manina-neonato

 

 

di Roberto Allieri

 

Partiamo dalla recente sentenza della Corte Costituzionale sulla trasmissibilità del cognome della madre ai figli. Le poche voci fuori dal coro che si sono sentite hanno disquisito su problemi, per così dire, ‘tecnici’ e applicativi. Per esempio, se la legge recepisse in toto tali direttive, da subito una coppia di genitori ispanici naturalizzati italiani in automatico trasmetterebbe ai figli ben quattro cognomi, che raddoppierebbero ad ogni generazione in via esponenziale (salvo diversi accordi in disapplicazione del principio legale). Tali critiche costituiscono certo una riserva di buon senso, condivisibile: ma il ‘vulnus’, la ferita, che la Corte Costituzionale vorrebbe imporre alla società italiana è ben più grave e di diversa portata.

Tra le timide rimostranze che ho trovato nelle battute di commento a caldo dopo la sentenza, una sola secondo me ha centrato in parte la questione. Vittorio Feltri ha evidenziato questo aspetto, che riporto con le sue testuali parole:

La parità di genere in pratica è esondata e colpisce di brutto perfino le vicende familiari che fino a ieri funzionavano bene e automaticamente… La cosa in sé è una scemenza. Infatti, non si capisce quale dei due genitori debba decidere il cognome da imporre alla creatura, che non è certo in grado di fare una scelta di questo tipo. Si dice che i coniugi debbano accordarsi e scegliere insieme come si chiamerà il nuovo venuto. Cosicché marito e moglie, che di norma litigano sulla conduzione della casa, adesso potranno bisticciare all’infinito…

In effetti, Feltri coglie questo delicato problema: perché aggiungere un motivo di conflitto o disaccordo tra coniugi e partner? Non bastano quelli che ci sono già? Oltretutto su una questione accettata pacificamente da quasi tutti: non si è mai visto nessuno in piazza a protestare per tale diritto, nonostante da molti anni i mass media cerchino ogni tanto di attizzare gli animi. Non solo: per i pochissimi irriducibili contestatori già è prevista la possibilità di attribuire il cognome materno su richiesta (opzione resa possibile dopo la sentenza 218/16 della Corte Costituzionale). Si potrebbe peraltro rendere burocraticamente più agevole tale possibilità, senza provocare dissidi.

E allora perché insistere per scardinare un principio pacifico e ragionevole, a salvaguardia dell’unità famigliare? La risposta a tale questione, che purtroppo non ho trovato da nessuna parte, sta proprio nel termine ‘scardinare’.

Il pensiero progressista (ma anche quello nichilista) è ossessionato da un obiettivo considerato primario: distruggere la famiglia e i legami famigliari. Ecco dunque che la Corte Costituzionale pone su un piatto d’argento questo colpo mortale all’identità e all’unità famigliare, che favorisce la disgregazione o la diluizione del senso di appartenenza ad una casata.

Funzionale a questo percorso è la metodica colpevolizzazione e umiliazione del maschio, soprattutto nel suo ruolo di padre di famiglia. La parità di genere si traduce, nei fatti, alla riduzione del maschio ad una progressiva subalternità culturale e all’applicazione di uno stigma di ‘tossicità’ a tutto ciò che è più riconducibile alla virilità. Salvo eccezioni, come nello sport. Ma anche qui: provi qualche giornalista o allenatore a commentare di aver visto una bella partita ‘maschia’ o che il calcio della serie A ‘non è un gioco da signorine’. Partirebbe nei suoi confronti un linciaggio implacabile e rischierebbe la sua carriera professionale.

Le donne che si compiacciono di queste belle conquiste devono però stare in guardia: pure loro sono sotto mira. Anche la maternità è considerata tossica (per non parlare del ruolo di moglie): la pratica barbara dell’utero in affitto, l’ostilità alla promozione della natalità, l’incentivazione di aborto e contraccezione, la squalifica del termine di madre sostituito con locuzioni corrette quali ‘genitore 1 o genitore 2’ sono tutti indici di una cultura che vuole snaturare la femminilità.

Il percorso finale dopo la scomparsa della famiglia prevede individui che vivono senza legami e solidarietà famigliari, inseguendo le esigenze e le direttive che la società imporrà, con bambini cresciuti ed educati dallo Stato (o magari da robot).

In tutto questo bel panorama il posto assegnato a Dio è l’assenza totale. Ed è questo il punto di arrivo, che ci fa capire una importante verità: la battaglia di civiltà che si sta combattendo avviene in un piano metafisico. Una guerra contro Dio, contro Gesù Cristo. In altri termini, tra forze del bene e forze del male: sta a noi uomini volgere il cuore, fare una scelta di campo per farci guidare o manipolare.

Per meglio comprendere la posta in gioco, occorre dunque inquadrare ogni questione etica con occhiali metafisici. Ad esempio, vi siete mai chiesti perché le femministe sono così agguerrite contro la Chiesa Cattolica e così restie ed esitanti a criticare ‘scorrettezze’ islamiche? Certo, il cattolico oggi è il bersaglio preferito perché incassa senza reagire a differenza di altre categorie. Ma la risposta, a parere di alcuni, é che le femministe avrebbero un obiettivo finale, la ‘cristofobia’. È questa la motivazione che potrebbe spiegare meglio silenzi altrimenti incomprensibili.

E ancora: perché tante agenzie umanitarie e oligarchi occidentali sponsorizzano con tanta tenacia l’immigrazione selvaggia in Europa? Lo fanno davvero perché hanno a cuore le persone che fuggono? Ma allora perché non investono risorse nei loro Paesi d’origine per alleviare i problemi o per promuovere la loro dignità o per dare un’opportunità per non fuggire? In realtà, lo scopo ultimo e principale (non certo per tutte ma per molte agenzie umanitarie) che favorisce l’investimento di fiumi di denaro a sostegno dell’immigrazione è la destabilizzazione dell’Occidente e dei valori fondanti della nostra civiltà: in primis, la cultura cristiana. Ecco qui una molla ideologica che, eliminando la prospettiva metafisica, sfuggirebbe completamente.

C’è poi un altro aspetto che rende inquietante la battaglia in corso. Il fatto cioè che, sulle questioni più importanti, a decidere le sorti non sia lasciato spazio al popolo. Tutto viene governato da una ristretta elite, da gruppi di persone che accentrano su di sé grandi poteri e ricchezze, senza alcun vincolo di rappresentanza o arrogandosi indebitamente tale ruolo.

L’occidente è retto dunque da oligarchi che decidono nell’ombra: non è complottismo denunciare l’azione, oltre che della massoneria, di molteplici poteri forti concentrati nelle mani di pochi, coalizzati nell’imporre un’agenda mondiale incentrata sulle loro linee guida. Ciò non può essere tacciato di complottismo perché le agende ONU, UE e di agenzie collegate sono tutte lì da vedere. E anche la magistratura fa la sua parte.

E poiché tali oligarchi mirano a distruggere alla radice i valori occidentali, con una furia insaziabile, mi viene da associarli agli hooligan, le bande che funestano il mondo sportivo. Come loro sono mossi da un’ubriacatura (ideologica) che li spinge a devastare.

Se mi è concesso manifestare un pensiero che va in direzione ostinatamente contraria al mainstream (prendo in prestito la rivendicazione di tutta una vita di De Andrè) per me oggi il popolo è in balia degli hooligark, gli oligarchi rottamatori dei valori occidentali. Se non li contrastiamo ce li meritiamo.

 

 


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments