Enrico Letta PD
Enrico Letta PD

 

di Mattia Spanò

 

Analisi elettorale a parte la merita il Partito Democratico del professor Enrico Letta, presto sostituito chi dice dal governatore emiliano Bonaccini, chi dalla pasionaria Elly Schlein, astro nascente della sinistra liberal già battezzata da diversi giornali internazionali.

M5S, Lega, FI hanno dimezzato i propri consensi. L’M5S li ha persi riuscendo nel capolavoro di limitare i danni, grazie al geniale colpo di coda di Conte sul reddito di cittadinanza. Una risacca di affetti stabili.

FdI li ha sestuplicati. Azione e Italia Viva hanno tutto sommato confermato la soglia fisiologica di iniziative di questo tipo, ma sono destinati a migrare in altri lidi (due galli nel pollaio non possono stare) evaporando e mutando pelle. Un altro 3% lo hanno preso la sinistra e i verdi a braccetto: una presenza che è testimonianza.

L’unico partito stabile, eternamente abbarbicato al suo 20%, è il PD. Alcuni parlano di “sconfitta”, in quanto calato sotto una fantomatica “soglia psicologica”, espressione simile alla temperatura percepita e al severamente vietato: il 20%, come ai saldi agostani nelle boutique di lusso (sono i pezzenti che intasano gli outlet reclamando il 70% di sconto). Se ci togliamo i quarti di prosciutto dagli occhi, notiamo che il PD è sempre stabile, impassibile, immutabile come la Sfinge.

Spacciare quella dei democratici come una sconfitta bruciante è persino offensivo. Eppure, si sono prodotti in una campagna manichea, spolverando l’aria fritta più vieta (l’antifascismo pavloviano, i soliti diritti negati agli omosessuali e agli immigrati, un europeismo atlantista imbarazzante e altri cotillions), sventolando l’immarcesci-vile superiorità antropologica. In una parola, commettendo errori sanguinosi che avrebbero provocato l’estinzione immediata di qualsiasi altra formazione, che ai piddini causano appena qualche grattacapo: niente che il prossimo congresso non possa sistemare.

Piaccia o dispiaccia il PD, come Bartali eterno secondo ma proprio per questo vero ago della bilancia di qualsiasi governo, è sopravvissuto a scandali – l’ultimo, l’infornata abborracciata di mascherine dell’ex segretario Zingaretti – e contraddizioni enormi: quando ha pagato dazio, lo ha fatto sempre in misura contenuta.

Ontologicamente indisponibile ai compromessi, il PD una volta al governo è capace di qualsiasi compromesso. Se la linea non richiede compromessi, riflessioni, divisioni, li inventa in un auto-tormento dantesco. Governare per il PD è il fine, non il mezzo.

Il PD cambia segretari come le mutande, discute, riflette al proprio interno, si divide e sembra sempre sul punto di implodere, cosa che non avviene mai. Hanno, bisogna riconoscerglielo, la capacità innata di infestare il dibattito pubblico di paralogismi e formule ermetiche, che nessuno capisce sino in fondo ma moltissimi reputano sensate. Il segreto è semplice e confortante: le persone non contano una mazza. Sono le idee immortali che contano. Le stiracchi a piacere, difficilissime da estirpare.

Refrattario alle aporie che risolve con giochi di prestigio semantici – il vero mantra è il “questo ma anche quello” di Veltroni, la Treccani gli dedica una voce – è capace di exploit leggendari come il 40% alle Europee (non a caso un’elezione extra-territoriale) con Renzi in plancia, dai quali umilmente e prestamente recede per tornare in patria al confortevole nido del 20%.

Quando si tratta di spedire qualcuno a far danni all’estero, gli italiani sono straordinariamente di manica larga. Peccato che il consenso ottenuto per fare le valigie (Renzi e Salvini docunt) si trasformi nel tentativo – riuscito nel caso del PD, goffamente fallito in quello della Lega – di menare le danze in patria.

Che l’attracco politico del PD sia foresto – non si contano i pellegrinaggi votivi da Obama, Clinton e le giaculatorie a Biden – non è un mistero per nessuno.

Eminenti del PD sono riusciti in alcuni capolavori destinati a passare alla storia: Sandro Gozi eletto al parlamento europeo in Francia, in una lista appoggiata da Macròn. Non bastasse, il PD vanta la più lunga lista di premiati con la Legion d’Onore, massima onorificenza repubblicana francese (per servizi resi alla Francia, sia chiaro), che merita di essere riportata per esteso: Prodi, Veltroni, Bassanini, Franceschini, Letta, Fassino, D’Alema. Non si tratta, come si può constatare, di seconde file.

All’elenco dell’empireo gallo-romano manca per un soffio il conte Gentiloni Silverj, ministro degli esteri e premier in quota PD (quello che si abbraccia da solo per la vittoria di Biden) che provò a cedere di soppiatto un tratto di mare italiano ai francesi in cambio di niente: colpaccio andato a rotoli, niente Legion d’Onore ma un misero strapuntino al fianco di Dombrovskis. Andrà meglio la prossima volta. Che ci sarà, senza fallo.

I maggiorenti piddini sono coerenti quanto lo sono i loro avversari politici: sfiorati dal cosiddetto “scandalo Bibbiano”, che non pregiudicò l’alleanza coi 5S (“io col partito di Bibbiano non voglio avere nulla a che fare”, aveva tuonato Di Maio, prima del allearcisi nel Conte-bis ed essere candidato nelle liste Pd) hanno dimostrato una certa confusione sfociata nel tonitruante “viva le devianze” di Letta. Passi che Di Maio cercasse una candidatura qualunque, non riesco ad immaginare una devianza peggiore del concedergli un posto in lista.

Love is love. Non dai fastidio a nessuno se sposi un morto, un cane, un cuscino. Tutte ispirazioni che arrivano da oltreconfine, iperboli tali da legittimare pratiche perfino banallime come le unioni civili, l’utero in affitto (sfruttato da illuminati piddini come Nichi Vendola), le “famiglie”. E pazienza se in qualche caso sono reati: sono a fin del sommo bene, i pruriti dell’ego. Non esistono reati, ma solo pratiche legittime in attesa di essere legalizzate dopo qualche decina di flash-mob e soprattutto il Gay Pride, che nel frattempo ha scalzato la Festa dell’Unità dall’immaginario dem.

Va segnalata anche una fascinazione grifagna sui giovani capace di attraversare intatta ere geologiche, il che garantisce una sana clonazione al vertice: il giovin Saviano, che vive da anni in un attico nella Grande Mela, si sente costretto a lasciare l’Italia perché ha vinto Meloni. Fugge da fame, guerra, fascismo e fatture dell’Enel anche lui, in fondo.

Tristezza e senso di ridotta partigiana che assalgono ragazzi come i Måneskin, Francesca Michielin e Elodie. Parole e musica, è il caso di dire, che si sentivano già negli anni ’90, quando imperversava il fantasma catodico di Berlusconi. Idee freschissime, insomma. Nel senso di ibernate.

L’archetipo umanoide di riferimento è il geometra del Comune: se l’ordine di scuderia è sviluppare ventre a terra le rinnovabili, il solerte geometra tesserato compulsa cavilli su cavilli per impedirti di mettere quattro moduli fotovoltaici. Stanco, deluso, combattuto ma indefesso, sul piano ideale abbraccia i mantra ecologisti che vieta su quello materiale. Hegelianamente: tesi, antitesi, nullasi – la sintesi e il superamento del nulla col niente. Tutto in un unico pacchetto.

In materia sessuale, nel groviglio sapienziale di eros e thanatos, il PD offre il meglio: dalla legge-bavaglio contro l’omofobia (Ddl Zan), al femminicidio, all’aborto – leggi: soppressione del frutto naturale di pratiche sessuali cisgender – alle battaglie per l’impiego della schwa (o dello schwa: qualcuno ha capito se la ə sia maschile o femminile?), l’eutanasia per tutti (accoppiamento piacevole con la morte). In breve: scopare è fascista, morire è un piacere.

Senza la pretesa di sciogliere il nodo gordiano, si possono individuare almeno tre elementi che consentono alla Paperella Democratica di galleggiare anche in una piscina vuota.

Il primo: il massimalismo straccione che, impotente di fronte alla realtà, evoca mondi fantastici improntati ad un moralismo calvinista: qualsiasi sia la tendenza morale e culturale in auge, è sbagliata. È l’idea della civiltà come castigo e repressione. Mortifica et impera.

Il secondo: l’idea nicciana di essere al di là del bene e del male. Plasticamente resa dal negazionismo pandemico di “abbraccia un cinese” (il vero virus è il razzismo) culminato ne “il vaccino è libertà”. Se il male non esiste, non puoi essere colpevole. Se non sei colpevole, non sei punibile. Nemmeno nell’urna, sia elettorale che cineraria, come quelle scientificamente riempite dal rieletto nelle file del PD Roberto Speranza all’inizio della pandemia.

A orror del vero, da quel democratico che è, non proibiva né imponeva nulla: sconsigliava, consigliava, pubblicava libri profetici poi rimossi dagli scaffali, in cui si compiaceva che la pandemia fosse per la sinistra l’occasione di ripristinare “l’egemonia culturale”. Coerentemente con la vocazione egemonica, in puro stile MinCulPop metteva il segreto di Stato sul piano pandemico.

L’occupazione quasi militare di un universo semantico parallelo, nel quale è possibile ed eticamente doveroso inviare armi al regime nazista ucraino come strillare al fascismo imminente (ciò che spiace a Roma, può essere cosa buona e giusta a Kiev) creano una sorta di comfort zone in cui chiunque, ecco il punto, si può ritrovare. Campo largo, inclusione.

Ma il vero coniglio dal cilindro è il terzo elemento: il carattere servile innato negli italiani mitigato da una boria soffocante. Più sei inetto, più spendi parole a raccontarti quanto sei speciale e a pretendere con ogni mezzo, anche violento, che gli altri te lo riconoscano. Orizzonti di boria, per l’appunto.

Se il PD non incarna il carattere nazionale, ne incarna però le ambizioni più oscure. È il sogno dell’Italia unita, del (ri)fare gli italiani di Ferdinando Martini. Un sogno che risale al 1896. Lo chiamano ancora progressismo, e al 20% degli italiani va benissimo così.

 


 

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