessità e la sua indissolubile funzione. Ai pochi, che sono la Chiesa, appartiene la continuazione della missione di Cristo di portare la sostituzione dei molti e la salvezza di entrambi succede solo nel loro essere funzionalmente ordinati l’uno all’altro e nel loro essere insieme subordinati alla grande sostituzione di Gesù Cristo, che abbraccia entrambi. Se però l’uma­nità in questa sostituzione mediante Cristo e nella sua continuazione mediante la dialettica dei «pochi» e dei «molti» viene salvata, questo significa che ogni uomo, so­prattutto i credenti, hanno una funzione inevitabile nel processo complessivo della salvezza dell’umanità. Se uomini, addirittura il più gran numero degli uomini, vengono salvati senza appartenere in pienezza alla comunità dei credenti, questo avviene allora solo perché c’è la Chiesa come realtà dinamica e missionaria, perché quelli che sono chiamati alla Chiesa realizzano il loro compito come i pochi. Ciò significa: vi è la serietà di una vera responsabilità e il pericolo di un reale insuccesso, di una reale perdizione. Anche se sappiamo che gli uomini, anche molti uomini, possono essere salvati apparentemente senza la Chiesa, sappiamo però anche che la salvezza di tutti dipende sempre dalla continua permanenza della contrapposizione di pochi e di molti; che c’è una vocazione del­l’uo­mo davanti alla quale lui può mancare e, in virtù di questa mancanza, si può perdere. Nessuno ha il diritto di dire: vedi, gli altri si salvano senza la piena serietà della fede cattolica, perché non io? Come fai a sapere che la fede cattolica nella sua pienezza non sia proprio la tua necessarissima missione, che Dio ti ha imposto per dei motivi di cui tu sul momento non ti accorgi, perché appartengono a quelle cose di cui Gesù dice: ora non le puoi capire, ma le capirai più tardi (cfr. Gv. 13,36)? Questo vale rispetto ai moderni pagani. Il cristiano sa che la loro salvezza è nascosta nella grazia di Dio, da cui dipende anche la sua salvezza e che, per quanto riguarda la loro possibile salvezza lui non è però in grado di dispensarla a partire dalla serietà della propria esistenza di credente, ma piuttosto che proprio la loro incredulità può essere per lui un appoggio amplificato per una fede più piena nel momento in cui si sa coinvolto nella funzione di sostituzione di Gesù Cristo, dalla quale dipende la salvezza del mondo e non soltanto quella dei cristiani.

Solo Dio salva

Devo a conclusione di questi pensieri chiarire ancora qualcosa mediante una breve interpretazione di due testi della Scrittura, nei quali è riconoscibile una presa di posizione a proposito di questo problema (15). Vi è innanzitutto il difficile e pesante testo, in cui la contrapposizione dei molti e dei pochi è espressa in modo particolarmente insistente: «molti sono chiamati, ma pochi eletti» (Mt. 22,14) (16). Che cosa significa questo testo? Non dice che molti sono respinti come general­mente si percepisce, ma innanzitutto solo che vi sono due diverse forme dell’e­lezione divina. Ancora più precisamente: dice chiaramente che vi sono due diversi atti divini, i quali entrambi tendono all’elezione, senza darci già nessuna chiarezza se entrambi raggiungono il loro scopo. Se però si considera il procedere della storia della salvezza, come ce la spiega il Nuovo Testamento, allora le parole del Signore diventano chiare. Lo stare uno accanto all’altro in modo statico di popolo eletto e popoli non eletti diventa in Cristo un rapporto dinamico, in modo tale che i pagani proprio mediante la loro non elezione diventano eletti e quindi proprio mediante l’elezione dei pagani anche i giudei tornano alla loro elezione. Così questa parola può diventare per noi un insegnamento importante. Il problema della salvezza degli uomini è quindi sempre impostato falsamente, se lo si imposta partendo dal basso, cioè come gli uomini salvano sé stessi. Il problema della salvezza degli uomini non è un problema della salvezza che loro riescono a raggiungere con le loro forze, ma il problema della giustificazione mediante la libera grazia di Dio. Bisogna vedere le cose dall’alto. Non vi sono due modi con cui gli uomini giustificano sé stessi, ma due modi con cui Dio li elegge e questi due modi della elezione da parte di Dio sono l’unico cammino di salvezza in Cristo e nella sua Chiesa, che riposa sulla necessaria dialettica dei pochi e dei molti e sul servizio di sostituzione dei pochi che dilatano la sostituzione di Cristo.

Il secondo testo è quello del grande banchetto (Lc. 14,16-24 e paralleli). Questo Vangelo è proprio in senso molto radicale buona notizia, quando racconta che alla fine il cielo è riempito con tutti quelli che ora si possono raccogliere dappertutto; con gente che è del tutto indegna, che in rapporto al cielo è cieca, sorda, paralitica, mendicante. Dunque un atto radicale di grazia e chi vorrebbe contestare che anche tutti i moderni pagani dell’Europa di oggi possono entrare in cielo in questo modo? Ognuno ha speranza sulla base di questo passo. D’altra parte la serietà rimane. Vi è il gruppo di quelli che sono respinti per sempre. Chi può sapere se, in mezzo a questi farisei respinti ci sia anche qualcuno che credeva di doversi ritenere un buon cattolico, mentre in realtà era un fariseo? Chi può sapere se invece al contrario, in mezzo a quelli che non hanno accolto l’in­vito, non ci siano proprio quegli europei ai quali il cristianesimo era stato offerto, ma che lo hanno lasciato cadere? Così per tutti speranza e minaccia nello stesso tempo. In questo punto di intersezione di speranza e minaccia, a partire dal quale si danno la serietà e la grande gioia dell’essere cristiani, il cristiano di oggi deve condurre la sua esistenza in mezzo ai nuovi pagani, che d’altra parte riconosce posti nella stessa speranza e minaccia, perché anche per essi non c’è altra salvezza che quell’unica a cui crede: Gesù Cristo, il Signore.

Note:

(1) Un tema analogo è trattato da Karl Rahner [1904-1984], Il cristiano e i suoi parenti increduli, in La Fede in mezzo al mondo, trad. it., Edizioni Paoline, Alba (Cuneo) 1963, pp. 175-205 [Ratzinger cita il saggio di Rahner nell’edizione degli Schriften zur Theologie del 1956. Era già apparso in Geist und Leben nel 1954].

(2)  [L’autore cita in realtà da Mt. 24,15 e non da Mc. 13,14: «l’abominio della devasta­zio­ne presente là dove non è lecito».]

(3)  [Si tratta di un’opera — la prima di una lunga serie di scritti anticristiani — di Kar­l­heinz Deschner (1924-2014), pubblicata solo un anno prima della conferenza di Ratzinger.]

(4)  Josef Hünermann, Der französische Episkopat und die heutige Sakramenten-Pastoral: Einführung und Übersetzung des Directoriums vom 5. April 1951 [L’episco­pato francese e l’odierna pastorale dei sacramenti: introduzione e traduzione del diretto­rio del 5 aprile 1951], Priesterseminar des Bistums Aachen, Aquisgrana 1952, p. 19.

(5)  Ibid., p. 20.

(6)  Ibid., p. 43. A questo proposito vi è da considerare che in Francia l’«educazione catto­li­ca» molto più evidentemente che da noi è questione di decisione personale, perché non vi è nessuna ora di religione nelle scuole statali, che andrebbe considerata senz’altro come inclusa nella scuola come succede da noi [anche in Italia solo da poco è diventata facoltativa e oggetto di scelta da parte delle famiglie].

(7)  Riprodotto in ibid., p. 70.

(8)  Ibid., p. 43.

(9)  Si veda a questo proposito la discussione sulla Messa alla televisione, in Herder Kor­re­spondenz, anno VII, Friburgo 1952-1953, pp. 518-520.

(10)  Cfr. Joseph Ratzinger, Christlische Brüderlichkeit, in Der Seelsorger [Il pastore di anime], n. 28, giugno 1958, pp. 387-429 [trad. it., Fraternità cristiana, Queriniana, Brescia 2005].

(11)  Seconda settimana, primo giorno, prima contemplazione: Esercizi Spirituali, n. 102.

(12)  Cfr. James Brodrick [S.J., 1891-1973], San Francesco Saverio. Apostolo delle Indie e del Giappone (1506-1552) [trad. it., I.S.M.E., Parma 1961, soprattutto le pp. 99-120]. Un esempio imponente di questa concezione ristretta della salvezza è però cer­ta­mente nella Divina commedia di Dante [Alighieri, 1265-1321].

(13)  L’insufficienza delle soluzioni precedenti è stata sviscerata da Henri de Lubac [S.J., 1896-1991] nel­l’ec­cellente capitolo La salvezza mediante la Chiesa del suo libro Cat­to­licismo. Aspetti sociali del dogma [1938, trad. it., Jaca Book, Milano 1978, pp. 157-179].

(14)  Mi collego con queste considerazioni alla nuova forma della dottrina della prede­stinazione che sviluppa Karl Barth [1886-1968] nella sua Kirchliche Dogmatik II, 2, Theologischer Verlag Zürich, Zurigo 1942, pp. 1-563. Si vedano anche le mie conside­razioni in Christlische Brüderlichkeit, cit., pp. 420 e seguenti [trad. it. cit., pp. 94-105].

(15)  Per onestà metodologica deve essere detto che entrambe queste interpreta­zioni in tanto vanno al di là della pura esegesi storica in quanto presuppongono l’unità della Scrittura e comprendono il singolo testo a partire da essa nell’unità della fede. Questo procedimento è non solo permesso ma necessario per una comprensione della Scrittura a partire dalla fede.

(16)  Si vedano su questo passaggio le osservazioni illuminanti di Karl Ludwig Schmidt [1891-1956], voce κλητός, nel Grande Lessico del Nuovo Testamento, vol. IV [1938, trad. it., Paideia, Brescia 1968, coll. 1473-1474 (coll. 1471-1478)].

 




I bambini non nati utilizzati per lo sviluppo del vaccino erano vivi al momento dell’estrazione dei tessuti

L’articolo di John Henry Westen pubblicato lo scorso 12 gennaio su LifeSiteNews getta una luce ancora più inquietante sull’utilizzo di trattamenti sanitari prodotti da linee cellulari derivate da feti abortiti. La traduzione è di Wanda Massa.

 

(se il video qui sotto non si apre fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



 

Oggi ho avuto il grande piacere di incontrare Pamela Acker (biologa, ndt), una delle persone più esperte al mondo sui vaccini e su ciò che contengono. Acker ha trascorso nove mesi in un laboratorio di ricerca sui vaccini prima di affrontare la questione etica e morale della linea cellulare HEK-293.

La nostra conversazione di oggi è stata una delle interviste più illuminanti ma anche profondamente inquietanti che abbia mai fatto per il mio podcast The John-Henry Westen Show.

Acker è biologa e autrice del libro Vaccination: una prospettiva cattolica, pubblicato di recente (ed estremamente documentato). In esso, rivela precisamente come i cattolici dovrebbero pensare ai vaccini. Lo si può acquistare dai nostri amici del Kolbe Center for the Study of Creation.

Purtroppo – cosa deprimente – sotto Papa Francesco, il Vaticano ha in gran parte minimizzato, se non del tutto ignorato, l’importanza della bioetica.

Proprio la settimana scorsa Francesco stesso ha approvato il vaccino COVID-19, dicendo che “deve essere fatto“.

Acker ed io abbiamo parlato di molti argomenti oggi per oltre un’ora. Vi prego di guardare l’intera intervista (https://youtu.be/joWZmcHhfBg ), se potete. L’aspetto più rivelatore della nostra conversazione, credo, è stato quando abbiamo discusso delle varie linee cellulari fetali utilizzate nei vaccini, in particolare. 

Al momento esistono diverse linee cellulari fetali. Ci sono WI-38, MRC-5, HEK-293, PER C-6, e WALVAX-2; WALVAXX-2 non è attualmente utilizzato in nessun vaccino, ma ha il potenziale per essere utilizzato ed è attualmente utilizzato nei trattamenti terapeutici. Come Acker ed io abbiamo concordato, la maggior parte delle persone hanno questa comprensione che sono stati uno o due bambini che sono morti e semplicemente respingeranno queste linee cellulari. 

Acker parla della sua ricerca sulla linea cellulare HEK-293 in particolare, e parla del numero che si trova alla fine del nome della linea cellulare. “HEK” sta per Human Embryonic Kidney (Rene Embrionale Umano) e il “293” rivela il numero di esperimenti che un ricercatore specifico ha fatto per sviluppare quella linea cellulare. 

Non significa che ci siano stati duecentonovantatré aborti, ma per duecentonovantatré esperimenti, avresti certamente bisogno di molto più di un aborto. Stiamo parlando probabilmente di centinaia di aborti“, condivide Acker. 

Acker continua a discutere sul perché i ricercatori dovrebbero scegliere una linea cellulare fetale piuttosto che una linea cellulare adulta. I dettagli si riducono a una sola risposta: perché dureranno più a lungo, avendo una durata di vita molto più lunga. Tuttavia, queste linee cellulari incontrano alcuni pericolosi effetti collaterali, come i geni che promuovono il cancro (maggiori dettagli su questo aspetto sono all’interno dell’intervista).

Acker sfata il mito secondo cui queste linee cellulari sono create con l’aborto spontaneo, semplicemente comprendendo che queste cellule devono essere raccolte entro cinque minuti dall’aborto. Un aborto spontaneo semplicemente non fornirebbe cellule che siano abbastanza vive per i ricercatori da poterle utilizzare

È qui che le cose diventano molto inquietanti, perché nella maggior parte dei casi non si tratta di un “semplice aborto”, ma piuttosto, dice Acker: “Faranno nascere questi bambini tramite il parto cesareo”. I bambini sono ancora vivi quando i ricercatori iniziano ad estrarre il tessuto; al punto che il loro cuore batte ancora, e generalmente non viene loro somministrato alcun anestetico, perché ciò altererebbe le cellule che i ricercatori stanno cercando di estrarre.

Quindi, stanno rimuovendo questo tessuto, per tutto il tempo in cui il bambino è vivo, provocandogli un dolore atroce. Questo lo rende ancora più sadico“.

Anche se la nostra discussione è ampia, mettiamo in evidenza i vaccini Moderna e Pfizer COVID in particolare. Quanto sopra è un piccolo esempio delle informazioni vitali di cui Pamela Acker ed io abbiamo discusso oggi. Incoraggio ognuno di voi ad ascoltare l’intervista completa e a condividerla con i vostri amici e familiari. 




La patente di immunità rappresenta un grave pericolo per i diritti fondamentali su cui si fondano la democrazia e lo Stato di diritto.

La ventilata idea di un passaporto sanitario di cui si vorrebbe dotare chi si è vaccinato, consentendo soltanto a costoro la piena libertà di circolazione, assomiglia grandemente alla iniziativa attuata dal regime sovietico quando ogni cittadino, per muoversi da una città all’altra, doveva informare l’ufficio passaporti. Sappiamo che nel regime sovietico la libertà era soppressa, e sappiamo come finì. Vogliamo diventare un nuovo paese a regime sovietico?

Rilanciamo un interessante articolo scritto da Aldo Rocco Vitale e pubblicato su L’Opinione delle libertà.

 

vaccino

 

“Il controllo statale sulla popolazione urbana si attuò con l’aiuto del sistema dei passaporti, in cui veniva registrato il domicilio stabile di ogni cittadino, la cosiddetta propiska. Cambiando domicilio, il cittadino era costretto, ancor prima di lasciare la vecchia abitazione, ad informare del trasferimento il suo ufficio passaporti, collegato dalla polizia, e a registrarsi subito poi nel nuovo posto di residenza”. Così il celebre storico Victor Zaslavskij, nella sua densa e ricchissima “Storia del sistema sovietico: l’ascesa, la stabilità, il crollo”, ha descritto le limitazioni alla libertà di circolazione che le autorità sovietiche avevano imposto alla popolazione tramite la differenziazione tra “città aperte”, cioè centri urbani strategicamente irrilevanti, e “città chiuse”, cioè poli economico-industriali ritenuti strategici verso i quali e dai quali la libertà di spostamento doveva essere minuziosamente esaminata, sorvegliata, autorizzata.

La ventilata idea di un passaporto sanitario di cui si vorrebbe dotare chi si è vaccinato, consentendo soltanto a costoro la piena libertà di circolazione, assomiglia grandemente alla suddetta iniziativa sovietica e, specialmente per chi ritiene che alla indubbia pericolosità del Coronavirus non possa e non debba essere assommata la pericolosità di provvedimenti anti-giuridici che possano minare la democrazia e lo Stato di diritto (almeno in Italia e in Europa), non può che destare perplessità su almeno tre livelli: scientifico, giuridico, (bio)etico.

Dal punto di vista scientifico: poiché non è ancora dimostrata l’immunità totale e di lungo termine che il vaccino anti-Covid dovrebbe garantire, anzi semmai si paventa l’esatto contrario da parte degli studiosi, è evidente che una tale limitazione della libertà di circolazione non sarebbe scientificamente fondata o fondabile come alcuni erroneamente ritengono. Dal punto di vista giuridico: la limitazione della libertà personale, per Costituzione, può essere prevista soltanto per brevi periodi, soltanto dalla legge (e quindi in ogni caso non potrebbero essere le regioni o i privati come le compagnie aeree o gli oramai celebri Dpcm a disporre in tale senso, ma potrebbe soltanto un intervento del Parlamento con legge ordinaria), o dall’autorità giudiziaria ricorrendo i presupposti di legge. In ogni caso, il sacrificio non può che essere temporaneo, cioè per un arco di tempo ben definito, tranne che si intenda transitare silenziosamente dalla dimensione dello Stato di diritto, in cui tutti godono degli stessi diritti, a quella dello “Stato terapeutico” in cui soltanto quanti sono ritenuti sani o immuni o immunizzati possono godere delle più ampie garanzie giuridiche. Proprio in questa seconda evenienza, peraltro, si porrebbe un ulteriore profilo problematico, cioè come evitare la creazione di due “caste” distinte, la prima composta dai cittadini in salute, vaccinati, immunizzati e la seconda dagli altri, vedendosi riconosciuta i primi la massima tutela giuridica possibile, negata, invece, ai secondi, e il tutto se specialmente – come da taluni proposto – si intendesse escludere dalla priorità vaccinale gli anziani o altre categorie per salvare non più vite, ma più anni di vita. Agli anziani (e forse anche ai disabili, ai malati cronici, ecce cc), insomma, sarebbe negato il diritto alla salute in quanto non vaccinabili, e tutti gli altri diritti, come quello di circolazione, poiché non vaccinati e quindi non dotabili di passaporto o patente immuno-sanitari. Dal punto di vista bioetico: con l’introduzione di passaporti o patenti di immunità, si rischia di causare una permanente forma di controllo (anche sanitario) sui cittadini la cui portata e il cui utilizzo potrebbero ben presto andare oltre la semplice cautela sanitaria al fine di garantire la pubblica incolumità. La Cina, per esempio, ha annunciato che manterrà i suoi sistemi di tracciamento anche dopo la fine della pandemia, con ovvie ripercussioni sulla libertà e sulla privacy dei suoi “sudditi”, esortando, addirittura, il mondo intero a seguire il medesimo percorso di espansione del controllo.

In fondo, la diffusione stessa del Coronavirus è già stata fonte di lesione per i diritti umani, come è stato ricordato dall’apposito report di Amnesty International sull’abbandono degli anziani nelle Rsa italiane nel corso della cosiddetta “prima ondata”. Si rischia, però, di passare dalla violazione dei diritti umani a causa di abbandono e assenza da parte dello Stato, alla violazione dei diritti umani a causa dell’iper-presenza dello Stato nelle vite dei cittadini, poiché come ha ricordato Erich Kahler in uno Stato totalitario i particolari più minuti della vita dei cittadini – come la religione, gli spostamenti, i rapporti sociali, le spese – sono costantemente e minuziosamente regolati, disciplinati, sorvegliati.  Dal punto di vista bioetico, inoltre, la legalizzazione di passaporti e/o patenti di immunità potrebbe dar vita ad ulteriori problemi, come l’eventuale discriminazione sui luoghi di lavoro nel caso di assunzioni, tramite una preferenza per quanti hanno una immunità certificata ed una corrispettiva esclusione di quanti invece non ne hanno. In questa direzione, del resto, si potrebbe altresì creare una nuova fonte di lucro illecito per le organizzazioni criminali dedite alla falsificazione dei documenti. Si consideri, inoltre, che i diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti non possono essere subordinati al rilascio di un passaporto o di qualunque altra documentazione emessa dallo Stato, poiché, se davvero si tratta di diritti fondamentali, essi non sono “concessi” dallo Stato, ma ad esso pre-esistenti, cioè anteriori e superiori e, come tali, incomprimibili. Sempre dal punto di vista bioetico, del resto, si porrebbe anche il problema di chi dovrebbe conservare dati così sensibili come quelli contenuti in un passaporto sanitario e di come potrebbero essere eventualmente utilizzati anche per scopi diversi e ultronei rispetto a quelli per cui sarebbero raccolti, specialmente se in formato digitale. Del resto, appena nel 2017 il Governo italiano ha promesso di cedere a Ibm i dati sanitari dell’intera popolazione italiana, così come, oltre oceano, Google ha ottenuto i dati sanitari di 50 milioni di statunitensi senza il loro consenso.

Insomma, il passaporto sanitario, la patente di immunità o qualunque altro dispositivo del genere, rappresentano un grave pericolo per i principi e i diritti fondamentali su cui si fondano la democrazia e lo Stato di diritto, e, francamente, sarebbe quanto mai paradossale la circostanza per cui, al fine di tutelare la salute individuale e collettiva, si dovessero sacrificare irrimediabilmente tutti gli altri diritti e tutte le altre libertà costituzionali. Con tutta evidenza, al dilemma posto “in salute, ma schiavi o malati, ma liberi”, occorre trovare il modo di rispondere – da parte della mancante sintesi della politica, più che da parte dell’onnipresente interventismo dei tecnocrati – come probabilmente risponde lo spirito della nostra Costituzione oramai da mesi silenziata, cioè liberi e in salute!

 

 




La “tragedia” delle élite contro il popolo, oltre l’assalto a Capitol Hill

Rilanciamo una interessante analisi di Francesco Cavallo sui fatti di Capitol Hill a Washington, il 6 gennaio scorso, pubblicata sul sito del Centro Studi Livatino. Buona lettura.

 

 

Nonostante il trascorrere dei giorni, il dibattito su accaduto a Washington il giorno dell’Epifania pare restare inchiodato alla contingenza, condizionato dalle appartenenze politico-culturali, se non proprio da un giudizio di tipo psicologico-morale sugli attori che occupano la scena, quando invece necessita di una valutazione d’insieme. La tragedia in corso è quella delle moderne democrazie liberali occidentali. Come tutte le tragedie, ha un prologo, un parodo (che fa entrare in scena il coro), tanti episodi attraverso i quali si dispiegano le scene, un esodo conclusivo.

1. La manifestazione del 6 gennaio, col comizio del Presidente Trump e la conseguente occupazione del Campidoglio, non esauriscono il quadro della “tragedia”, e nemmeno il prologo o la conclusione della stessa, come sostenuto dalla maggioranza dei commentatori: sono solo un episodio. Quello che è accaduto non è il frutto esclusivo delle azioni politiche di un leader momentaneo, che opera per un arco temporale relativamente breve, ma è frutto di un qualcosa che ha radici più datate nel tempo e profonde. Lo stesso “trumpismo”, per indicare qui, senza giudizi di valore, quanto accaduto tra la comparsa sulla scena pubblica di Trump all’inizio delle elezioni primarie nel febbraio 2016 e il 6 gennaio 2021, che potrebbe rappresentarne l’uscita, è un episodio della rappresentazione, non l’intera “tragedia”. In questo senso si è proposta, in parallelo alle vicende americane, l’immagine dei Vaffa-day italiani, vale a dire del primo grillismo che determinò l’irrompere sulla scena politica italiana di un soggetto politico inizialmente capace di trascendere, anzi rifiutare, la divisione tra Destra e Sinistra, e di attingere all’antipolitica pura (cf https://www.centrostudilivatino.it/usa-golpe-o-vaffa-day-nel-columbia-district/): ovvero proprio quale episodio – sviluppato sulla scena italiana con caratteristiche, scenografia e allestimento diversi e non sovrapponibili a quelli di Oltre oceano – della tragedia delle moderne democrazie liberali occidentali e delle tensioni che le abitano.

2. Gli episodi precedenti narrano di una democrazia novecentesca che ha progressivamente spinto gli individui a desiderare al di fuori di ogni limite, e a promettere a ciascuno emancipazione e totale autodeterminazione individuale. Ciò ha determinato le prime esplosioni di frustrazione da promesse mancate: promesse che la democrazia non è più in grado di mantenere, anche a causa della globalizzazione e dei suoi squilibri, nonché dell’avvento del web e dei social network di massa. Questi ultimi da una parte hanno sgretolato qualunque residuo del principio di autorità, illudendo tutti di aver superato qualunque rapporto di diseguaglianza – sentendosi così legittimati a esprimere la propria post-verità su qualunque aspetto del reale -, e dall’altra hanno fornito a una ristrettissima cerchia di privati un arbitrio quasi assoluto sull’informazione e sulla libertà di espressione.

Gli episodi precedenti della tragedia narrano soprattutto della secessio plebis, conseguenza della rottura del legame sociale operata dalle élite: le élite cosmopolite e mondialista di tecnocrati, manager, agenti della comunicazione a tutti i livelli, dalla c.d. borghesia cognitiva, che occupa le cattedre universitarie, al circuito dei media globalizzati, all’industria dell’entertainment, che determinano le sorti delle società contemporanee. Si tratta di uomini e di donne che si sentono a casa propria soltanto quando si muovono, quando sono en route (verso una conferenza su veganesimo e cibi etnici, o l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, o un festival cinematografico internazionale lgbt), e lasciano volentieri l’idea di una residenza stabile e un rapporto col mondo produttivo a una middle class e a una classe operaia ritenute culturalmente e tecnologicamente arretrate, politicamente reazionarie, repressive nella morale sessuale, retrive nei gusti culturali.

Uno smart people – questo delle sedicenti élite – che a New York, a Bruxelles, a Londra, a Hong Kong si sente finalmente “moderno” e “civile”, ma vive in una “iperrealtà”: un mondo simulato di modelli computerizzati, dove non ne è più nulla del mondo comune e dove l’ossessione fondamentale è la «(ri)costruzione della realtà». Non conoscendo né passato né futuro, questo smart people identifica la tradizione col pregiudizio, vede nel senso comune, nella saggezza e nei costumi tradizionali della comunità un ostacolo al progresso. Non si spiega la persistenza della religione, un residuo atteggiamento popolare di ritrosia per l’aborto, l’attaccamento alla famiglia, un’etica della responsabilità personale e dell’onore, la fedeltà alla comunità d’origine e alla patria. Allora, l’establishment, elemento dentro il quale si sono amalgamate quelle élite, ri-costruisce la realtà proprio attraverso i suoi strumenti d’elezione – finanza mondiale, organismi internazionali, media globalizzati – ma anche attraverso la politica che lentamente ha permeato di sé e, per questa via, attraverso le leggi e il potere giudiziario: tutto viene utilizzato come spada per recidere il dissenso, per “negare ciò che tutti sanno”, per imitare grandemente le libertà tradizionali, e così correggere “l’uomo vecchio” e forgiare “l’uomo nuovo”.

Narrano, infine, gli episodi precedenti, che la rottura del legame sociale prodotta dalle élite, sommata alla frustrazione della classe media e della classe operaia rimaste ai margini dei processi di globalizzazione e a subirli, ha determinato negli ultimi decenni l’insorgere in tutto l’Occidente, in forme e misure diverse, ma con sempre maggior consenso elettorale, sentimenti di rabbia e risentimento trasversali contro l’establishment.

3. Lo storico e sociologo statunitense Christopher Lasch, nel descrivere magistralmente già nei primi anni 1990 questi fenomeni nel suo “La ribellione delle élite” – titolo che richiama “La ribellione delle masse” di Josè Ortega y Gasset del 1930 – immaginava, forse si augurava, che questa pulsione anti establishment potesse essere assunta dalle Sinistre e dai Partiti socialdemocratici, che sulla falsa riga del sindacalismo agrario e operaio americano dell’Ottocento, confluito prima nel People’s Party e poi nel Partito Democratico, l’avrebbero governata, provando a ricucire il corpo sociale.

In questi decenni le cose sono andate diversamente. La Sinistra occidentale, da Clinton a Obama, passando per Prodi e D’Alema, Blair, Schroeder e Hollande, non solo non ha saputo o voluto farsi carico della rabbia delle classi tradite dalle élite, ma si è schierata apertamente, anzi saldata, con queste ultime, ne ha assunto i tratti escludenti e ha pensato di sanare la frattura col popolo con un irrigidimento autoritario. Se, come detto, in Italia quella rabbia  anti-establishment ha trovato nel M5S manifestazione in forma di insofferenza qualunquistica e genericamente antipolitica, con i prodromi leggibili già in “tangentopoli” e in “Roma ladrona”, negli USA essa si è manifestata con caratteristiche diverse, perché diversa era ed è la consistenza e la storia di quel corpo sociale. Lì il disappunto verso le élite traditrici che governano la finanza, la comunicazione e la politica si è affiancato ai sentimenti dell’America popolare, tradizionale, non metropolitana, assumendo a tratti le caratteristiche di insorgenza, quale reazione alla rivoluzione delle élite.

4. Candidandosi nel febbraio 2016 alle primarie del Partito repubblicano, del quale non faceva parte e che criticava aspramente, Donald Trump ha sommato alla carica conservatrice di quell’area il suo impulso anti-establishment, esattamente come dall’altra parte provava a fare Bernie Sanders: il primo riuscì a prevalere, mentre il secondo soccombette alla più coerente espressione dell’establishment quale era (ed è) Hillary Clinton. Quest’ultima, con sorpresa generale, dovette cedere il passo per la Presidenza degli USA proprio all’anti-sistema Trump. Il discorso del giugno 2015, col quale Trump aveva annunciato la candidatura alle primarie, non è dissimile da quello del 6 gennaio 2021: tutto rivolto contro l’establishment, all’interno del quale torna a ricomprendere il suo Partito, reo di “tradirlo” decidendo di restare nel solco delle prassi costituzionali e dello stato di diritto, per quanto indubbiamente stressato dalla titanica impresa di fornire legittimazione a 100 milioni di voti per posta. Al tempo stesso è innegabile che nei quattro anni di Presidenza, “the Donald”, guidato anche dalla buona classa dirigente messa in piedi dal Partito repubblicano che egli aveva “occupato”, non solo si è fatto carico anche dei sentimenti dell’America popolare, tradizionale, non metropolitana, ma ha pure realizzato nell’azione di governo delle buone cose, divenendo quasi il frontman di una specie di reazione alla rivoluzione delle élite.

Non si deve dimenticare nemmeno che alla vittoria di Trump nel novembre 2016 è seguito da parte degli avversari uno sforzo di delegittimazione non dissimile da quello che si rimprovera al Trump degli ultimi due mesi verso la vittoria di Biden. Non coglie la complessità della questione lo sguardo che consideri la “violenza” politica del recentissimo Trump, e non la continua e violenta demonizzazione di cui sono stati fatti oggetto lui e il suo corpo elettorale: abbiamo dimenticato lo sprezzante deplorables rivolto il 9 settembre 2016 dalla signora Clinton agli elettori di Trump, cioè a mezza America, alla metà del suo stesso Paese[1]?In quel déplorables vi è la sintesi di tutti gli episodi della tragedia delle democrazie liberali occidentali prima sintetizzati. Possiamo non considerare, per venire alla cronaca recentissima, la violenza ed il piglio autoritario delle élite rivoluzionarie contro “il popolo minuto”, che si sostanzia nella cancellazione non solo dei profili social del Presidente in carica degli USA, ma anche di milioni di suoi sostenitori ed elettori in tutto il Paese?

5. In America si sono determinate le condizioni per cui establishment e forgotten people sono, di fatto, in guerra civile. Con i fatti del 6 gennaio Trump e il c.d. “trumpismo” c’entrano solo nella misura in cui intervengono come fattore di risposta ai sentimenti anti-establishment: una risposta che in certi momenti è stata opportuna, in altri molto di meno, come negli ultimi due mesi e nel giorno dell’Epifania.

Come ha messo in chiaro Joseph de Maistre, da sentimenti di reazione e di insorgenza può nascere il contrario della rivoluzione ma, se male guidati e tradotti sul piano dell’azione politica, anche una nefasta rivoluzione di segno contrario. Insistendo nella contestazione del voto – e dunque giungendo al punto da delegittimarlo -, pur quando tutti gli strumenti possibili previsti dall’ordinamento avevano fornito esito negativo, Trump ha ulteriormente allontanato in questi mesi dal Partito repubblicano l’elettorato più moderato, e ha provocato la sconfitta nella corsa per gli ultimi due seggi del Senato in Georgia, così consegnando ai Dem la maggioranza anche al Senato (che invece era il vero bene realisticamente da preservarsi dopo la sconfitta di novembre).

Insistere sul punto e tornare a un messaggio esclusivamente anti establishment, anche contro il partito che nel bene o nel male è in parte espressione dell’America popolare, tradizionale, non metropolitana, senza la quale non vi è alcuna possibilità di fare “il contrario della rivoluzione”, mentre una manifestazione si radunava davanti al Campidoglio, è stato un boomerang: rischia di creare una frattura con l’opinione pubblica conservatrice, ha fatto sì che fosse definitivamente offuscato quanto di buono fatto nei quattro anni di Presidenza, soprattutto ha consentito alle élite in guerra contro il popolo la vittoria nella partita di dipingere “the Donald” innanzi all’opinione pubblica mondiale come il demonio in terra.

6. Sotto la cenere dei vulcani sui quali sono sedute le democrazie liberali occidentali cova il magma di una guerra civile globale, rispetto alla quale la reazione non può essere né quella di rifiuto sprezzante delle “plebi” e di autoritarismo soft delle élite mondialiste, che al posto degli gli eserciti usano le leve della finanza e della comunicazione, oltre che della politica e del potere giudiziario; ma nemmeno quella di chi vuole strumentalmente utilizzarla per dare vita a una rivoluzione di segno contrario, che inevitabilmente distrugge quel poco di corrispondente all’ordine naturale, in termini di autorità, istituzioni, corpi intermedi, che invece resta e va rispettato.

Non è certo con la mancata rielezione di Trump e con l’elezione di Biden che in Occidente si sono ridotte quella frustrazione e quella contrapposizione tra élite e “popolo minuto” che stressano le democrazie.  L’ignoto epilogo della tragedia sta piuttosto nella capacità di leggere, accogliere, guidare e trasformare in azione politica questi sentimenti.


[1] Fra i riflessi in Italia di questo atteggiamento brilla il post su fb dell’8 gennaio del sindaco di Bergamo, il pd Giorgio Gori: “guardo e riguardo queste persone sfilare. Chi sono? Proletari, mi verrebbe da dire. Poveracci poco istruiti, facilmente manipolabili, junk food e fake news, marionette nelle mani di uno sciagurato (…)”.




Quelle interpretazioni di “Amoris Laetitia” così pericolose.

A cinque anni dalla pubblicazione della Amoris Laetitia, 19 marzo 2016, pubblichiamo un passo del libro pubblicato il mese scorso del Card. George Pell intitolato “Prison Journal”, un diario scritto durante i giorni della ingiusta prigionia. Lo riprendiamo dal blog Settimo cielo, di Sandro Magister.

 

Card. George Pell
Card. George Pell

 

(3 marzo, mercoledì delle ceneri, e sabato 23 marzo 2019, pp. 25 e 75)

Sto ancora proseguendo nella lettura della Lettera agli Ebrei, un grande testo, che sviluppa l’obiettivo centrale di Paolo di spiegare il ruolo di Gesù nell’Antico Testamento o nelle categorie ebraiche; che completa l’opera e il messaggio della prima Alleanza. La fedeltà a Cristo e al suo insegnamento rimane indispensabile per qualsiasi cattolicesimo fruttuoso, per qualsiasi risveglio religioso. Questo è il motivo per cui le “approvate” interpretazioni argentina e maltese di “Amoris laetitia” sono così pericolose. Vanno contro l’insegnamento del Signore sull’adulterio e l’insegnamento di san Paolo sulle disposizioni necessarie per ricevere adeguatamente la Santa Comunione. […]

La prima lettura del breviario è sempre tratta dall’Esodo, capitolo 20, e riporta la promulgazione da parte di Dio di quanto abbiamo riordinato nei Dieci Comandamenti. Da adulto, e anche da bambino, li ho sempre considerati essenziali. Cinquant’anni fa ricordo di aver letto che Bertrand Russell, un famoso filosofo ateo, affermava che i Dieci Comandamenti erano come un esame finale di dieci domande, delle quali bastava rispondere solo a sei. Intelligente, ma troppo comodo. […]

Ai due Sinodi sulla Famiglia, alcune voci hanno proclamato ad alta voce che la Chiesa era un ospedale da campo o un porto di rifugio. Ma questa è solo un’immagine della Chiesa ed è ben lontana dall’essere la più adatta o rilevante, perché la Chiesa deve piuttosto mostrare come non ammalarsi e come scampare ai naufragi, e qui i comandamenti sono essenziali. Gesù stesso ha insegnato: “Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore” (Gv 15, 10).

(In una nota redazionale a piè di pagina, riguardo alle interpretazioni di “Amoris laetitia”, si spiega che “linee guida pastorali” che “permettevano ai cattolici divorziati e risposati di ricevere la comunione in certe circostanze” furono pubblicate in Argentina e a Malta e “papa Francesco approvò le linee guida di Buenos Aires in una lettera ai vescovi della regione nel settembre 2016”, mentre “la pubblicazione delle linee guida maltesi su ‘L’Osservatore Romano’, il quotidiano della Santa Sede, nel gennaio 2017 fu vista anch’essa da alcuni come un’approvazione ufficiale di quelle linee guida”).

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Sul British Medical Journal un prof. dice che l’efficacia del vaccino Pfizer e Moderna potrebbe essere tra il 19% e 29%, non il 95%.

Il professor Peter Doshi, associato presso l’Università del Maryland, dove si occupa di ricerca dei servizi sanitari farmaceutici, redattore associato dell’autorevole British Medical Journal (BMJ), opinionista in materia per il New York Times, ha scritto un articolo proprio su questa rivista secondo cui l’efficacia reale dei vaccini in circolazione, quelli della Pfizer e Moderna non sarebbe intorno al 95% ma tra il 19% ed il 29%, ben al di sotto della soglia del 50% per l’autorizzazione da parte degli enti regolatori. Inoltre, sono tante le cose non chiare. Per chiarirle è necessario entrare in possesso dei dati che, purtroppo, le case farmaceutiche, tutte, hanno detto che inizieranno a rendere disponibili solo tra 24 mesi dopo il completamento dello studio.

“Chiedere che tutti i dati sui vaccini vengano pubblicati nella loro completezza è una richiesta legittima e più che giustificata”. Il professor Silvio Garattini, farmacologo, fondatore e presidente dell’Istituto Mario Negri, nel commentare l’opinione di Peter Doshi pubblicata il 4 gennaio sul British medical journal, e che qui rilanciamo, ribadisce quanto spiegato nell’intervista pubblicata nel numero in edicola del Salvagente: “Avere a disposizione i dati singoli in base ai quali Fda e Ema hanno valutato e autorizzato i vaccini Pfizer e Moderna è essenziale. Da esperienza posso dire che Fda, più di Ema, hanno una politica molto aperta in fatto di pubblicazione di tutti i dati presi in considerazione per le loro valutazioni”.

Ecco l’articolo del 4 gennaio scorso del prof. Peter Doshi nella mia traduzione. 

 

 

Cinque settimane fa, quando ho sollevato domande sui risultati delle sperimentazioni del vaccino covid-19 di Pfizer e Moderna, tutto ciò che era di pubblico dominio erano i protocolli di studio e alcuni comunicati stampa. Oggi sono disponibili due pubblicazioni su riviste e circa 400 pagine di dati riassuntivi sotto forma di molteplici rapporti presentati da e alla FDA prima dell’autorizzazione d’emergenza dell’agenzia per il vaccino mRNA di ogni azienda. Mentre alcuni dei dettagli aggiuntivi sono rassicuranti, altri no. Qui descrivo le nuove preoccupazioni circa l’attendibilità e la significatività dei risultati di efficacia riportati.

“Sospetto covid-19”

Tutta l’attenzione si è concentrata sui risultati di notevole efficacia: Pfizer ha riportato 170 casi di covid-19 confermati dalla PCR, suddivisi da 8 a 162 tra gruppi di vaccini e placebo. Ma questi risultati sono stati sminuiti da una categoria di malattia chiamata “sospetto covid-19” – quelli con covid-19 sintomatico che non sono stati confermati dalla PCR. Secondo il rapporto della FDA sul vaccino di Pfizer, ci sono stati “3410 casi totali di covid-19 sospetti, ma non confermati nella popolazione complessiva dello studio, 1594 si sono verificati nel gruppo del vaccino vs. 1816 nel gruppo del placebo”.

Con un numero di casi sospetti 20 volte superiore a quello dei casi confermati, questa categoria di malattia non può essere ignorata semplicemente perché non c’è stato un risultato positivo al test PCR. In effetti, questo rende ancora più urgente la comprensione. Una stima approssimativa dell’efficacia del vaccino contro lo sviluppo dei sintomi del covid-19, con o senza un risultato positivo del test PCR, sarebbe una riduzione del rischio relativo del 19% (vedi nota) – molto al di sotto della soglia di efficacia del 50% per l’autorizzazione stabilita dai regolatori. Anche dopo aver eliminato i casi che si verificano entro 7 giorni dalla vaccinazione (409 sul vaccino di Pfizer contro 287 sul placebo), che dovrebbero includere la maggior parte dei sintomi dovuti alla reattogenicità (capacità di provocare una reazione e soprattutto una reazione immunologica, ndr) a breve termine del vaccino, l’efficacia del vaccino rimane bassa: 29% (vedi nota).

Se molti o la maggior parte di questi casi sospetti fossero in persone che hanno avuto un risultato falso negativo del test PCR, ciò ridurrebbe drasticamente l’efficacia del vaccino. Ma considerando che le malattie simil-influenzali hanno sempre avuto una miriade di cause: rinovirus, virus influenzali, altri coronavirus, adenovirus, virus sinciziale respiratorio, ecc., alcuni o molti dei casi sospetti di covid-19 possono essere dovuti a un agente causale diverso.

Ma perché l’eziologia dovrebbe essere importante? Se coloro che hanno avuto il “sospetto covid-19” avevano essenzialmente lo stesso decorso clinico del covid-19 confermato, allora “sospetto più covid-19 confermato” può essere un punto finale più significativo dal punto di vista clinico rispetto al solo covid-19 confermato.

Tuttavia, se il covid-19 confermato è in media più grave del sospetto covid-19, dobbiamo comunque tenere presente che, in fin dei conti, non è la gravità clinica media che conta, ma l’incidenza della malattia grave che colpisce i ricoveri ospedalieri. Con un numero 20 volte superiore di sospetti covid-19 rispetto al covid-19 confermato, e studi non progettati per valutare se i vaccini possono interrompere la trasmissione virale, un’analisi della malattia grave indipendentemente dall’agente eziologico – in particolare, i tassi di ospedalizzazione, i casi di terapia intensiva e i decessi tra i partecipanti agli studi – sembra giustificata, ed è l’unico modo per valutare la reale capacità dei vaccini di ridurre la pandemia.

C’è un chiaro bisogno di dati per rispondere a queste domande, ma il rapporto di 92 pagine di Pfizer non menziona i 3410 casi di “sospetto covid-19”. Né è stata pubblicata sul New England Journal of Medicine. Né lo ha fatto nessuno dei rapporti sul vaccino di Moderna. L’unica fonte che sembra averlo riportato è la revisione della FDA sul vaccino di Pfizer.

I 371 individui esclusi dall’analisi dell’efficacia del vaccino Pfizer

Un’altra ragione per cui abbiamo bisogno di più dati è l’analisi di un dettaglio inspiegabile che si trova in una tabella della revisione della FDA sul vaccino di Pfizer: 371 individui esclusi dall’analisi dell’efficacia per “importanti deviazioni dal protocollo entro i 7 giorni dopo la dose 2”.  Ciò che è preoccupante è lo squilibrio tra gruppi randomizzati nel numero di questi individui esclusi: 311 dal gruppo del vaccino contro i 60 del placebo. (Al contrario, nello studio di Moderna, solo 36 partecipanti sono stati esclusi dall’analisi di efficacia per “deviazioni dal protocollo maggiore”- 12 gruppi di vaccini contro 24 gruppi di placebo).

Quali sono state queste deviazioni di protocollo nello studio di Pfizer e perché nel gruppo dei vaccini sono stati esclusi cinque volte di più? Il rapporto della FDA non lo dice, e queste esclusioni sono difficili da individuare anche nella relazione di Pfizer e nella pubblicazione della rivista.

Farmaci per la febbre e per il dolore, smascheramento e comitati per l’aggiudicazione degli eventi primari

Il mese scorso ho espresso preoccupazione per il potenziale ruolo confondente dei farmaci contro il dolore e la febbre nel trattamento dei sintomi. Ho ipotizzato che tali farmaci potrebbero mascherare i sintomi, portando a una sottovalutazione dei casi di covid-19, possibilmente in numero maggiore nelle persone che hanno ricevuto il vaccino nel tentativo di prevenire o trattare gli eventi avversi. Tuttavia, sembra che il loro potenziale di confondere i risultati fosse piuttosto limitato: sebbene i risultati indichino che questi farmaci sono stati assunti circa 34 volte più spesso nei soggetti che hanno ricevuto il vaccino rispetto a quelli che hanno ricevuto il placebo (almeno per il vaccino di Pfizer – Moderna non ha riferito in maniera così chiara), il loro uso era presumibilmente concentrato nella prima settimana dopo l’uso del vaccino, assunto per alleviare gli eventi avversi locali e sistemici post-iniezione. Ma le curve di incidenza cumulative suggeriscono un tasso abbastanza costante di casi confermati di covid-19 nel tempo, con date di insorgenza dei sintomi che si estendono ben oltre una settimana dopo il dosaggio.

Detto questo, il più alto tasso di utilizzo di farmaci nel braccio del vaccino fornisce un ulteriore motivo per preoccuparsi di uno smascheramento non ufficiale. Data la reattogenicità dei vaccini, è difficile immaginare che i partecipanti e i ricercatori non possano fare supposizioni informate sul gruppo in cui si trovavano. Il punto finale primario degli esperimenti è relativamente soggettivo, il che rende lo smascheramento un’importante preoccupazione. Eppure né la FDA né le aziende sembrano aver formalmente sondato l’affidabilità della procedura di randomizzazione e i suoi effetti sui risultati riportati.

Né sappiamo abbastanza sui processi dei comitati di aggiudicazione degli eventi primari che hanno contato i casi di covid-19. Sono stati resi randomizzati (blinded) ai dati sugli anticorpi e alle informazioni sui sintomi dei pazienti nella prima settimana dopo la vaccinazione?  Quali criteri hanno utilizzato e perché, con un evento primario che consisteva in un risultato riferito dal paziente (sintomi del covid-19) e nel risultato del test PCR, era necessario un tale comitato? È anche importante capire chi faceva parte di queste commissioni. Mentre Moderna ha nominato il suo comitato di aggiudicazione composto da quattro membri – tutti medici affiliati all’università – il protocollo di Pfizer dice che tre dipendenti Pfizer hanno svolto il lavoro. Sì, i membri del personale Pfizer.

L’efficacia del vaccino in persone che hanno già avuto il covid?

Individui con una storia nota di infezione da SARS-CoV-2 o con una precedente diagnosi di Covid-19 sono stati esclusi dagli studi di Moderna e Pfizer. Ma ancora 1125 (3,0%) e 675 (2,2%) dei partecipanti agli studi di Pfizer e Moderna, rispettivamente, sono stati considerati positivi al SARS-CoV-2 al baseline.

La sicurezza e l’efficacia del vaccino in questi destinatari non ha ricevuto molta attenzione, ma poiché porzioni sempre più ampie delle popolazioni di molti Paesi possono essere “post-Covid”, questi dati sembrano importanti – e tanto più che il CDC statunitense raccomanda di offrire il vaccino “indipendentemente dalla storia di infezione precedente sintomatica o asintomatica da SARS-CoV-2”. Questo fa seguito alle conclusioni dell’agenzia, per quanto riguarda il vaccino di Pfizer, che ha avuto un’efficacia ≥92% e “nessuna preoccupazione specifica per la sicurezza” nelle persone con precedente infezione da SARS-CoV-2.

Secondo il mio conteggio, Pfizer ha a quanto pare riportato 8 casi di Covid-19 confermato, sintomatico, in persone positive per la SARS-CoV-2 al baseline (1 nel gruppo del vaccino, 7 nel gruppo placebo, utilizzando le differenze tra le tabelle 9 e 10) e Moderna, 1 caso (gruppo placebo; tabella 12).

Ma con solo da 4 a 31 reinfezioni documentate a livello globale, come potrebbero esserci nove casi confermati di covid-19 tra quelli con infezione da SARS-CoV-2 al basale in studi su decine di migliaia, con un follow-up mediano di due mesi? Questo è rappresentativo di un’efficacia significativa del vaccino, come sembra aver sostenuto il CDC? O potrebbe essere qualcos’altro, come la prevenzione dei sintomi del covid-19, eventualmente attraverso il vaccino o l’uso di farmaci che sopprimono i sintomi, e nulla a che fare con la reinfezione?

Abbiamo bisogno dei dati grezzi

Per rispondere alle numerose domande aperte su queste prove è necessario accedere ai dati grezzi dell’esperimento. Ma nessuna azienda sembra aver condiviso i dati con terzi a questo momento.

Pfizer afferma di rendere disponibili i dati “su richiesta e soggetti a revisione”. Questo non basta a rendere i dati disponibili al pubblico, ma almeno lascia la porta aperta. Non è chiaro quanto sia aperta, poiché il protocollo di studio dice che Pfizer inizierà a rendere disponibili i dati solo 24 mesi dopo il completamento dello studio.

La dichiarazione di Moderna sulla condivisione dei dati afferma che i dati “potrebbero essere disponibili su richiesta una volta completato lo studio”. Ciò si traduce in un periodo che va dalla metà alla fine del 2022, poiché il follow-up è previsto per 2 anni.

Le cose potrebbero non essere diverse per il vaccino Oxford/AstraZeneca che ha promesso dati a livello di paziente “una volta completato lo studio”. E la voce ClinicalTrials.gov per il vaccino russo Sputnik V dice che non ci sono piani per condividere i dati dei singoli partecipanti.

L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e l’Health Canada, tuttavia, possono condividere i dati per qualsiasi vaccino autorizzato molto prima. EMA si è già impegnata a pubblicare i dati presentati da Pfizer sul suo sito web “a tempo debito“, così come Health Canada.

 

Conflitto di interessi: Mi sono dedicato al rilascio pubblico dei protocolli di sperimentazione del vaccino, e ho co-firmato lettere aperte che chiedono l’indipendenza e la trasparenza nel processo decisionale relativo al vaccino covid-19.

 

Nota a piè di pagina

I calcoli in questo articolo sono i seguenti:  19% = 1 – (8+1594)/(162+1816); 29% = 1 – (8 + 1594 – 409)/(162 + 1816 – 287). Ho ignorato i denominatori in quanto sono simili tra i gruppi.

Peter Doshi è redattore associato al BMJ e al team di News & Views. Con sede a Baltimora, è anche assistente professore di ricerca sui servizi sanitari farmaceutici presso la University of Maryland School of Pharmacy. Dal 2009, Doshi ha lavorato a una revisione sistematica Cochrane degli inibitori della neuraminidasi per l’influenza. Questa revisione ha sviluppato metodi innovativi per la valutazione delle informazioni normative, compresi i rapporti di studi clinici. Doshi ha completato una borsa di studio per la ricerca sull’efficacia comparativa presso la Johns Hopkins e ha conseguito il dottorato di ricerca in storia, antropologia e scienza, tecnologia e società presso il Massachusetts Institute of Technology.