di Giovanna Ognibeni

 

Avevo preparato un pezzo interessante sulle divisioni all’interno del mondo cattolico cosiddetto tradizionale, ricco di citazioni bibliche e richiami storici, che su un registro umoristico, persino finemente umoristico, si apriva a squarci lirici. Mirava anche ad una sintesi in cui le diverse manifestazioni del dissenso e le loro ragioni si illuminavano per così dire a vicenda.

Ad una serena rilettura, una Corazzata Potemkin pazzesca. Irrecuperabile.

Maturò in me il fermo proposito di distruggere l’opera, il che mi avrebbe fatto respirare la sottile aura dei grandi scrittori che bruciarono i propri manoscritti o dettero le istruzioni ad altri di farlo: compagnia eletta tra Virgilio, Boccaccio, Gogol Kafka ed innumerevoli altri. Poi la modestia mi distolse, non fosse altro perché non ho un caminetto e comunque è più difficile e meno nobile bruciare un computer, ed in fondo basta premere del o canc il che è oggettivamente privo di pathos.

Scartata a priori l’ipotesi di un’imperizia della scrivente, ho dovuto accettare il dramma di avere una mente analitica che ambisce a grandiose sintesi, il che è come dover ricostruire un puzzle di 10000 pezzi: hai in copertina l’immagine finale, monti benissimo un angolo a sinistra in alto e  un’altra zona in basso a destra, qualche altro pezzetto qua e là ma ti lasci sopraffare dallo sgomento, e sì che ti erano venute immagini felici, come “linee di faglia” (questa me la tengo buona per un’altra volta) e simili.

“Ahi! Forse a tanto strazio cadde lo spirto anelo, e disperò”. La man valida dal cielo nel mio caso fu il ricordarmi di un progetto che avevo lasciato cadere (nel pozzo di San Patrizio, ché nessun altro pozzo può contenere i progetti che ho abbandonato), vale a dire segnalare le tante parole che hanno mutato di significato nelle ultime decadi e cercare di rintracciare il processo e i momenti in cui si è sgretolato il significato “originario”.

Perché, come già diceva Aristotele, la logica funziona quando congiunge ciò che è congiunto nella realtà e separa ciò che nella realtà è disgiunto.

Nella relazione aristotelica tra realtà e conoscenza era la prima ad avere il ruolo di Master and Commander, mentre ora è divenuta sempre più comprimaria: si è venuto a creare una specie di circolo ermeneutico sui generis (niente paura, il circolo è un po’ lo squash della logica e della conoscenza, con la palla che rimbalza contro il muro della realtà).

Caro, buon Aristotele, oggi saresti impresentabile! Hai fondato la logica occidentale, tu e l’altra testa di marmo di Platone, ma oggi, suvvia, siamo oltre, siamo nel tempo in cui un gesuita può dire che in certi casi 2+2 può far 5, e viene preso per un fine pensatore, siamo nel meraviglioso tempo delle narrazioni, chi può mai curarsi di pedanterie ed attaccarsi a simili piccinerie come la distinzione di sesso biologico o altre sciocchezze.

D’altra parte la logica è considerata come appunto la mezz’ora di squash tra un impegno di lavoro e un altro, una palestra dove svagarsi: la percezione della realtà non si scontra col dato oggettivo, ma con un’altra percezione. È l’epoca delle chat, il non luogo dove ti puoi presentare con un’identità fittizia, postare foto filtrate, barattare per veri “contenuti” costruiti dal niente sul niente: ad esempio c’è gente che sbarca il lunario inventando o ri-costruendo storielle amene tipo “cane eroe salva bimbetta dai boccoli d’oro” e via inventando… In televisione già negli anni ’70 avevano le tecniche per sfinare le cosce della soubrette troppo in carne, ora lampade e trucchi trasformano pericolanti terze età in femmine smaglianti. Quando poi un’istantanea improvvida rivela il vero sembiante, come l’anello magico mostra al povero Ruggiero il vero aspetto della maga Alcina (Orlando Furioso canto VII), nessun imbarazzo, si è ciò che si vede.

Si creano archetipi di nuovo tipo, come l’amore non ha età, ognuno è come si sente e ha l’età che si sente (spregevoli mentitori).

Viviamo probabilmente nella più colossale frode di tutta la storia. Oggi la chiamano Metaverso.

Ecco allora l’idea di una specie di Lessico delle parole tradite e traditrici, un Dizionario anarchico a cominciare dall’ordine alfabetico, assente. Se mai volessi intraprendere un’opera sistematica, mi mancherebbero le capacità probabilmente e il tempo; questo sia per ragioni anagrafiche sia perché gli eventi hanno ultimamente un’energia così cataclismica, un carattere così torrentizio che è quasi impossibile fotografare il movimento. La frana è già bell’iniziata e non è possibile fermarla.

E infatti, avevo già deciso di principiare il lavoro (a ben intenderci, se si è discusso ed ammesso il petaloso, che nessuno mi venga a contestare il principiare) con la lettera U di Umano, quando ieri mattina a Messa mi è venuta l’illuminazione – perché ognuno ha le illuminazioni che si merita – su una parola che inizia per A.

 A come Arcobaleno

Ogni tanto vado a Messa all’hangar, così la chiamiamo in famiglia per darci appuntamento.  Per la costruzione armoniosa e compatta in cemento armato, sovrastata, si fa per dire, da un’esile croce in ferro che trovi solo se sai che c’è e riesci a distinguerla da un’antenna. All’interno l’unica cosa notevole (nel senso che non puoi non accorgertene) è il pavimento in leggero pendio, dal momento che il geometra non è riuscito a domare un leggero dosso in mezzo alla chiesa, e poi il crocifisso di legno: seguendo una moda che deve aver imperato negli anni ’60, ’70 di cui son altri esempi, non sono riuscita a sapere se dello stesso artista o della stessa scuola, il Cristo è nella posa di slancio prima del tuffo, sprigionando  grande energia, la croce non esiste è solo proiettata come ombra sul muro retrostante, con effetto tanto suggestivo quanto ambiguo, perché se è  vero che l’ultima parola non è il Cristo morto, pure viene detta dopo la crocifissione.

Fianco della chiesa nella sua maestosa essenzialità.

Piccola e non richiesta glossa: trovo che l’eccesso di simbolismo nuoccia alla comprensione della realtà perché ognuno carica i fatti del significato che più gli aggrada. Bisogna tornare all’accadimento nel suo puro succedere (stavo per scrivere nella sua fattualità, poi mi son detta di non esagerare e per lo stesso motivo vi risparmio alcune cretinate sull’Allegoria, pur se inizia per A. Per ora). Insomma Cristo morì in croce e noi vediamo solo le tracce della Sua resurrezione. Niente acrobazie.

Nella chiesa vi sono anche alcune vetrate, non di pregevole fattura ma neanche orrende: scontano il gusto di quegli anni per un ritorno al primitivo, ad una stucchevole semplicità – e come scordare le Madonnine con bambino che assomigliavano paurosamente ad imprevidenti fidanzatine di Peynet? –  Raccontano dall’inizio della creazione alla Pentecoste e così nelle mie frequenti distrazioni ho colto il riflesso del sole sull’arcobaleno dopo il diluvio universale. E mi è venuto fatto di pensare alla curiosa singolarità di questo segno apparso nei primi tempi della storia della Salvezza per rinnovare e celebrare l’alleanza tra Dio e l’uomo e il suo odierno pervertimento che vuole essere segno inequivoco della rottura e del rifiuto di Dio. Questo vale tanto per l’arcobaleno della pace, quanto e più per l’orgoglio LGBTQ+ (acronimo sigla che mi pare si situi allo stesso livello del supercalifragilisticespiralidoso).

E se il primo arcobaleno si può collocare al dopodomani della creazione dell’uomo, si potrebbe anche pensare che l’attuale sia all’altroieri del ritorno di Cristo.

Come ho appena detto, è prudente non attaccarsi troppo a simbologie parallelismi e ricorrenze, anche perché il vero ed unico complottista, meglio complottardo nel senso di colui che organizza complotti, non è umano. Gli altri, anche quelli ai massimi livelli del Great Reset Deep State Deep Church e tutti gli altri Deep che non ricordiamo o non conosciamo, sono solo degli utili Idioti, e tenderei a sottolineare idioti.

U come Umano

L’altro giorno, ed è risaputo che per le persone della mia età l’altro giorno copre uno spazio temporale che arriva agevolmente al semestre, ho fatto caso ad un’espressione del genere:” il cane, accompagnato dal suo umano…”.

In espressioni del genere si intende un rapporto paritario tra l’umano e l’animale e si raggiunge anche l’obiettivo intersezionale (il vecchio prendere due piccioni con una fava) di non pronunciare la deprecabile parola uomo, ché poi, o ci aggiungi e donna, oppure sei inciampato male. L’aggettivo umano, al posto del sostantivo uomo sfuma l’identità, le toglie appunto sostanza, è l’aggiunta alla parola, per esempio, essere o meglio specie. Ne contesta l’unicità. Come del resto l’uso della parola pianeta al posto di Terra, ché poi la devi scrivere maiuscola per distinguerla dal terriccio. L’uso del termine pianeta non è invalso da tanti anni ma ora è inflazionato, e ci pone in un’ottica totalmente rovesciata come se avessimo girato il binocolo: la Terra ci appare piccolissima, insignificante. Altro che “cosa buona”.

So di essermi giocata una buona occasione per la lettera P ma lasciatemi chiarire questo meccanismo: il termine pianeta è nuovo, ed ha il fascino della novità in quanto tale, le persone semplici, come noi, lo trovano come dire figo, cool (termine inglese che è più figo di figo), e ti dà subito l’allure di persona colta e appunto non terra terra (questa è pessima, ne convengo).

Noi inghiottiamo esca amo e lenza, perché il metodo per vendere è sempre lo stesso: possono aggiungere un sapore, un colore, un profumo o neanche quelli: con questo sistema ci fanno mangiare i biscotti di crusca, non cambiano neanche il sapore, ma tu leggi “ricco di fibra” e mangi felice pensando al dopo.

Torniamo all’umano; ormai appiattito e indistinto tra le altre specie, oggi in competizione coll’orso bruno, domani con una felce, non si sogni lontanamente di definirsi padrone, anche se ha sborsato fior di euro per un carlino (mi piacciono i cani, i carlini molto poco) o un persiano stronfiante.

Tra poco non sarai più padrone di una casa o di una macchina, ma già adesso abituati ad essere pari col tuo labrador. Anzi un filino sotto.

Se a Londra ti viene l’uzzolo di rivolgerti a un gattile, ti rifilano un micio affetto da simil Aids, e ti sottopongono a stringenti esami per vedere se sei in grado di occupartene, di dargli tutto l’affetto e le cure che gli sono necessarie. Manco li sfiora l’idea di sopprimerlo (umanamente si può dire?) perché il micio ha diritto di vivere e vivere il meglio possibile.

Invece l’Alta Corte inglese ha decretato che per Alfie Evans e Charlie Gard the best interest era farli morire, con benefici e risparmi per tutta la collettività.

I piani nazionali per la salute riproduttiva suggeriscono con l’adeguata forza che se non sei in grado di far vivere tuo figlio bene come loro pensano è molto meglio se abortisci, ché poi ce lo troviamo sul groppone tutti noi. Ma se dobbiamo tirare fuori da un tombino uno stupido gattaccio che ci si è infilato chiamiamo i pompieri e non stiamo lì a fare gli spilorci.

Un esempio luminoso e poi chiudiamo.

In una puntata di Walker Texas Ranger, il mio eroe (spiegherò a breve le ragioni di questa mia insana passione), che come sanno tutti quelli che lo seguono in ogni puntata ammazza  o rende inabili a vita almeno mezza dozzina di quelli che una volta si chiamavano cristiani senza neppure battere il suo evangelico ciglio, cattura con le mani ovvio! un pericolosissimo serpente a sonagli, lo sgrida, lo getta tra i folti cespugli e gli intima di non farsi più vedere, cosa che il crotalo, se ha un po’ di sale in zucca farà senz’altro. Morale, molto meglio nascere crotalo.

 


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