Omofobia

 

 

di Roberto Allieri

 

Non sono un esperto di etimologia, ma da sempre avverto il fascino che suscitano le parole: sia nel loro suono sia nel mistero che avvolge la loro nascita ed affermazione.

L’analisi etimologica spesso rivela un aspetto ulteriore, che rimanda ad un significato che va più in là. A volte le parole custodiscono un tesoro di senso che non è facile comprendere subito. Con un piccolo approfondimento è però possibile cogliere sfaccettature rivelatrici, così come smascherare manipolazioni ed evitare abusi lessicali.

Oggi, però, questo tipo di curiosità riguarda una nicchia; è relegata per lo più a cultori di materie umanistiche e filosofiche. Roba da tenere nelle loro sacrestie, senza importunare troppo chi ha cose più concrete a cui pensare. Certamente questa ignoranza fa buon gioco a coloro che vogliono manipolare o addomesticare il lessico: cambiare il nome delle cose (ad esempio I.V.G.  al posto di aborto, gestazione per altri al posto di utero in affitto) cambia il senso che si vuole attribuire alle stesse. Smussando spigolosità si possono veicolare messaggi persuasivi. Oppure, senza cambiare le parole, le si può caricare di nuovi significati e aspettative. Pensiamo a tante parole talismano, del tipo ‘discernimento’, ‘dialogo’, ‘sostenibilità’, ‘inclusione’, etc. A volte poi, cambiando i termini si finge di cambiare la realtà con mascherature: per esempio, la parola ‘handicappato’ è un eufemismo ormai logoro, usato più in senso spregiativo che di rispetto.

Le manipolazioni lessicali e grammaticali, funzionali all’ideologia imperante o al pensiero dominante, non sono certo una novità della nostra epoca. La loro analisi riguarda un campo talmente sterminato che non può essere ridotto ad una breve trattazione. Il mio obiettivo qui è pertanto limitato allo studio di due vocaboli che imperversano negli ultimi decenni ma che prima degli anni ’70 non esistevano: ‘omofobia ‘ e ‘eterosessuale’. Come cercherò di spiegare, la mia curiosità nasce dal fatto che non riesco a capire come possano essersi affermati nonostante la loro palese insostenibilità etimologica, quasi imbarazzante.

Vi chiederete: perché questa analisi? Dove vuole arrivare? Forse a riportare in auge sterili bizantinismi o discussioni teologiche tanto capziose quanto divisive? No, non sono un nostalgico, per dirne una, delle diatribe sul ‘filioque’, una guerra su un vocabolo che ha portato alla spaccatura della cristianità.

A me basta far ragionare un po’ non solo sulla sconvenienza di certi termini ma anche su certa malafede e sulle ricadute sociali. Far comprendere che la distruzione delle convenzioni linguistiche è solo una delle espressioni di una mentalità rivoluzionaria. Se non c’è alcun rispetto per il logos, l’ordine, la verità, la bellezza (considerati tutto ciarpame da spazzare) che rispetto può esserci per le regole grammaticali o gli aspetti lessicali ed etimologici? Se la lingua è espressione della cultura di un popolo e si vuole sovvertire questa cultura, anche la lingua dovrà subire questo destino.

Forse vi sembrerà un po’ grossa ma, se volete, seguitemi in questa peregrinazione filologica.

 

Cominciamo dal termine ‘omofobia’. Esso ha una data di nascita: nel 1971 venne usato per la prima volta dallo psicologo K. T. Smith nel trattato ‘Homophobia: A tentative personality profile’ (qui https://psycnet.apa.org/record/1972-21288-001 ) e poi rilanciato l’anno dopo nel famoso libro di Weinberg ‘Society and the Healthy Homosexual’. Nella fantasia dei coniatori, il vocabolo deriverebbe da omo, che significa primariamente uguale o medesimo, e dal suffisso fobia che vuol dire primariamente (specialmente in ambito medico) paura. Dunque, il significato che il dottor Smith (o il dottor Weinberg) avrebbero dovuto considerare per questo loro strambo termine inventato di sana pianta sarebbe stato ‘paura dell’uguale’. Il che significa… boh! Se uguale sottintendesse il genere sessuale, allora dovremmo pensare alla ‘paura verso persone dello stesso sesso’. Ma chi è che ha paura delle persone del suo stesso sesso? Mistero.

Per superare il pastrocchio etimologico, non so se causato da abissale e inescusabile ignoranza lessicale o da malafede degli esimi luminari (penso benevolmente la prima ipotesi), si è ipotizzato che omo dovesse sintetizzare la parola omosessuale e il termine fobia dovesse essere inteso come avversione.

E già qui abbiamo due abusi, che si aggiungono all’abuso di inventare una parola di sana pianta ‘ad capocchiam’. Primo, non si può alludere così allegramente, obbligando il mondo ad entrare nei tuoi giri mentali, a meno che tu non sia un artista o un poeta. Faccio un esempio? Se mi invento il termine at-fobia spiegando che significa ‘odio dell’Atalanta’ forse capirete che potrei screditarmi non poco se insistessi ad imporlo in un consesso scientifico. Anche se fossi un premio Nobel.

Secondo: il suffisso fobia significa paura, eppure viene spacciato e inteso nel senso di odio. Il termine greco corretto per questa accezione sarebbe invece ‘miso’. Però sarebbe stata cacofonica la definizione ‘mis-omosessuale’. E allora, siccome era impellente la necessità di inventarsi un qualche termine, ecco l’appiglio: fobia, tradotto in un significato non primario, può essere inteso anche come ‘avversione’. E quest’ultimo termine consente un’ambiguità. L’avversione può infatti essere declinata sia nel senso di paura che in quello di odio. Ma attenzione: questa ambiguità è solo nel vocabolo tradotto; in greco avversione viene sempre tradotto con mis- o miso, derivanti dal verbo miseo che significa odiare. Ritorniamo ancora lì.

La fobia è sinonimo di paura. Ricondurla all’odio è una manipolazione.

 

E veniamo al termine ‘eterosessuale’. Anche questa è una definizione inventata di sana pianta negli anni ’70 per inquadrare il mondo secondo le categorie pensate da un’emergente casta di precursori degli ingegneri sociali che oggi imperversano.

È un’etichetta che ci siamo trovati addosso senza discutere. Prima c’erano i normali (99% della popolazione) e gli invertiti (1%). Oggi ci sono gli omosessuali (le cui istanze e sensibilità sono rappresentate al 99% nei mass media e nelle istituzioni) e gli invertiti (ovvero quelli il cui pensiero, considerato invertito, trova spazio all’1%, annichilito e sbeffeggiato da un adeguato contraddittorio).

Ma se andiamo a vedere la costruzione del termine, ‘etero’ significherebbe in greco altro, diverso. Lo svarione è nel considerarlo il contrario di ‘omo’ mentre in realtà è il contrario di ‘orto-‘. Forse mi spiego meglio con un esempio. Pensiamo alla parola ‘ortodosso’: il suo contrario è ‘eterodosso’. Orto- significa corretto, giusto. Etero rimanda invece a qualcosa di altro, diverso; cioè non corretto.

Ora io mi chiedo: non sarebbe più logico definire una categoria che ricomprende oltre il 95% delle persone come normale, secondo norma, e quindi ‘orto’? E non sarebbe altrettanto logico definire ‘etero’ chi non rientra nella categoria ‘orto’?

Secondo una logica non solo etimologica, ma anche statistica, sarebbe quindi opportuno cambiare etichetta: gli eterosessuali, in senso stretto, sarebbero quelli che si accoppiano con persone dello stesso sesso. E gli altri dovrebbero avere l’etichetta di ortosessuali, se si vuole rispettare un criterio di pura e stragrande maggioranza.

In ciò non ci sarebbe niente di offensivo. Absit iniuria verbis. È solo una questione di rispetto lessicale. O di orto-grafia, corretta grafia o modo di scrivere. So che i seguaci della cultura woke, molto attenti e appassionati alle sfumature linguistiche e agli schwa, apprezzeranno queste finezze etimologiche.

 


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