di Roberto Allieri

 

Da buon ultimo arrivo io (e chi sarò mai?) per dire qualcosa sulla barbara vicenda dell’assassinio di Giulia Cecchettin. Inutile fare riepiloghi introduttivi di ciò che è successo: sapete tutto.

Chi mi segue sa che la mia attenzione, il mio scandaglio, va sempre sotto la superficie (o la superficialità) dei commenti. Certamente non amo allinearmi ai cori, di stampo liberal-globalista, orchestrati nei canali informativi generalisti.

Ecco, seguendo questa macabra cronaca, senza richiederla, già mi sono sorbito la pappa politicamente corretta: impossibile sfuggire alla grancassa che, travalicando i mass media, ha raggiunto piazze, scuole, chiese, luoghi di lavoro pubblici e privati, etc.

Ho però cercato altrove gli aspetti meno graditi ai manovratori e devo riconoscere che sono rimasto sorpreso.

Tante cose che avrei voluto dire io, fuori dal coro, le ho trovate non solo tra cantanti indipendenti che vanno cercati col lanternino ma anche dentro quei cori.

Fuori di metafora, sono stupito che ci sia stata una reazione di buon senso, anche in giornali e testate generaliste, alla strumentalizzazione ideologica di stampo femminista che si sta cercando di montare.

Lo abbiamo visto: l’uccisione di una sventurata sta diventando per qualcuno pretesto per scatenare campagne sullo stile di ‘black lives matter’ o ‘me too’. Una mentalità che trova giusto opporre all’odio di una persona un odio moltiplicato all’infinito. Una feroce avversione con connotazioni razziste che si riversa addirittura su tutti i maschi, considerati colpevoli. Colpevoli per nascita e per aver respirato aria di una cultura stigmatizzata come patriarcale. E così, per combattere il femminicidio, si vorrebbe arrivare a giustificare il maschicidio culturale. Una sproporzione ritorsiva, verso tutti indistintamente i maschi, che mi ricorda l’attuale repressione israeliana susseguente ai crimini di Hamas.

Una sproporzione alla quale si aggiunge una disparità di trattamento di casi analoghi. In Italia esiste infatti anche il fenomeno di uomini vittime di violenze domestiche o uccisi barbaramente dalle proprie mogli o compagne ed è un trend in aumento (QUI). Tuttavia, nei telegiornali, che non mancano di riportare e commentare con dovizia ogni singolo femminicidio, non esistono contatori per le vittime maschili. Anzi, per qualcuno i maschicidi non devono esistere (QUI); stranamente non si riesce a vedere correlazione tra l’atto (omicidio perpetrato da una donna) e l’effetto (morte dell’uomo, vittima della violenza). Nessuno è disposto a dimostrare un briciolo di solidarietà verso queste vittime perché la violenza deve rimanere un attributo solo maschile e guai ad affermare il contrario (vedi qui: anche le donne sanno essere dominanti e cattive).

Ebbene, questa farneticante campagna d’odio sessista è stata fortunatamente riconosciuta da molte voci, con una certa risonanza pubblica che non mi aspettavo. Leggete questi tre commenti (QUI, QUI e QUI): rappresentano la voce di chi non ci sta ad essere sottoposto a linciaggi femministi.

Come rappresentante delle voci scomode, vorrei aggiungere solo una considerazione in merito alla furibonda lotta al patriarcato che stanno cercando di aizzare. Si sottovaluta infatti l’emergere di forme di matriarcato, caratterizzate da prevaricazioni e ossessioni.

Quando ci si scaglia tanto contro il patriarcato, come intollerabile dominio in ambito famigliare, mi vengono in mente situazioni dove è invece la donna a rendersi addirittura carnefice dei propri figli: ad esempio, gli infanticidi nei primi anni di vita sono quasi sempre ad opera femminile. E veniamo all’aborto, considerato da qualcuno – e voluto sempre più pressantemente da ONU, OMS e agenzie collegate – come un diritto della donna assoluto, cioè da ammettere sempre e quasi senza limiti. Promosso da molti come una decisione che spetta insindacabilmente alla donna. Quasi che la creatura che porta in grembo fosse cosa sua, disponibile, vendibile o eliminabile.

Tale mentalità ricorda lo stesso diritto di vita e di morte che aveva il pater familias latino sui figli. Anche per lui erano roba sua, poteva venderli o eliminarli a piacimento.

Questo era un aspetto del patriarcato contro il quale ci si scandalizza, giustamente. Ma allora come vogliamo chiamare il diritto di vita e morte che si pretende di attribuire oggi alle madri sui nascituri?

So che questa domanda suona un po’ indigesta a chi, rifiutando ogni riscontro scientifico e persino di guardare un’ecografia, non considera i nascituri come esseri umani. I quali invece sono persone che percepiscono il dolore già dopo poche settimane di gestazione. E che, in caso di aborto, meriterebbero la stessa compassione che manifesta chi prova orrore per la bollitura delle aragoste o chi solleva obiezione di coscienza per la sperimentazione animale. Se vivisezionare un animale è un delitto, fare a pezzi un bambino per estrarlo dal grembo materno che cos’è?

 

Ma ritorniamo alle reazioni di questi giorni conseguente al femminicidio della povera Giulia.

Rimane forse un solo aspetto sul quale non mi risulta si sia pronunciato qualcuno.

Ecco, vorrei dire su un certo punto, che ora vado a sviluppare, qualcosa di inosabile, forse scandaloso.

Abbiamo un mostro, l’omicida Filippo Turetta, che sarà istradato in Italia fra pochi giorni. È il bersaglio dell’indignazione di tutta una nazione. Il non plus ultra della malvagità. Si troverà davanti al più becero disprezzo, alla condanna più totale e non potrà dire di non essersi meritato ciò.

Quale sarà il suo destino successivo? Come lo affronterà? Che prospettive ha davanti nella sua vita?

Tutti gli augurano morte o sofferenza infinita: deve pagare caro. Nessuna pietà.

E qui vorrei tanto che scattasse uno scandalo cristiano. Che ci fosse una eucatastrofe, un improvviso capovolgimento, una imprevedibile grazia e un’insperata occasione di salvezza. Ma per vederla occorre inforcare gli occhiali con cui Dio guarda il mondo (ammessa l’ipotesi teologicamente molto dubbia che il buon Dio porti gli occhiali).

Anche Filippo Turetta è figlio di Dio e, se la Sua misericordia è per tutti (e in misura maggiore per chi ne ha più bisogno), ci deve essere una via di salvezza anche per lui.

Molti altri mostri in passato si sono trovati nella sua situazione. Ma qualcuno, nel sentiero di disperazione e morte che si profilava davanti a sé, seppe vedere un bivio.

È bene allora ricordare l’esperienza emblematica di Alessandro Serenelli, assassino di Maria Goretti (e aggiungerei anche di Jacques Fesch, criminale francese ghigliottinato nel 1957). Di fronte al baratro in cui era precipitata la sua vita dopo quel crimine efferato, ebbe la lucidità e la forza di vedersi in un agghiacciante bivio esistenziale. Scoprì che non c’era solo la strada della disperazione; c’era un altro sentiero, quello della conversione. Un’opzione di misericordia che rendeva la pena un’occasione di riscatto e di ricostruzione interiore dell’anima. Che è poi la stessa lezione che il Manzoni ci ha offerto nel tormentato percorso psicologico dell’Innominato.

Serenelli scelse la conversione e, pur mantenendo il suo rimorso per tutta la vita, riuscì a riacquistare dignità e una certa serenità davanti agli occhi di Dio. E alla fine anche degli uomini, vivendo come religioso in un convento e ottenendo il perdono dei genitori di Maria Goretti, la quale lo aveva già perdonato in punto di morte. Senza considerare che, alla morte, il giudizio di Dio per l’Eternità è la cosa che conta di più. Soprattutto in questa prospettiva Serenelli aveva fatto la scelta più giusta.

Certo, a chi è imbevuto di giustizialismo, cieca vendetta o ateismo la scelta misericordiosa appare come una furba scappatoia. Un modo per rifarsi una verginità e di ingannare la gente. Ma, io dico, se davvero uno fingesse una conversione per furbizia non ne avrebbe alcun vantaggio. La sua disperazione rimarrebbe tale e quale, senza nessuno spazio per la serenità interiore.

Io penso invece che lo sconto di una pena, direi meglio l’emendamento morale, non sia solo un dovere sociale ma anche un diritto. Una persona che sbaglia e che deve essere responsabile dei suoi errori non deve però rimanere sempre inchiodato ad essi. Ha diritto di pagare il giusto per poter poi riacquisire rispetto. Chi esce dalla galera dopo aver saldato il debito con la società dovrebbe andare a testa alta, moralmente ripulito come chi esce da un confessionale dopo una retta riconciliazione con Dio. Certo, occorre anche l’animus, il riconoscimento dei propri errori, della giustizia della pena e il proposito di non ricaderci.

 

Non so se Filippo Turetta riuscirà a trovare quel bivio e prendere in considerazione quella via di misericordia. Chi glie lo dirà che esiste questa possibilità? Nelle epoche precedenti, in Europa la cultura cristiana arrivava per osmosi a tutti, anche ai più lontani dalla fede e ai criminali. Oggi, l’espulsione di Dio e della morale cristiana dalla società, è la causa che andrebbe maggiormente considerata quando si parla di femminicidi, stupri o altri crimini orrendi.

Qualcuno glielo sussurri a Filippo di non perdersi perché non tutto è perso. Anzi, forse oggi come non mai, è più facile aprire quella porta, dietro alla quale la misericordia di Dio lo attende. Una misericordia che, per poter avere effetto, esige unicamente il riconoscimento del peccato e il sincero pentimento. Perché la misericordia abbraccia il peccatore, non il peccato.

Solo così, donandolo come pegno di amore in unione ai patimenti di Cristo, riuscirà a portare senza schiantarsi il peso della coscienza e della giustizia.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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