transgender transessualismo disforia di genere

 

 

di Daniele Trabucco

 

Nell’orizzonte della modernità tardo-soggettivistica, nella quale l’essere è stato sostituito dall’apparire e il vero dal vissuto, la disforia di genere si configura come un sintomo radicale della crisi ontologica dell’uomo. Essa non consiste primariamente in una perturbazione psicologica o in una disarmonia biologica, bensì in una scissione metafisica: il disallineamento dell’esistenza rispetto alla propria essenza, l’incrinatura dell’identità sostanziale tra forma e materia, tra principio intelligibile e determinazione corporea.

L’uomo, divenuto artifex sui, pretende di generare la propria forma come se la causa formale potesse essere sostituita dalla volontà e la causa finale dissolta nella potenza dell’autodeterminazione. In tale inversione dell’ordine ontologico, il corpo diventa semplice strumento del desiderio e la natura cessa di essere misura per divenire materiale manipolabile.

L’antropologia classica, fondata sul realismo metafisico, comprende la persona umana come un’unità sostanziale di anima e corpo, di materia e forma. La forma, principio attivo e atto primo, conferisce all’essere umano la propria intelligibilità e la propria direzione teleologica. La natura non è una costrizione, bensì l’ordine immanente del tendere verso la perfezione; essa è ratio seminis, cioè principio interno di sviluppo orientato alla realizzazione della forma.

La differenza sessuale, in questo quadro, non è accidente empirico, bensì modalità formale della persona, segno ontologico della distinzione e della complementarità inscritta nell’essere stesso dell’uomo e della donna.

All’interno di questa struttura si pone, come interrogativo immanente, la prima questione: se una persona si percepisce diversa da ciò che è, non si potrebbe forse dire che essa, seguendo la propria percezione, realizza un telos più autentico del proprio essere? La risposta, letta alla luce della metafisica dell’atto e della potenza, mostra che ciò non è possibile, poiché l’autenticità non consiste nella corrispondenza al sentire, ma nella conformità all’essenza. L’atto non è mai puro movimento della coscienza, bensì compimento della potenza secondo la forma che la determina.

Quando la percezione interiore si sostituisce alla forma, l’essere si aliena: la potenza si separa dall’atto e la libertà si converte in indeterminazione. L’uomo che pretende di costruirsi come altro da sé non realizza il proprio fine, ma dissolve il nesso tra il proprio principio e la propria attualità. La verità, che è adeguazione dell’intelletto all’essere, viene ridotta a coincidenza dell’essere con il desiderio, e la libertà, privata della misura della verità, si autodistrugge.

In questa prospettiva, la disforia di genere manifesta la crisi della forma sostanziale nella coscienza contemporanea: l’essere non è più riconosciuto come principio oggettivo, ma come proiezione della soggettività. L’io diventa l’unico fondamento del reale, e la differenza ontologica tra esse e percipi si annulla. L’identità, sradicata dall’essere, si riduce a pura intenzionalità. L’uomo non è più l’unità ordinata di anima e corpo, ma un soggetto psicologico che si autointerpreta all’infinito.

A questo punto si impone una seconda questione, più ardua e più profonda: se la disforia di genere trova talora radici in condizioni biologiche o ormonali, che alterano la percezione della propria identità sessuata, e se la cura non riesce a ristabilire l’armonia originaria tra la forma e la coscienza, quale significato conserva l’ordine naturale?

La metafisica dell’essere consente di comprendere che la deviazione non è nuova norma, poiché la natura, anche quando ferita, conserva la sua intelligibilità come partecipazione dell’essere al bene. L’anomalia, in quanto privatio ordinis, non possiede consistenza propria: essa esiste solo in riferimento a una perfezione mancata. La malattia non annulla la natura, ma la presuppone, come la tenebra non è una sostanza autonoma, bensì assenza di luce.

 


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