violenza donne femminicidio

 

 

di Mattia Spanò

 

Fanno discutere le dichiarazioni della sorella di Giulia Cecchettin, la povera ragazza uccisa dal fidanzato Filippo Turetta, sul patriarcato tossico – non esistono mostri, ma figli sani del patriarcato , ha detto la ragazzina sfoggiando una felpa con un trendissimo Bafometto – e sull’obbligo di mea culpa generalizzato da parte degli uomini.

Dopo i ben noti obblighi di rettiliana memoria, il primo venuto che a qualsiasi proposito ottiene il suo quarto d’ora di celebrità si sente in dovere di prescrivere al popolo ciò che deve o non deve fare, il che è sia parte dell’eredità di cui sopra, sia parte del problema che sto per contornare.

Con riflesso pavloviano il solito codazzo di nani e ballerine ha manifestato il dolore untuoso, melenso e posticcio tipico dei social accusando gli uomini in generale di femminicidio, dopo di che si è passati di botto a chiedere a gran voce l’educazione affettiva come materia di studio nelle scuole. Una cosa che c’entra come i cavoli a merenda, ma ogni occasione è buona per fare propaganda.

Come ha osservato qualcuno: non passano le prove Invalsi di italiano e matematica, ma pretendono che sia insegnata l’educazione sessuale, magari anche da transessuali, ovvero persone degnissime ma che per statuto non ci hanno capito un’acca della materia.

Che importa: dal momento che la matematica è diventata “bianca e razzista”, non vedo il problema ad appaltare l’educazione affettiva e sessuale agli inclusivisti Lgbtq-friendly. Mica vorrai fargliene una croce della confusione e l’assenza di competenze.

Questa idea che se tutti facessero come dicono loro il mondo sarebbe una specie di Eden, mentre somiglia sempre più all’inferno proprio perché si fa come dicono loro da almeno un trentennio, se non fosse tragica sarebbe comica.

Trovo oramai del tutto inutile discutere dati di realtà, come ad esempio il fatto che in tutta Europa fra il 2011 e il 2021 si siano commessi 3.232 “femminicidi”, e che l’Italia sia in zona retrocessione in questa distopica classifica dove primeggia la Lituania. Sono pochi, sono molti, sono troppi?

Dipende. Caino in fondo soppresse il 25% della popolazione mondiale allora esistente, ma da noi si pretende di condannare ad una fine orribile Turetta – qualche mese fa l’ondata di sete di sangue popolare aveva travolto Alessandro Impagniatiello, che aveva assassinato la fidanzata incinta, dopo di che business as usual – mentre nel frattempo si proclama che nessuno deve toccare Caino.

 

I dati pubblici sul femminicidio

In Europa vogliono dire meno di una donna al giorno in tutto il continente. Non importa: è emergenza nazionale. Ormai qualsiasi occorrenza – in statistica i fatti si chiamano così – viene gonfiata a dismisura e gettata in pasto alla furia delle pulsioni e dei sentimenti più bassi e scomposti. Si procede a tentoni, di soprassalto in soprassalto, senza capo né coda.

È tipico di una società anaffettiva e frigida scimmiottare sentimenti e pensieri che semplicemente non possiede. Il genere di umanità intermittente del genocida Hitler che ha macellato milioni di uomini, donne e bambini ma amava i cani e non mangiava animali. Spiace farlo notare alle anime belle, ma il sostrato psichico che esibiscono sbavando odio e misure draconiane è esattamente lo stesso di baffo a spazzolino.

Nessuno, parlando di giovani donne uccise, ricorda Camilla Canepa, morta pochi giorni dopo essersi vaccinata con il preparato miracoloso. Come lo chiamiamo: femminicidio di Stato?

Dal momento che lo Stato dovrebbe comportarsi come un padre di famiglia, deve esistere un patriarcato di Stato ugualmente omicida per il quale le istituzioni responsabili non solo dovrebbero scusarsi, ma possibilmente fare la fine del pessimo Turetta. Invece niente. Ecco allora che la gente che sfoga sui deboli – un ragazzotto privo di spina dorsale – la rabbia che non può rivolgere contro i forti.

C’è però un corollario interessante in questa ennesima colpevolizzazione di massa, nello scusarsi generale compulsivo – peraltro agevole e a buon mercato, provenendo da figure pubbliche che non sono responsabili di niente per contratto – per ogni schifezza vera o presunta, grande o piccola. È una pantomima ossessiva che ha assunto contorni psichiatrici, ma che va trapanata molto a fondo nel cervello delle persone. Siamo tutti colpevoli di qualcosa. Soprattutto, sono i folli che curano la propria follia facendo impazzire i sani di mente.

Il fatto è che, lentamente ma non troppo, il concetto di colpa sta traslocando dal piano soggettivo a quello ontologico: non sei colpevole bensì ammalato se violenti un bambino, non lo sei in qualità di esemplare femmina di una cultura minoritaria da preservare come i panda se borseggi in metropolitana, così come non lo sei se di cultura bengalese quando picchi tua moglie, purché sporadicamente.

Sei invece colpevole, anzi arci-colpevolissimo e senza attenuanti culturali, anche se non hai fatto nulla di male: basta che qualche smandrappata lo dica in tv. Lo sei in quanto maschio bianco, magari cattolico ed etero “basic”, come si dice oggi, oppure in quanto antropoide che usa un frullatore, si fa la doccia, mangia le uova e fa la cacca danneggiando il pianeta e la natura, di solito così amabili con l’uomo, come sanno bene gli abitanti di Pompei sepolti sotto il fuoco del Vesuvio, o gli 80.000 messinesi triturati dal terremoto del 1908.

In definitiva la stessa naturalezza della natura – chiedo venia per il gioco di parole – viene trasferita sugli uomini. Che non sono più oggettivamente responsabili nel bene e colpevoli nel male, ma lo sono come un’eruzione, un’inondazione, una grandinata o un’invasione di locuste. Come un leone sbrana una gazzella così un uomo bianco uccide le sue donne, e lo stesso uomo odierà naturalmente i negri. Non potrà fare a meno di farlo perché è fatto così. È la sua natura.

Al contrario lo Stato, le istituzioni non sono mai assenti, non mancano mai, non sbagliano. Sono i cittadini ad essere colpevoli: di razzismo, di maschilismo patriarcale, di omofobia, di antisemitismo, di negazionismo, di oscurantismo, di islamofobia, dei cambiamenti climatici, di uso improprio di pronomi e soprattutto pronomesse. Qualsiasi patologia sociale possiede un opposto logico altrettanto patologico.

Al colpevole naturale che è ognuno di noi – non c’è perdono né salvezza per lui, solo fine pena mai e stigma sociale – non resta allora che obbedire bovinamente agli ordini impartiti dall’alto.

Non può opporsi, non deve ribellarsi perché egli incarna una piaga sociale o culturale di qualche tipo. Se non è reo di zuppa, lo sarà di pan bagnato. Non può letteralmente muoversi né pronunciare alcun giudizio perché offende qualcuno, qualche categoria antropologica del ciuffo mandata a memoria alle scuole serali o sotto il casco della parrucchiera.

A turno, ed ossessivamente, il potere ci urla contro che siamo persone orribili. L’unica opzione sul tavolo è obbedire. L’unica possibilità di riscatto da una colpa non emendabile: zitti e mosca. Obbedire sempre e comunque, osservando religiosamente qualsiasi insulsa stupidaggine venga ordinata e disposta dall’alto.

Questa colpa eterna e imperdonabile – una conseguenza diretta, a mio modo di vedere, della cultura dell’indignazione legata all’Olocausto: senza dubbio un paradigma di successo – è un grimaldello potentissimo contro chiunque si opponga a qualsiasi cosa.

Lo è nel caso delle reazioni al barbaro omicidio della povera Giulia Cecchettin per le stesse ragioni per le quali non lo è nel caso del massacro dei palestinesi di Gaza (e quelli della Cisgiordania ammazzati dai coloni ebrei, ma chissà perché se ne parla quasi niente).

Viviamo il tempo della vittima che si erige a carnefice, in un gioco di specchi che legittima chi subisce il male a farne altrettanto, possibilmente anche di più. Poiché Filippo Turetta ha ucciso e Turetta Filippo è un uomo, tutti gli uomini sono Filippo Turetta, dunque assassini. Pardon: femminicidi.

Come insegna Orwell ne La fattoria degli animali, “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. È l’eterno gioco retorico fra il potente e il potuto: tutto il male che il potere fa all’uomo, quest’ultimo se lo è meritato tutto.

Finito il lavoro malfatto e foriero di un male peggiore grazie all’obbedienza acritica estorta con l’inganno, si lasciano gli uomini a sbranarsi fra loro.

 


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