“Omofobi per legge” Libro

“Omofobi per legge” Libro

 

di Sabino Paciolla

 

Tra qualche giorno la proposta di legge che reca la prima firma dell’onorevole Zan, quella sulla Omotransfobia, sarà discussa e votata alla Camera. Dati i numeri della maggioranza, è molto probabile che la proposta di legge venga in quella sede approvata per poi passare al Senato dove i numeri sono però più incerti. Ci attende pertanto una lunga e dura battaglia, soprattutto per rendere edotta l’opinione pubblica della gravità della legge proposta. Una gravità tale da mettere in forse il contenuto democratico della nostra Repubblica.

Ma come prima di intraprendere una battaglia occorre equipaggiarsi delle munizioni, definire le strategie e conoscere il più possibile il nemico e le sue idee, così anche nella nostra battaglia per la democrazia occorre dotarsi dell’equipaggiamento adeguato ad affrontare la sfida. Una delle “armi” migliori è la conoscenza del problema che si staglia dinanzi a noi. A tal proposito, uno degli “attrezzi” più utili è costituito dall’ottimo libro appena pubblicato e intitolato: “Omofobi per legge? Colpevoli per non aver commesso il fatto”, luglio 2020, edizioni Cantagalli, curato dal magistrato Alfredo Mantovano. Il libro reca i contributi anche di altri magistrati, docenti universitari e ricercatori, quali Domenico Airoma, Francesco Cavallo, Francesco Farri, Carmelo Leotta, Roberto Respinti, Mauro Ronco. 

In questo libro, la spinosa questione della proposta di legge è spiegata in maniera chiara, anche, e soprattutto, per i non addetti ai lavori. Dunque un libro molto utile alla causa, che invito tutti i lettori di questo blog ad acquistare qui o direttamente presso la casa editrice Cantagalli di Siena.

Già il titolo del libro, Omofobi per legge? Colpevoli per non aver commesso il fatto, spiega benissimo la gravità della questione: saremo condannati per un reato che non avremo commesso, ovvero, saremo condannati da una giustizia ingiusta, una giustizia degna di un regime autoritario. 

Il magistrato Domenico Airoma si chiede se non si tratti di “una emergenza creata in laboratorio”, di una emergenza inesistente ma spacciata come tale dalle élites culturali che dominano in ogni campo del potere massmediatico, finanziario e culturale. Leggendo il libro, ma, soprattutto, avendo gli occhi aperti su quello che sta avvenendo, non si può che concludere che sia proprio così. 

Un dato appare subito chiaro: l’emergenza non esiste perché non esistono i numeri. Il magistrato Alfredo Mantovano riporta i dati ufficiali dell’OSCAD, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, istituito dieci anni fa presso il Ministero dell’Interno, e questi sono miseri: una media di 26,5 casi all’anno dal 2010 al 2018. Attenzione, sono solo “casi”. Occorre poi vedere se essi si trasformano in una condanna oppure in una assoluzione. Tali numeri, nella loro assoluta marginalità, non giustificano affatto alcuna legge!

E allora perché tutto questo movimento?

Lo spiega bene il magistrato Airoma nel suo contributo quando si chiede: “La legge sull’omofobia è l’olio di ricino della “dittatura del relativismo”? Chiarisce poi che “Omofobia, più che una parola, è un’arma”. E per spiegare questo concetto fa un excursus del termine spiegando come passi attraverso tre fasi.

La prima è quella caratterizzata dalla lenta emersione del neologismo. L’obiettivo dell’uso del termine omofobia è quello di influire sul costume, socializzando le conquiste della rivoluzione culturale del Sessantotto. Il termine, in questa prima fase, appare soprattutto nelle pagine di cronaca, costume e spettacolo, ed il suo uso “è strettamente legato all’obiettivo di far venir meno la criminalizzazione e la riprovazione morale dell’omosessualità”.

La seconda fase è quella politica. Infatti, il termine comincia a comparire sulle pagine politiche dei quotidiani soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, allorché l’associazionismo gay, soprattutto grazie al suo leader più rappresentativo, l’on. Franco Grillini, compie la svolta istituzionale, mette piede nelle aule parlamentari. “Snodo fondamentale di tale mutazione è l’alleanza strategica con quella sinistra, nata dalle ceneri del Partito Comunista Italiano, che viene assumendo sempre più i caratteri di un partito radicale di massa, espressione politica del relativismo culturale. 

La questione omosessuale va di pari passo con quella della rivendicazione dei cosiddetti nuovi diritti – la nuova frontiera mistica di una sinistra libertaria delusa dal fallimento marxista – e diviene centrale nella strategia di attacco alla famiglia e al matrimonio, gli ultimi ostacoli nel processo di compiuta secolarizzazione della società italiana”.

“‘[l]’accusa di omofobia’ diventa ‘uno strumento efficace di lotta politica’, perde il legame originario con un significato evocativo di comportamenti violenti ed assume una connotazione essenzialmente relazionale: è omofobo chiunque si opponga all’affermazione dei nuovi diritti e al riconoscimento pubblico dei “‘matrimoni’ same-sex e delle famiglie arcobaleno. Si passa così dalla punizione della condotta alla punizione dell’autore”.

I contorni diventano sempre più netti di quella che appare sempre più una vera e propria rivoluzione antropologica.

Ed è proprio l’affermarsi di un movimento che introduce una sorta di mutazione antropologica che apre la terza fase dell’uso della parola omofobia che è connessa alla criminalizzazione-punizione-rieducazione. Questa terza fase è ben esplicitata da Ivan Scalfarotto, uno degli altri proponenti la legge sull’omofobia. Egli, infatti, nella II Commissione Permanente (Giustizia), seduta del 6.6.2013, p. 19,  afferma che la criminalizzazione dell’omofobia è “uno di quei casi in cui la norma penale ha un effetto simbolico e contribuisce a costruire la modernità di un paese e la cultura di una comunità”.

Chiaro? La punizione di uno pseudo reato, non definito penalmente, non riscontrabile oggettivamente come vorrebbe la civiltà giuridica e penale, percepito solo soggettivamente da chi si ritiene offeso, “ha un effetto simbolico e contribuisce a costruire la modernità di un paese e la cultura di una comunità”. L’arma della giustizia penale per costruire una cultura!!!

Nel frattempo, continua Airoma, “la questione omosessuale lascia il campo all’ideologia gender, e nulla ha più a che vedere con l’esigenza di rimuovere presunte discriminazioni in pregiudizio di omosessuali e transessuali. La lotta dei militanti gender va, infatti, ben al di là dei “diritti” delle minoranze sessuali: l’obiettivo è quello, una volta de-costruita la sessualità, di ri-costruirla secondo il desiderio di ciascuno, disincarnandola del tutto dal corpo, e facendone parte integrante di una concezione dell’uomo definitivamente sganciata da qualsiasi ordine oggettivo”.

L’omofobia, dice Airoma, è lo stigma che colpisce chiunque si opponga alla costruzione dell’’omo novus’. Omofobo è colui al quale viene attribuito una disposizione interiore di odio, per il solo fatto di non voler abbandonare una visione dell’uomo che si pretende fondata su una legge scritta nel cuore e resa visibile dal corpo”.

“La prospettiva in cui si inserisce l’identità di genere è molto più ampia, è di respiro universale: una vera e propria opera di nuova civilizzazione che si fonda sull’idea dell’assenza di qualsivoglia limite e che mira a superare l’uomo così come uscito dalle mani di Dio.”

Per Airoma, le conseguenze sono più che logiche: 

“L’incriminazione serve, dunque, per un verso a consolidare le conquiste già raggiunte e, per altro, a porre le condizioni per una profilassi preventiva e per un’incisiva azione rieducativa nei confronti di soggetti socialmente impresentabili ed eticamente biasimevoli”.

E per meglio spiegare il concetto, Airoma usa le parole del presidente della Corte costituzionale, G.M. Flick: 

“Oggi purtroppo usiamo il carcere non più come extrema ratio ma come l’olio di ricino, come strumento primario di controllo sociale […]”. Per Airoma, dunque, “la legge sull’omofobia altro non è che la minaccia dell’olio di ricino per chiunque si opponga a un ricatto ideologico subdolamente totalitario”.

“La questione omosessuale è ormai abbondantemente sullo sfondo; anzi, le persone omosessuali sono diventate solo uno strumento, come lo furono un tempo i proletari per la Rivoluzione bolscevica”, continua Airoma.

E infine il magistrato conclude: “Da una parte vi è chi non vuole solo affermare una concezione dell’uomo, ma pretende che la propria sia ‘la’ verità sull’uomo, dinanzi alla quale ogni altra visione è non solo culturalmente insostenibile, ma anche talmente riprovevole da silenziarne gli odiosi sostenitori con il carcere. Dall’altra parte, vi è chi è nella difficile condizione di dover non tanto difendere un mondo oramai agonizzante profondamente secolarizzato, quanto di testimoniare con la propria vita, e sostenere pubblicamente, la bellezza dell’unica verità capace di far ricostruire una società a misura d’uomo. 

È per questa ragione che questa battaglia merita di essere combattuta, a prescindere dal risultato che potrà avere”.

Credo bastino queste poche citazioni per rendere l’idea della ricchezza e dell’importanza del volume. 

Non mi dilungherò sul prezioso contributo del prof. Mauro Ronco, come anche del curatore del volume, Alfredo Mantovano, o degli altri contributori. Questa recensione diventerebbe troppo lunga e approfitterebbe della pazienza del lettore. Lascio il piacere della scoperta e dell’apprezzamento che verrà con la lettura personale del volume. 

Dico soltanto che è un libro molto utile alla causa, se vogliamo “combattere” la battaglia per la democrazia con un minimo di “equipaggiamento”. 

Per questo, vale la pena leggerlo.

 

(se il video non si carica, fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

 

 

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