disforia di genere
disforia di genere

 

 

di Lucia Comelli

 

 

Il professore di Roma che ha corretto sulla verifica d’arte, cioè su un atto pubblico, la firma falsa di un’allieva non poteva, per legge, fare diversamente: il fatto dovrebbe far riflettere sulle incongruenze e i rischi della Carriera Alias

 

Il recente caso del professore che, nel liceo Cavour di Roma,  ha cancellato su una verifica scritta il nome maschile scelto da una sua studentessa per sostituirlo con quello di nascita, ha offerto l’occasione di riparlare della Carriera Alias, ossia della procedura che pretende di legittimare negli istituti di ogni ordine e grado la sostituzione da parte degli studenti del nome anagrafico con nomi di elezione, corrispondenti al genere a cui attualmente essi sentono di appartenere, con la relativa alterazione dei registri e dei documenti interni alla scuola[1].

All’iniziativa hanno già aderito un centinaio di istituti in tutta Italia, applicando un regolamento interno ‒ non autorizzato dal Ministero dell’Istruzione o da altre autorità competenti ed elaborato unilateralmente da un’associazione di attivisti LGBT ‒ che oltretutto esclude la necessità di allegare alla domanda per cambiar nome una documentazione che attesti l’effettiva presenza nell’allievo di una disforia di genere: la richiesta di utilizzare la procedura pertanto può venire accolta anche sulla base della sola “autodiagnosi” fatta dal minore.

Come si legge nel regolamento, l’obiettivo dichiarato dai sostenitori e fatto proprio dai dirigenti scolastici e dagli insegnanti che hanno dato seguito alla procedura, è quello di:

 

garantire a studenti con varianza di genere o trans…la possibilità di vivere in un ambiente scolastico sereno, attento alla tutela della privacy e al diritto di ogni persona di essere riconosciuta nel proprio genere

 

Premesso che la scuola, per dovere e vocazione, è tenuta a farsi garante per tutti gli allievi di un clima di accoglienza e di inclusione, mi chiedo tuttavia se la Carriera Alias sia realmente uno strumento di tutela degli studenti con disforia di genere (o di quelli che semplicemente si percepiscono in quella condizione) o se sia piuttosto una procedura che rischia di rafforzare nei ragazzi, specie quelli più fragili, il proposito di iniziare un percorso di transizione.

 

Vista la delicatezza della tematica e i suoi effetti sociali dirompenti, avverto – insieme agli amici dell’Associazione Non si tocca la Famiglia – la responsabilità di contribuire alla discussione in atto per evitare convinzioni e soluzioni errate che, al di là delle buone intenzioni, si sono rivelate nocive in altri stati, tanto da spingere le autorità competenti a cambiare strategia. Dopo la clamorosa chiusura nella clinica Tavistock del reparto specializzato nella transizione di genere di bambini e adolescenti, ad esempio, il servizio sanitario inglese ha recentemente pubblicato nuove linee guida che, ribadita l’importanza del sesso biologico, consigliano come strada prioritaria per i minori affetti da disforia di genere un trattamento psicologico (e non ormonale) ad opera di un’équipe multidisciplinare.

Negli ultimi dieci anni, nel solo territorio europeo, migliaia di adolescenti (soprattutto ragazze) hanno iniziato ad assumere ormoni e farmaci per bloccare la pubertà, ritenendo di sentirsi infelici a causa del corpo sbagliato in cui si trovavano. Molti di loro hanno poi dovuto fare i conti con l’errore in cui erano caduti: la pressante influenza esercitata dai social a favore dell’autodeterminazione del sesso li aveva infatti portati a identificare nella disforia di genere la causa del loro malessere e a iniziare un percorso per ‘cambiare sesso’. In realtà il loro disagio era dovuto ad altro, in genere all’insicurezza tipica dell’adolescenza, spesso aggravata da problemi familiari e da disturbi come la depressione (un fenomeno questo nettamente aumentato durante la pandemia, come l’Unicef ha denunciato nel 2021).

 

Il problema è molto serio. Lo scorso luglio, diversi giornali francesi e belgi hanno pubblicato un appello – manifesto, scritto dagli studiosi dell’Osservatorio internazionale la Petite Sirène e firmato da migliaia di medici, psichiatri e psicoterapeuti infantili, giornalisti e docenti, per denunciare pubblicamente il preoccupante fenomeno di ragazzini che si autoconvincono, anche per la superficialità e l’unilateralità della narrazione ufficiale, che il loro malessere sia dovuto alla disforia di genere e che l’unica soluzione per stare meglio sia cambiare sesso, ricorrendo a trattamenti ormonali e persino ad interventi chirurgici di cui,  data la giovanissima età, non sono ancora in grado di comprendere le pesanti conseguenze (che invece l’Appello in questione documenta scientificamente).

In Italia, il Manifesto è stato presentato il 28 ottobre a Roma nel corso di un convegno sui rischi della teoria gender per donne e bambini, organizzato per iniziativa dell’associazione Non si tocca la famiglia e dell’Osservatorio di Bioetica di Siena, con il sostegno anche di altre associazioni, (questo il Link per leggerne il testo e firmarlo https://www.nonsitoccalafamiglia.org/appello-manifesto-europeo-contro-la-propaganda-gender/)

   

Alla luce di questo documento e delle tante esperienze dolorose testimoniate dai ‘detransitioner’, cioè dai giovani che hanno deciso di ritornare al proprio sesso originario, subendo gli effetti, drammatici e spesso irreversibili di una scelta sbagliata, mi permetto, assieme a tante altre persone, di dubitare che la Carriera Alias possa considerarsi un valido strumento di tutela dei minori: la strada frettolosamente intrapresa da molti istituti nel concedere tale procedura, seppure lastricata da buone intenzioni, contribuisce a diffondere tra i più giovani l’errata convinzione che ogni fisiologico processo di maturazione sessuale comporti sempre una “scelta” di orientamento di genere, aumentando nei soggetti fragili le incertezze identitarie.

Le recentissime linee guida pubblicate in Inghilterra per la cura dei minori affetti da disforia di genere raccomandano del resto grande cautela nell’utilizzare la transizione sociale, che è una forma di intervento psicosociale e non un atto neutro: cioè, anticipando in modo illecito la sentenza di un giudice competente, la scuola contribuisce con la Carriera Alias a tracciare per questi adolescenti un travagliato cammino (di farmaco dipendenza, tra le altre cose, visto che la transizione prevede l’assunzione a vita di ormoni) da cui è poi difficile tornare indietro.

Bambini e adolescenti a disagio con il proprio genere di appartenenza devono senz’altro sentirsi accolti anche nell’ambiente scolastico, ma attraverso il dialogo e la comprensione. In questo modo saranno incoraggiati a manifestare il loro malessere ad insegnanti e dirigenti scolastici, i quali, assieme alle rispettive famiglie, potranno individuare le soluzioni più adeguate ad ogni singolo caso.

 

Oltre che dal punto di vista educativo, la Carriera Alias presenta rilevanti problemi di ordine giuridico. Si tratta infatti di una procedura che modifica documenti ufficiali della scuola, quali i registri di classe, che, per legge, devono riportare l’elenco e i dati anagrafici degli alunni, le presenze, le assenze e le eventuali note disciplinari o, come è accaduto a Roma, i dati delle verifiche scritte: eppure si tratta di atti pubblici che non possono venire alterati, come ha ribadito più volte la Cassazione, se non si vuole incorrere nel reato di falso ideologico (art. 479 del Codice penale).

L’autonomia scolastica prevede, infatti, una certa flessibilità all’interno, tuttavia, di un quadro normativo prestabilito dai soggetti titolari di potestà legislativa (cioè Stato, Regioni e Province Autonome)  per meglio realizzare gli obiettivi di educazione, formazione ed istruzione fissati dalla legge, nel rispetto della libertà di insegnamento (che evidentemente viene negata, come si è visto nel caso del professore di Roma, incorso in una sorta di linciaggio mediatico)  e della libertà di scelta educativa delle famiglie, non la facoltà di rettificare i dati anagrafici, anticipando l’eventuale sentenza favorevole di un giudice (che, trattandosi di un minore, può anche decidere in senso contrario, dopo aver consultato gli specialisti del caso). Decisioni che si configurano come veri e propri abusi d’ufficio e che vengono oltretutto prese spesso senza richiedere preventivamente il consenso informato dei genitori. In realtà, dovrebbero essere coinvolte non solo le famiglie dei minori direttamente interessati, ma anche quelle dei compagni, tenuto conto delle possibili e ancora sconosciute ricadute psicologiche e educative di tali provvedimenti nelle classi.

In che modo allora, mi chiedo, può dirsi corretto dal punto di vista educativo utilizzare nella scuola procedure che contrastano con la normativa vigente?

E, più in generale: l’attivazione di procedure come la Carriera Alias rientra davvero tra i compiti della scuola?

 

Rispettare l’interesse superiore del minore, come prescrive alle istituzioni la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (art.3) non significa affatto assecondarne passivamente richieste e desideri, bensì individuare la soluzione migliore per la sua crescita, anche attraverso una prognosi sull’eventuale disforia di genere: a tal proposito sappiamo, perché attestato scientificamente, che tali disturbi nel 90% dei maschi e nell’85% delle femmine rientrano con la maturità: perché allora ‘etichettare’ prematuramente soggetti ancora in rapida evoluzione?

Ritengo, in conclusione, anche per rispetto al principio di precauzione, che la tutela degli studenti con disforia di genere o di quelli che si credono tali, così come la salvaguardia di tutti gli allievi, specie se in difficoltà, vada garantita attraverso il dialogo, la comprensione e la condivisione fra gli studenti e le loro famiglie, come stabilisce il Patto di corresponsabilità educativa, e non attraverso l’attivazione di pratiche potenzialmente rischiose per la loro salute psicofisica.

Mi auguro infine, visto che tra i compiti fondamentali della scuola c’è anche quello di educare alla convivenza civile e alla legalità, cioè al rispetto della legge, che le autorità intervengano a porre fine ad interventi rischiosi, basati su un assunto ideologico[2] (quello della fluidità di genere), estraneo alle finalità dell’insegnamento scolastico ed estremamente divisivo

 

Note: 

[1] Per le considerazioni giuridiche presenti in questo articolo cfr. Daniela Bianchini, Carriera Alias e tutela dei minori, 9 novembre 2022, www.centrostudilivatino.it, per quelle di ordine scientifico rinvio all’Appello dell’Osservatorio internazionale la Petite Sirène, qui citato.

[2] La circolare n. 1972/2015 del MIUR ha stabilito che non rientra tra le finalità dell’insegnamento scolastico: promuovere pensieri o azioni ispirati ad ideologie di qualsivoglia natura, e che tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né l’ideologia gender né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo.

 

 

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