di Gianni Silvestri

 

Tra i vari sentimenti esistenti nelle nostre società occidentali, quello di gran lunga oggi prevalente sembra essere… la insoddisfazione.

L’insoddisfazione, da sentore temporaneo in attesa di essere superato, sembra essersi tramutata in uno stato d’animo permanente sia nelle nuove generazioni, che nei soggetti “più navigati o anziani”.
Le nuove generazioni sono naturalmente tutte protese al raggiungimento dei loro obiettivi, siano essi scolastici, lavorativi,  sentimentali o familiari e comprendono di aver dinanzi anni di  preparazione, “di gavetta” per potersi affermare. L’ insoddisfazione, però, non tarda a farsi avanti anche in loro quando terminato il corso di studi o dei vari “lavoretti temporanei”, anche i giovani non  riescono a trovare un’affermazione stabile, non intravedono un futuro nella propria vita. Ma – stranamente – anche quando “la sistemazione lavorativa” arriva, ai vecchi problemi se ne sostituiscono di nuovi (crisi economica, concorrenza asfissiante, rapporti con i colleghi di lavoro o i clienti) che reintroducono nei rapporti umani l’insoddisfazione “di sempre”. E così via anche nei successivi rapporti familiari ecc.
Senza dilungarci, possiamo effettuare una prova empirica pensando a noi stessi o ai nostri familiari o conoscenti: tutta la realtà o le nostre realizzazioni ci sembrano sempre meno di quello che desideriamo; qualsiasi gioia o soddisfazione – per quanto a lungo attesa – lascia sempre un senso di incompletezza, come se avessimo sempre bisogno di raggiungere “il gradino successivo” (e così via, ad ogni ulteriore traguardo alla ricerca di una felicità stabile che non arriva mai).

In sintesi, sembra che nella vita prevalga, primo o poi, la delusione di quanto si è realizzato rispetto ai desideri, ai progetti, alle aspettative e non è raro che “ai livelli alti” la insoddisfazione sia addirittura crescente, in quanto si constata che la felicità immaginata, non si trova, o non è stabile;  nulla sembra bastare. Quante persone “di successo” si rifugiano nella cocaina (la cosiddetta “droga dei ricchi”), quante ancora cercano la felicità in sempre nuove avventure extraconiugali, o a base di sesso e droga, sino ad ogni specie di perversione? (è di questi giorni l’indagine sul sesso, sui droga-party e sulle violenze del fondatore di “Facile.it”).  Senza arrivare a questo livello di insoddisfazione-perversione, penso sia comune a tanti, il sottile velo di insoddisfazione che – dopo ogni successo – torna a confermarci la precarietà della stessa esistenza.
L’Italia è una delle nazioni europee (dopo la Francia) con il più alto ”tasso di insoddisfazione”.  (QUI)
Questa più o meno sottile insoddisfazione diviene compagna di vita e, per tanti, fonte di frustrazioni per ogni speranza futura, vista la inutilità di tanti successi che hanno tradito ogni aspettativa.
Che fare? Hanno ragione quelli che si rifugiano nell’alcol, nella droga, nel sesso compulsivo, nella ricerca di ogni forma di evasione? Se bastassero, oggi non avremmo in giro persone insoddisfatte… mentre la situazione sembra peggiorare con la insoddisfazione divenuta dopo tanti anni “stato permanente di depressione”.
Non è certo un caso se le statistiche ci confermano che nel mondo occidentale (quello più benestante…) i farmaci più utilizzati sono gli antidepressivi (e l’Italia sembra la prima in Europa per consumo di psicofarmaci) (QUI.).

cannabis
cannabis

Ma se persino nel ricco mondo occidentale, capace di mezzi mai visti nella storia, sembra impossibile eliminare l’insoddisfazione;  se nulla sembra bastarci, se persino l’amore non ci assicura sicurezza e stabilità (i nostri sentimenti migliori, sono alla mercè degli stati d’animo o delle tempeste della vita), cosa fare? Le soluzioni prospettare negli ultimi decenni si muovono sempre nell’ambito di forze e di obiettivi umani, ma sempre con risultati insoddisfacenti (è il caso di dire).
Di fronte ai vari fallimenti dei diversi tentativi ideologici, politici, economici differenti, non resta che cambiare lo stesso paradigma del mondo sempre dipendente dal benessere, dal successo, dal puro divertimento, dalla eterna precarietà dell’oggi (la cui frenesia sembra un modo per dimenticare i problemi, il domani, la vecchiaia, la morte).
In un mondo confuso, perché senza più certezze, ecco che questa appare essere l’unica certezza da cui ri-partire: non bastiamo a noi stessi, siamo evidentemente fatti per qualcosa di più grande e più bello di quello che sappiamo costruire; la nostra domanda di senso e felicità è ben più grande della nostra capacità di risposta.

La  consapevolezza di questa domanda di senso, (maggiore negli artisti, negli animi sensibili, negli studiosi consapevoli dei limiti dell’umano sapere), può essere il punto certo di una nuova ricerca, di un nuovo cammino, può essere la molla per ridimensionare le illusioni del mondo e per svoltare alla ricerca del massimo, del Bene e del Bello Assoluto, cioè di Dio.

Un percorso, la ricerca della vera felicità, che in fondo è il cammino della vita, sempre tesa a raggiungere il Meglio; questa è una delle strade per arrivare a Dio: non accontentarsi mai, perché di meglio in meglio, scoprendo sempre nuovi limiti e nuovi traguardi, non si può che avvicinarsi a Lui, al desiderio di un rapporto con l’Assoluto (che è già traguardo: “non mi cercheresti se non mi avessi già trovato” ricordava Pascal nei “Pensieri n 553”).
Invece nella nostra società, tra le tante conquiste, sta forse prevalendo il difetto pericoloso “dell’immanenza”: ciò porta ad accontentarsi solo di quello che c’è, ad abituarsi ad una dorata mediocrità, ad imparare a convivere con i difetti che non diventano più la spinta a migliorarsi ed a ricercare il Meglio. Forse oggi, alla fatica del cammino e della ricerca, si preferisce l’innegabile comodità della società odierna, capace di innumerevoli tipi di intrattenimento tra TV, musica, film, videogiochi, e persino sostanze artificiali che intontiscono ed impediscono la ricerca della vera felicità. Soprattutto in questi ultimi decenni, sembra che si stia affievolendo la coscienza di essere in cammino verso Dio, svanisce la consapevolezza che la nostra vita terrena sia solo l’inizio di una ben più grande;  quasi che dei viaggiatori al posto di continuare il cammino verso la loro destinazione, decidessero di fermarsi in un comodissimo autogrill autostradale per vivere lì per sempre. Ecco questa mi sembra una metafora illuminante dell’uomo moderno: fermo in autogrill sempre più accoglienti, ha dimenticato di riprendere il suo viaggio, alla ricerca del Meglio.

"Sant'Agostino nello studio" - Botticelli Ognissanti
“Sant’Agostino nello studio” – Botticelli Ognissanti

Ben lo aveva compreso S. Agostino, il più grande dei primi padri della Chiesa, che aveva trascorso gli anni della giovinezza proprio nella ricerca del divertimento più sfrenato, ricercando la felicità nelle donne (ed avendone ben presto un figlio, nella ricca e dissoluta Cartagine), nel sapere, nella affermazione professionale, ma senza riuscire a trovare la pienezza di vita. Negli anni successivi (a 19 anni) cercò l’affermazione nello studio della retorica e della filosofia, che approfondì come strumento per ricercare il bene (approdando al manicheismo). Nella “moderna e grande Cartagine” divenne maestro di retorica e grammatica, senza riuscire a rispondere alla sua sete di conoscenza e verità. Spinto in Italia, dopo un soggiorno a Roma, fu inviato a Milano per contrastare l’ascesa del vescovo  Ambrogio: ma dopo anni di neo platonismo, di frequentazione dei tribunali romani e di vita piena di affermazione e piaceri più vari, fu colpito dalla sapienza del vescovo di Milano.  Ambrogio infatti gli fece comprendere come la Verità – da Agostino sempre cercata – non potesse essere ridotta ad un argomento da possedere intellettualmente, ma fosse una totalità da cui farsi possedere.
A 32 anni – dopo studi, riflessioni, confronti (e preghiere della madre, S. Monica) questo grande “viveur” si convertì, avendo finalmente compreso che era Cristo la via per giungere alla Verità.

Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.»
(Confessioni X, 27.38)


Donò le sue proprietà ai poveri e – pur restio –  a furor di popolo dovette accettare la sua ordinazione sacerdotale ed a 42 anni a vescovo di Ippona (dove sarebbe rimasto per 34 anni sino alla morte). Agostino, da “uomo di mondo“ avvezzo ad anni di ricerca nei piaceri materiali e intellettuali, dopo aver sperimentato la provvisorietà di ogni gioia e traguardo umano, aveva finalmente trovato in Dio la vera felicità tanto inutilmente cercata. Egli, con la esperienza di chi ha visto e vissuto ogni esperienza terrena, poté concludere:
Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Le Confessioni, I,1,1):

La esperienza di vita e di fede di S. Agostino è attualissima ed insegna una verità importante: il nostro desiderio di felicità e pienezza è talmente grande da non essere appagato da nessuna bellezza terrena (fonte prima di illusione, poi di inquietudine ed insoddisfazione).
Ma questo desiderio inestinguibile di felicità è il nostro “marchio di fabbrica”: noi creiamo ogni genere di beni terreni, ma non ne siamo mai pienamente soddisfatti perché  noi non bastiamo a noi stessi. Questo è il segno del nostro essere creature provenienti o fatte “per un altro mondo”; la nostra insoddisfazione è la prova che siamo fatti per ben Altro: “nulla ti turbi, nulla ti spaventi, tutto passa, solo Dio basta” ricordava S Teresa d’Avila. E’ tempo di capirlo e “di levare le tende” dal nostro autogrill.
“Questa é la vita eterna: conoscere Te, Dio vero e uno” (Gv 17, 3).

Basta temporeggiare in una mediocrità senza prospettiva: ci aspetta un viaggio meraviglioso ed infinito, nientemeno che verso Dio (e per gustarlo tutto…ci vorrà un’eternità).
In pace.

 

 

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