Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Parlamento italiano

 

Più che di festeggiare, si tratta di commemorare. C’è stata, per una breve parentesi di quattro decenni che ha costituito probabilmente il miglior periodo della storia d’Italia, una Repubblica Italiana. Quella che, nel primo articolo della sua carta costituzionale (depurato della supercazzola di quel «fondata sul lavoro», un’invenzione democristiana per depistare i comunisti, che pretendevano la “repubblica dei lavoratori” come anticamera dei soviet), proclama che «l’Italia è una repubblica democratica. La sovranità appartiene al popolo».

In parte fu vero. Sovranità limitata, s’intende: avevamo perso rovinosamente una guerra mondiale ed eravamo necessariamente satelliti degli Stati Uniti. Ma gli Stati Uniti di allora erano limitati e guidati dalla necessità di tenere conto dell’Unione Sovietica e, in quella condizione di relativa stabilità che fu chiamata ‘equilibrio del terrore’ e che a quel tempo ci spaventava ma di cui oggi siamo tentati di provare grande nostalgia, anche i vassalli potevano avere una loro dignità ed un qualche spazio di autonomia politica. Non c’era l’Unione Europea. La Banca d’Italia stampava moneta e comprava il debito pubblico. La Repubblca, con quelle che allora si chiamavano “Partecipazioni statali”, deteneva una parte fondamentale dell’economia nazionale. L’apparato burocratico era modesto rispetto ai nostri giorni (anche perché c’era solo quello statale: fino al 1970 niente regioni). La magistratura stava al suo posto e svolgeva il suo compito. Gioverà ricordare che nei primi anni di quell’età, che certo aurea non era ma oggi, al confronto con ciò che siamo diventati, rischia di sembrarlo, si viveva senza Corte costituzionale (attiva solo dal 1956), senza CSM (1959), e, se è per questo, anche senza ANM come associazione unica dei magistrati (ne esisteva anche un’altra, l’UMI, di cui oggi quasi non si conserva memoria). All’interno, il ‘potere politico’ dunque esisteva, e qualcosa contava; la rappresentanza politica era effettiva e ‘sovranità popolare’ non era un puro flatus vocis, ma qualcosa di reale. Si facevano elezioni sufficientemente democratiche, con una partecipazione altissima del corpo elettorale e con un sistema elettorale rigorosamente proporzionale che prevedeva le preferenze. Il popolo, cioè, sceglieva effettivamente da chi essere governato e i suoi rappresentanti, una volta eletti, erano tutelati da solide garanzie costituzionali tra cui primeggiava l’immunità parlamentare.

Di tutto quel patrimonio di sovranità democratica non è rimasto quasi più nulla. Il sistema di alleanze di cui, volenti o nolenti, facciamo parte ha cessato di essere un fattore di stabilità da quasi quarant’anni: dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso non ricordo una sola grande azione politico-militare intrapresa dagli USA che non abbia prodotto destabilizzazione e disordine. L’Unione Europea è cresciuta in modo abnorme, come un monstrum politico e giuridico assai poco democratico, a cui – contro la Costituzione repubblicana che unicamente «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni»! – abbiamo stoltamente ceduto gran parte della sovranità nazionale. La moneta non c’è più; il servizio al debito pubblico fu abolito un giorno del febbraio 1981, alla chetichella, con un semplice scambio di lettere tra Beniamino Andreatta, allora ministro del Tesoro, e Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia; le grandi aziende pubbliche furono svendute in quegli stessi anni. Poi ci fu “Mani pulite” e il disastro che ne seguì: l’equilibrio tra i poteri fu sconvolto, un triste giorno del 1993 il parlamento si evirò e la magistratura non ebbe più freni: esondò dove volle e come volle, prendendo, di fatto, il potere.

Di conseguenza, vincere le elezioni e ‘andare al governo’ non significa ormai quasi più nulla. Intendiamoci: quel ‘quasi’ è sufficiente a farmi dire che comunque a votare bisogna andarci, perché anche se non ci fosse nessuno per cui votare, certamente ci sarà qualcuno contro cui votare. L’attuale governo, per cui io a suo tempo ho votato, non ha fatto quasi nulla di ciò per cui l’ho scelto, ma per votare la prossima volta mi basta la confermata certezza che gli altri farebbero peggio. Riconosco che è davvero poco, ma bisogna accontentarsi.

A dire il vero, una cosa buona questo governo l’aveva fatta: quella riforma costituzionale del Consiglio superiore della magistratura che, se confermata, avrebbe forse aperto uno spiraglio al recupero di un po’ di sovranità popolare. Perché la Costituzione, all’art. 101, dice che «La giustizia è amministrata in nome del popolo», non in nome di una casta autoreferenziale di mandarini onnipotenti ed intoccabili. Ma il popolo, formato in gran parte da coglioni, quella briciola di sovranità che forse gli sarebbe stata restituita, non l’ha voluta ed è andato a votare no, credendo di difendere “la costituzione più bella del mondo” (come dicono appunto i coglioni). Chissà che il 22-23 marzo scorso non sia stata murata la pietra tombale della ‘Repubblica Italiana’.

Quindi no, non c’è proprio niente da festeggiare.

Leonardo Lugaresi

 


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