Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’omelia del cardinale Müller, pubblicata su Per Mariam. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’omelia nella traduzione da me curata. 

 

Card. Gerhard L. Müller (Foto (c) Servi Jesu et Mariæ)
Card. Gerhard L. Müller (Foto (c) Servi Jesu et Mariæ)

 

Omelia di Gerhard Müller a Courtalain, 29 giugno 2024.

Oggi la Chiesa cattolica celebra con grande gioia la solennità degli apostoli Pietro e Paolo. Il Signore stesso costruisce la sua Chiesa sulla roccia nella persona di San Pietro, che unisce tutti i cristiani nella confessione di Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente.

Questa confessione salvifica del Verbo di Dio fatto carne in Cristo è possibile solo se la missione divina degli apostoli continua dopo la loro morte e se la loro autorità continua a essere esercitata nel nome di Cristo. La lettera della Chiesa romana ai cristiani di Corinto, attribuita a Clemente, terzo vescovo sulla cattedra di Pietro a Roma, testimonia la successione apostolica dei vescovi.

La loro autorità di insegnanti e pastori è esercitata dai capi della Chiesa, che sono stati ordinati da Dio stesso come servitori di Cristo nella potenza dello Spirito Santo attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera degli apostoli e dei loro successori (At 20,28). I nuovi ministeri dei vescovi e dei presbiteri, già evocati nella Chiesa primitiva accanto agli apostoli (At 15,6-22; At 20,17-28; Tito 1,6-9), coadiuvati dai diaconi (At 6,2-6; Fil 1,1; 1 Tim 3,1-13; 5,17-22), formano i tre gradi di un unico sacramento, come chiaramente attestato dalla tradizione apostolica di Ippolito di Roma a cavallo del III secolo.

Il santo vescovo Ignazio di Antiochia, dove operarono Pietro e Paolo (Galati 2,11) e dove i discepoli furono chiamati per la prima volta cristiani (Atti 11,26), aveva già testimoniato, all’inizio del II secolo, lo sviluppo irreversibile del ministero ordinato tripartito, come segue:

“Seguite ciascuno il vescovo come Gesù Cristo segue suo Padre, e il presbiterio come gli apostoli; quanto ai diaconi, rispettateli come Dio comanda… Dove appare il vescovo, lì ci sarà la comunità, come dove c’è Cristo Gesù, lì c’è la Chiesa cattolica.” (Lettera agli Smirnioti 8,1-2).

Come gli apostoli, i vescovi e i loro successori svolgono la missione di Cristo nella Chiesa fino al suo ritorno, come maestri della fede, dispensatori di grazia nei sacramenti e pastori secondo il cuore di Gesù (1 Lettera di Clemente 42-44; Lumen gentium 28).

I vescovi, i sacerdoti e i diaconi sono interiormente riempiti della grazia di Dio attraverso lo Spirito Santo, “affinché siano buoni servitori di Cristo” (Concilio di Firenze, Decreto per gli Armeni. DH 13 26). E questa grazia dell’ordinazione è trasmessa da un segno visibile ed efficace. San Paolo esorta il suo discepolo, collaboratore e successore nel ministero apostolico (Timoteo) nei seguenti termini:

“Ravviva la grazia di Dio che ti è stata data mediante l’imposizione delle mie mani” (2 Tm 1,6; cfr. 1 Tm 4,14). Per eliminare ogni dubbio sulla materia e sulla forma del sacramento dell’Ordine, Papa Pio XII, con “suprema autorità apostolica”, stabilì quanto segue: L’unica materia degli ordini sacri del diaconato, del sacerdozio e dell’episcopato consiste nell’imposizione delle mani, ma la forma è la preghiera di consacrazione, che determina questa materia, mediante la quale si realizzano gli effetti sacramentali, cioè il potere della consacrazione e la grazia dello Spirito Santo”. (Costituzione Apostolica Sacramentum Ordinis: DH 3859).

Il Papa aggiunge specificamente che questo vale per tutti i riti della Chiesa universale, cioè, ovviamente, per il rito latino occidentale nelle sue fasi di sviluppo sia prima che dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II.

Questo mi porta alla conversazione con un alto rappresentante del Dicastero romano per il Culto divino. Ero ancora commosso dalla fedeltà dei 20.000 giovani cattolici con cui ho potuto celebrare la Santa Messa nella meravigliosa Cattedrale di Chartres il lunedì di Pentecoste, quando mi ha obiettato che questo non era affatto un motivo di gioia, perché la Santa Messa era celebrata secondo il vecchio rito latino straordinario. In effetti, alcuni considerano il vecchio rito della Santa Messa come un pericolo maggiore per l’unità della Chiesa rispetto alla reinterpretazione del Credo, o addirittura all’assenza della Santa Messa. Essi interpretano la preferenza per il rito antico come l’espressione di un tradizionalismo sterile, più interessato alla teatralità della liturgia che alla comunione viva con Dio che essa trasmette.

Ho risposto che, come ex professore di dogmatica, il contenuto dei sacramenti, la res sacramenti, è per me più importante della forma rituale, che ha un’importanza secondaria, o per dirla più precisamente: le cerimonie, che interpretano il segno visibile, che consiste di forma e materia.
Infatti, la dottrina rivelata della fede e la sostanza dei sacramenti sono date alla Chiesa in modo inalienabile e immutabile, mentre esiste una legittima diversità di scuole teologiche e di riti liturgici. Coloro che amano invocare il Vaticano II per accusare gli altri di mentalità preconciliare dovrebbero innanzitutto ascoltare gli avvertimenti del Concilio, che nel Decreto sull’ecumenismo dice:

“Conservando l’unità in ciò che è necessario, tutti nella Chiesa, ciascuno secondo l’ufficio che gli è stato affidato, conservino la libertà che gli è dovuta, sia nelle varie forme di vita spirituale e di disciplina, sia nella varietà dei riti liturgici, sia anche nell’elaborazione teologica della verità rivelata; e pratichino in tutto la carità. In questo modo manifesteranno sempre più pienamente la vera cattolicità e apostolicità della Chiesa” (Unitatis redintegratio 4).

In quest’ora santa, in cui cinque giovani vengono ordinati diaconi e due diaconi vengono ordinati sacerdoti, riflettiamo sull’essenziale.

Cari candidati all’ordinazione sacramentale! Guardiamo a Gesù stesso, il predicatore del regno di Dio che viene a noi, il sommo sacerdote della nuova alleanza, il buon pastore che dà la vita per le sue pecore. Solo il Signore glorificato nei cieli può farvi suoi rappresentanti nella potenza del suo Spirito Santo, affinché – secondo i vostri rispettivi ordini – possiate servire la salvezza e la redenzione dei fedeli, con la sua autorità, attraverso la parola divina e i sacramenti della sua grazia.

Date le limitate possibilità della natura umana e i deficit nella formazione del nostro carattere, chiunque sia chiamato personalmente e specificamente da Cristo a questo alto servizio potrebbe desiderare di disperarsi o fuggire per viltà.

San Paolo, che commemoriamo insieme a San Pietro, ha lottato contro le sue debolezze umane e ha chiesto più volte al Signore di togliergli questa spina dalla carne. L’unica risposta che ricevette fu: “La mia grazia ti basta, perché nella debolezza mostra la sua forza”. (2 Cor 12,9) Ed è per questo che vogliamo seguire il suo esempio apostolico, pregando ogni giorno con lui: “Per questo mi compiaccio delle debolezze, degli oltraggi, delle angosce, delle persecuzioni e dei dolori che sopporto per amore di Cristo; perché quando sono debole, allora sono forte” (2 Cor 12, 10).

I membri della Chiesa, dai laici ai religiosi, dai sacerdoti ai vescovi, possono deluderci mentre sono ancora nel pellegrinaggio della loro vita. E a nostra volta, nonostante le nostre migliori intenzioni, anche noi possiamo deludere gli altri e diventare fonte di irritazione per loro, a causa dei nostri peccati e delle nostre negligenze. L’apparente predominio del male nel mondo, l’arrogante gesto di superiorità dell’incredulità moderna, l’indifferenza di molti all’umile amore di Gesù, potrebbero privarci dell’entusiasmo giovanile che ci ha spinto a salire sull’altare di Dio e a dire il nostro Adsum. Se non chiediamo il dono della perseveranza, su cui Sant’Agostino ha scritto un intero libro contro i semipelagiani, la nostra dedizione e disponibilità al sacrificio può certamente trasformarsi in amarezza e cinismo.

Nel bel mezzo della persecuzione neroniana, di cui lo storico romano Tacito ci racconta con raccapriccianti dettagli, Pietro scriveva da Roma alle chiese perseguitate dell’Asia. Come loro fratello nel ministero apostolico, si rivolgeva in particolare ai sacerdoti: “Curate il gregge di Dio che vi è stato affidato, non a malincuore, ma volentieri, secondo lo spirito di Dio; non per un sordido guadagno, ma con tutto il cuore; non spadroneggiando su quelli che avete ereditato, ma diventando modelli per il gregge! Allora, quando apparirà il Sovrano Pastore, riceverete la corona di gloria che non svanisce mai” (1 Pietro 5:2-4).

E a tutti i fedeli che sono tornati a Cristo come pecorelle smarrite, “pastore e custode delle loro anime” (1 Pietro 2,25), San Pietro, su cui il Signore costruisce continuamente la sua Chiesa perché non venga sopraffatta dalle porte dell’inferno, dice: “Liberatevi da ogni ansia, affidatevi a lui, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vigilate. Il vostro avversario, il diavolo, come un leone ruggente, si aggira in cerca di chi divorare. Resistetegli, saldi nella fede, sapendo che è lo stesso tipo di sofferenza che sopporta la comunità dei fratelli, sparsa in tutto il mondo. E quando avrete sofferto un po’, il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, vi ristabilirà, vi rafforzerà e vi renderà saldi. A Lui sia la potenza nei secoli dei secoli! Amen” (1 Pietro 5:8-11).

Gerhard Müller, Roma.

 

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