Gesù Zeffirelli
Gesù di Zeffirelli

 

 

di Mattia Spanò

 

Il vescovo di Innsbrück, Hermann Glettler, ha fatto esporre nella chiesa dell’ospedale cittadino una tela che ritrae un cuore di maiale parzialmente ricoperto da un preservativo: il “panno quaresimale”. Per ciò che concerne le ridicole puerili motivazioni del gesto, rimando alla lettura dell’articolo.

Molto si potrebbe dire sul simbolismo della cosa. Il fatto è che l’analisi, per quanto accurata (o forse proprio perché accurata), ha diversi meriti e qualche difetto, fra i quali spicca quello di sopire lo scandalo di lampante ordine satanico: si tratta elucubrando di reperire una veste razionale, possibile, intelligibile all’impostura. L’analisi normalizza, rende plausibile qualsiasi enormità. La sintesi muta inesorabilmente il quadro rivelando ciò che è sotto ciò che sembra. L’approccio che mi interessa è quello sintetico.

Odiano Cristo, ecco tutto.

Non è più solo il mondo che gratifica Gesù, si oportet dicere, di un odio ardente e spietato. Lo odiano perfino i suoi, i successori degli apostoli, di un odio infinitamente più laido e greve per le loro anime, perché loro lo hanno conosciuto e perciò non saranno scusati. Il tradimento dell’amico, del Maestro, è rivoltante.

Ma ormai queste prodezze sono ormai pane quotidiano, abitudine callosa. La gente, i fedeli stessi, si è abituata e ormai accoglie tutto con blanda rassegnazione. Per quanto posso dire, ho sempre dato massima importanza a questi episodi minori – che minori non sono. Ho sempre trovato queste levate d’ingegno la prova, oso dire fisica, non soltanto della natura insieme divina e umana di Cristo, ma della sua somma regalità.

Non c’è reliquia, testimonianza o prova storica che regga il confronto, come nessuna negazione è dotata della pacatezza indispensabile a renderla credibile: ai miei occhi è l’odio cieco, insulso, smodato la prova regina della regalità di Cristo, vero Dio e vero Uomo.

È il diluvio di negazioni, dileggio e ogni sorta di bassezza blasfema che lo accompagna da quel dì, ad attestare contro ogni ragionevole dubbio la verità che Gesù ha introdotto nel mondo: quella circa se stesso. Chi mai dovrebbe preoccuparsi di un giovane mitomane ebreo malamente giustiziato duemila anni fa, se fosse davvero tale?

C’è un punto, nel mistero dell’Incarnazione, fuori portata. Più lo si approfondisce, più si allontana dalla mente diventando incomprensibile. Di colpo si rende tangibile nel suo opposto logico: il carattere elusivo del divino sacro, l’impossibilità di possederne il mito sino in fondo, capace di scatenare in alcuni uomini una furia quasi comica.

Potrebbero limitarsi ad ignorarlo – ad esempio, benché io non creda nella Trimurti, non avverto la minima pulsione a sfottere gli indù né spendo un minuto a demolirne le credenze – ed ecco che invece gli Oblomov del pensiero debole, normalmente accasciati sui loro divanetti in ecopelle, di colpo schizzano su come zampe di rana elettrificate e si mettono al lavoro per polverizzare la leggenda di Cristo.

In loro soccorso, svirilizzati da una cupa acquiescenza, corrono nientemeno che i chierici, fra i quali se ne trovano non pochi particolarmente zelanti nell’allergia verso la propria vocazione di confermare i fratelli nella fede: non servendo nessuno e perciò servendo a nulla esibiscono il molliccio, maleodorante fastidio che covano verso se stessi come prova di dedizione pastorale, “aprendosi” cordialmente a ciò che li nega. Non sono propriamente atei: sono misoteisti, o malteisti. Non loro sputazzano il Padreterno, ma il Padreterno fattucchiere li ha offesi creandoli e chiamandoli al Suo servizio.

In questa calandra di rancori sordi viene laminato il topos dell’Incarnazione. Cristo si incarna due volte: la prima nel seno di sua Madre e sin qui, se togliamo alcuni tratti eccezionali pedanti da passare in rassegna (o si credono, o non si credono), il suo sostanziarsi è comune a qualsiasi uomo o persino a qualsiasi creatura, compresi anzitutto gli animali (il cuore di porco di Glettler, ad esempio).

È la seconda Incarnazione, quella della Resurrezione, che trascina con sé nel baratro dell’incredulità anche la prima. È il “rivestirsi di carne gloriosa”, la carne autentica, incorruttibile, il problema. E l’estensione di questa ai poveri uomini, altrimenti confinati nella gogna di dolore e morte. “E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 22-23).

È questo il nodo gordiano. Con un’annotazione obbligata: se infatti il Dio Uomo si fosse semplicemente manifestato in sé e per sé, lo avremmo lasciato risorgere in pace e tornarsene da dov’era venuto. La vita di nessuno sarebbe cambiata di una virgola, e così come la vita nemmeno la morte, della quale l’uomo è perdutamente innamorato. Dio è venuto, si è manifestato, è tornato nella sua dimora. Bene, e allora?

Fa osservare Ivan Illich, in una delle sue ultime interviste, che l’ingresso di Cristo nel mondo ha esacerbato il male, che sino a quel momento si era manifestato secondo effetti tutto sommato limitati, portandolo ad un livello di crudezza incommensurabile. Un punto di vista notevole, a mio giudizio.

Il trigger è la Resurrezione, e l’associazione dell’uomo indegno della misericordia (figuriamoci della vita eterna), deperibile come una banana dimenticata in macchina d’estate, a quella carne gloriosa. È il fatto che Cristo ci trascini tutti nell’eternità: “Vado a preparare un posto per ognuno di voi”. Non dice affatto che questo “posto” sia lo stesso per tutti – questo è un pio pensierino coccoloso, sogni d’oro a chi lo caldeggia – ma solo che ognuno troverà il proprio.

Il bene relativo che l’uomo esperisce nella vita e il male all’apparenza sconfinato che infligge, questa assenza di simpatia per i propri simili, questo appetito insaziabile di giocarsi tutto qui ed ora, vanno a sbattere con strepitosa violenza contro l’eternità di Cristo. L’uomo desidera dileguarsi, invece è costretto da Cristo a misurarsi con l’eventualità dell’eterno, ma nella forma di innesto in lui.

L’odio a Cristo che vediamo declinato in ogni possibile forma addirittura dai suoi, non è che negazione di questo. Il fatto che dopo il non serviam del diavolo, Dio non abbia annichilito satana concedendogli al contrario una forma estrema, indicibile di misericordia – la possibilità di vivere secondo il proprio odio al Creatore – è un supplizio insostenibile.

Lo stesso per gli uomini chiamati a servirlo senza comprenderlo: affaccendati nel loro “porsi in ascolto”, “accogliere”, “dialogare” (Glettler pare intendesse sintonizzarsi con l’arte moderna, pensa che raffinatezza d’intelletto… ormai dialogano anche con le lavatrici), di colpo si trovano di fronte a questa dimensione ultra-razionale, e la odiano perché essa è tutto ciò che conta e finisce per ridicolizzare i loro sforzi e soprattutto intenzioni, che possono anche essere buone ma sono caduche, vane. Quando non cretine ben oltre l’empietà, che in definitiva è la manifestazione più elevata di stupidità umana.

Quale creatura umana può onestamente affermare di essere capace di amare la propria moglie, i propri figli, addirittura perfetti estranei o nemici, in parole povere il genere umano in eterno? Eppure ognuna simula, finge questo amore infinito (“io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura”): salviamo il pianeta, la pace e la fratellanza universale, il nuovo ordine mondiale che lasceremo ai nostri figli e altre corbellerie.

Se la morte è la fine di tutto la vita non pone alcun serio problema, a parte soddisfare uzzoli di potere, appetiti vari e qualche mania transitoria travestita da afflato spirituale. Se la vita al contrario non finisce, se la creatura per così dire non viene smaltita nell’umido, allora è estasi e terrore. Con tutte le conseguenze del caso. Il primo rantolo della bestia ribelle somiglia così da vicino agli ultimi, da rendere traslucida l’affermazione di Cristo: “Ego sum alpha et omega, principium et finis” (Apocalisse 1, 8).

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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