Martin ha sostenuto che è “altrettanto teologicamente corretto usare immagini femminili su Dio quanto lo è usare immagini maschili”.

Delle affermazioni del gesuita padre James Martin ne parla Michael Haynes nel suo articolo pubblicato su Lifesitenews. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Padre Jame Martin, gesuita
Padre Jame Martin, gesuita

 

Padre James Martin, ha difeso il suo recente riferimento a Dio come “Lei”, scrivendo un articolo su America Magazine (la rivista dei gesuiti americani, ndr) in cui ha affermato che l’immaginario femminile di Dio non è “contrario alla nostra fede”. Martin ha anche criticato un concetto maschile di Dio come promotore di un dannoso concetto di patriarcato. 

Per la Seconda Domenica di Quaresima, il noto gesuita ha originariamente condiviso una riflessione dell’organizzazione Catholic Women Preach, che si riferiva a Dio come femmina, commentando su come “Dio vi farà intravedere il suo (“her”=suo, al femminile in inglese, ndr) potere”. 

Dopo aver affrontato una significativa indignazione da parte dei cattolici, Martin ha approfittato della sua posizione di “editor at large” di America Magazine, per riaffermare la sua posizione sul concetto femminile di Dio.

In un post intitolato “Dio non è un uomo (o una donna)”, Martin ha rivelato di non avere problemi a chiamare Dio “lei”.

“Dio non è un uomo. E mentre Gesù Cristo era (ed è) un uomo e ci invita a chiamare Dio Padre, questo non significa che Dio sia maschio o che Dio sia solo maschile”, ha scritto.

Martin ha sostenuto che è “altrettanto teologicamente corretto usare immagini femminili su Dio quanto lo è usare immagini maschili” e che non è “contrario alla nostra fede, poiché è parte della Scrittura, sebbene una parte trascurata e persino ignorata”.

Martin ha poi notato che nemmeno lui vede Dio come una donna, aggiungendo che “[i]l mistero del Dio Trino va oltre i confini del sesso o del genere”.

Il prominente sostenitore LGBT ha descritto come egli crede che sia “dannoso”  “immaginare Dio di un solo genere”. Martin ha continuato a descrivere ciò che vede come un effetto dannoso di questa visione, indicando le “culture patriarcali”, e di come il concetto comune di Dio come maschio, abbia influenzato la teologia, il culto pubblico e privato, e la vita cristiana. 

Ha dato esempi del lavoro fatto dalla teologa femminista Suor Elizabeth Johnson, che ha speso molto tempo nel presentare Dio in modo femminile. La Johnson prende immagini o analogie femminili dalla Bibbia e interpreta il loro uso per suggerire che Dio dovrebbe essere inteso come una donna.

Usando le sue idee, Martin ha poi anche accennato ad azioni nefaste che sono state prese per assicurare che Dio fosse artisticamente ritratto come un maschio, piuttosto che una femmina, presumibilmente come un esempio della dannosa cultura patriarcale che aveva menzionato prima. 

Notando la risposta scioccata dei fedeli cattolici, Martin ha rimandato i lettori alle Scritture, suggerendo che tale reazione “rispecchia alcune delle reazioni che vediamo nei Vangeli quando Gesù invita le persone a pensare a Dio come più grande di quanto avevano originariamente immaginato.” 

Martin ha anche tentato di usare impropriamente San Tommaso d’Aquino per difendere la sua posizione, osservando come l’Aquinate abbia scritto che è “necessario trovare nuove parole per esprimere l’antica fede su Dio”. Tuttavia, l’Aquinate ha scritto questa frase per difendere l’uso del termine “persona” quando descrive la Trinità, non per promuovere la novità nel descrivere la natura di Dio. 

Dio creatore del mondo

Infatti, l’Aquinate ha già risposto alle teorie di Martin. All’inizio del suo opus magnus, la Summa Theologiae, l’Aquinate ha insegnato che il “nome COLUI CHE È appartiene più propriamente a Dio”. La formula, data da Dio a Mosè (Esodo 3,13-14), è il nome più proprio di Dio, scriveva l’Aquinate, a causa della sua significazione, universalità e consegna.

Questo passo scritturale è uno di quelli che Martin evita di menzionare, anche se è un passo in cui Dio fornisce una risposta diretta al modo in cui deve essere compreso dagli uomini: “Io sono colui che sono… colui che è”.

San Tommaso denota anche la comprensione teologicamente corretta di Dio come Padre, quando spiega le tre persone nella Trinità. “Ora è la paternità che distingue la persona del Padre da tutte le altre persone. Perciò questo nome Padre, con cui si indica la paternità, è il nome proprio della persona del Padre”.

Il concetto maschile di Dio come Padre, che P. Martin ha descritto come prova di “dannose… culture patriarcali”, è un concetto insegnato da Cristo stesso nelle Scritture – un altro esempio scritturale che Martin evita di menzionare. Era il modo in cui Egli insegnò agli Apostoli a pregare e a riferirsi a Dio: “Così dunque pregherete: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome”.

Cristo si riferisce ripetutamente a Dio Padre in tutti i Vangeli, e menziona come Egli sia colui che rivelerà Dio all’uomo, e Cristo lo fa rivelando Dio come Padre. “E nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale piacerà al Figlio di rivelarlo”.

È anche con questa frase, che denota Dio come Padre, che San Paolo apre ogni sua lettera. Nell’inviare i suoi saluti ai vari destinatari delle sue lettere, Paolo menziona costantemente, nelle prime righe, “Dio nostro Padre”.

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