Messa Tridentina
Messa Tridentina

 

 

di John M Grondelski

 

Circolano voci, non confermate ufficialmente, secondo cui alcune diocesi degli Stati Uniti avrebbero vietato la celebrazione del Novus Ordo Missae (NO) con l’orientamento versus orientem. Offro alcune riflessioni teologiche:

  1. Dall’introduzione del NO nel 1969, la posizione usuale per la celebrazione della Messa è stata versus populum, “verso il popolo”. La posizione per la celebrazione prima del NO era versus orientem, “verso Oriente”, cioè rivolta verso l’altare (che di solito era orientato verso est).
  2. Il cambiamento di posizione ha comportato cambiamenti nell’architettura ecclesiastica, il più evidente dei quali è stato l’abbandono degli altari fissi e l’installazione di una mensa (piano del tavolo) mobile davanti ad essi. Nelle chiese più antiche, l’altare precedente funge da sfondo; negli edifici ecclesiastici posteriori al 1969, l’area dietro la mensa è generalmente quasi spoglia come in una chiesa protestante, ad eccezione di un crocifisso (al contrario della croce senza corpus).
  3. Ne seguirono anche altri cambiamenti nell’architettura ecclesiastica, ad esempio l’abbandono dei pulpiti, spesso al centro delle chiese, a favore di un ambo all’interno del santuario. Gli stessi santuari persero poi i loro confini fisici, poiché molte balaustre dell’altare furono rimosse.
  4. Questi cambiamenti furono tutti giustificati apparentemente in nome della “teologia” del Vaticano II, in particolare della sua teologia liturgica per la celebrazione eucaristica. In parte ciò è vero, ad esempio se si intende sottolineare l’unità della parola e del sacramento, le letture dovrebbero avvenire più vicino all’altare, e se si legge al popolo, non a Dio, è opportuno rivolgersi verso di esso. In parte ciò è discutibile, essendo al massimo un’interpretazione forzata di ciò che il Vaticano II ha detto per soddisfare le aspettative preferite di alcuni liturgisti. Si possono offrire le proprie interpretazioni su ciò che il Vaticano II richiede e non richiede – io lo faccio qui – ma non si dovrebbe onestamente rivendicare l’autorità del Concilio per imporle escludendo altre.
  5. Prendiamo il criterio del Vaticano II per la celebrazione liturgica: “partecipazione attiva e consapevole” dei fedeli. Sono assolutamente d’accordo con questo: l’immagine di questo saggio è mio figlio, di 9 anni, nella Basilica di San Pietro il Venerdì Santo. È chiaramente a suo agio nella casa del Signore, ma non la definirei una «partecipazione attiva e consapevole». Detto questo, cosa comporta esattamente – e cosa non comporta – tale partecipazione? C’è un video TikTok (qui) che circola sui social media in cui un sacerdote dice ai cattolici che non dovrebbero tornare ai loro posti dopo la Comunione per pregare in silenzio. Dovrebbero invece unirsi immediatamente all’inno della Comunione in corso perché quella è una partecipazione “attiva”. Davvero? Potrebbe essere l’opinione (discutibile) del Padre, ma non si tratta certamente di un mandato liturgico (o anche di una “buona pratica”).
  6. Non sono interessato a ripristinare la tradizionale Messa in latino (la TLM). Non frequento una TLM e mi opporrei a qualsiasi tentativo di ripristinarla al posto della NO. Detto questo, comprendo la sua ricchezza spirituale e il motivo per cui alcuni cattolici ne traggono sostentamento e ritengo che l’atmosfera restrittiva di Traditionis custodes (insieme alla sua attuazione quasi troppo zelante da parte di alcuni vescovi) sia fuorviante e pastoralmente dannosa. Né la TLM e la NO sono antinomie polari: sessant’anni dopo il Vaticano II, possiamo chiederci se ci sono cose che la NO può imparare dal motivo per cui la TLM parla ancora al Popolo di Dio?
  7. Sostenere il NO non significa che un cattolico pensante non veda e non possa vedere i problemi che esso comporta. La fedeltà al Vaticano II non significa fingere che sia di nuovo il 1965 (o che il modo in cui abbiamo compreso la Chiesa dei primi cinque secoli – il periodo che molti liturgisti considerano un’«età dell’oro» – si sia fermato nel 1965). Sì, dobbiamo continuare a raccogliere i frutti del Vaticano II, ma, dopo sei decenni, una Chiesa viva ha anche una prospettiva storica per valutare e vagliare ciò che il Vaticano II ha fatto (e ciò che è stato fatto in suo nome), riconoscendo che il raccolto raccoglie sia il grano che la pula, quest’ultima non immagazzinata nei granai del Signore (Mt 3,12).
  8. Il fatto che la NO stessa trarrebbe beneficio dall’uso della postura versus orientem non è un rifiuto del Concilio Vaticano II. È una questione da valutare attentamente se il raccolto liturgico del Concilio Vaticano II possa essere migliorato da tale postura.
  9. Permettetemi di essere schietto: alla base di molte di queste controversie c’è un postulato sostenuto dai liturgisti, ma non necessariamente dai fedeli in generale, secondo cui la centralità della Messa come fonte e culmine della vita cristiana richiede un’attenzione laser sulla mensa e sull’azione di celebrare l’Eucaristia. Alcuni liturgisti sono espliciti al riguardo, considerandolo come il monte teologico su cui moriranno; non sono sicuro che i fedeli li seguano in questa via crucis.
  10. Il corollario di questa concentrazione assoluta è stato – come ho scritto altrove (qui) – che «Eucaristia» diventa un verbo, mai un sostantivo. L’attenzione alla mensa è il motivo per cui il sacramento riservato è stato spesso relegato in qualche nicchia laterale nell’immediato dopoguerra vaticano II e perché in molti luoghi il culto dell’Eucaristia al di fuori della Messa ha subito un’eclissi. L’Eucaristia come azione è accentuata a scapito dell’Eucaristia come realtà permanente anche al di fuori e dopo la Messa. Tenete a mente quest’ultimo pensiero!
  11. Un recente video sui social media (qui) mi ha fatto capire le conseguenze di questo pensiero. Le sue conseguenze sono una dissonanza cognitiva che molti cattolici sentono visceralmente, ma che molti liturgisti negano: l’incoerenza della “decorazione interna” e dei movimenti liturgici ecclesiastici contemporanei.
  12. Se il tabernacolo non è stato spostato da ciò che resta dell’antico altare, le persone tendono a genuflettersi quando entrano in chiesa. Ma quando il sacerdote celebra la Messa su una mensa davanti a quell’altare e al tabernacolo, i suoi movimenti sono come se lì non ci fosse nulla. Perché quindici minuti fa ci genuflettevamo e ora no? Direi che questo è il prossimo esempio di un fenomeno deleterio che affligge la Chiesa oggi: la “sacralità transitoria” (vedi qui). Cosa sta succedendo qui? Gesù sta “guardando oltre le spalle del sacerdote”, in attesa di trasfigurarsi a tre metri di distanza sul tavolo? Il liturgista moderno direbbe che questo è il motivo per cui dovremmo raddoppiare gli sforzi per spostare il tabernacolo dall’asse centrale della chiesa. Il cattolico moderno potrebbe chiedersi se le idee liturgiche che richiedono tale spostamento meritino di essere riviste.
  13. Nella chiesa in cui il tabernacolo è stato spostato dall’antico altare maggiore, le persone tendono ancora istintivamente a genuflettersi quando entrano in chiesa e i sacerdoti quando arrivano per celebrare la Messa. A cosa si genuflettono? A un tavolo consacrato? È questo il risultato del nostro cambiamento di prospettiva nell’Eucaristia, imposto dal Concilio Vaticano II, verso la celebrazione?
  14. Da bambino, ricordo il lancio del NO e, anche se allora non riuscivo a capirlo, la dissonanza cognitiva della nuova “decorazione interna” ecclesiastica era stridente. Il tabernacolo sembrava centrale in alcuni momenti, ma marginale in altri. E il sacerdote nel video sopra lo ha espresso a parole per me: “stai bloccando” il Signore nel Santissimo Sacramento. Almeno in alcuni momenti della coreografia del NO, la visibilità preminente del sacerdote sostituisce il Cristo sacramentale. Prima della consacrazione sulla mensa, che senso ha tutto questo?
  15. Il liturgista moderno potrebbe obiettare: “Beh, ma l’attenzione è sull’Eucaristia che si rende presente qui e ora!”. Va bene, ma allora la Presenza sacramentale di Cristo è uno ‘spettatore’ dell’azione sacerdotale? E come si inserisce questa celebrazione “qui e ora” dell’Eucaristia nell’unico sacrificio di Cristo che sta rendendo nuovamente presente? “Oh, questo è fisicalismo!”. Beh, lo «spiritualismo» liturgico è probabilmente il motivo per cui Pew Research suggerisce che la maggior parte dei cattolici non sa spiegare e non capisce cosa significhi la Presenza Reale. «Ciò che conta è il Popolo di Dio riunito per celebrare l’Eucaristia!» Va bene, ma cosa è più importante: il Popolo di Dio o il Dio di cui siamo Popolo?
  16. Essendo cattolico e slavo, forse ho una maggiore familiarità con la tradizione orientale della Chiesa rispetto a molti altri cattolici romani. I cristiani orientali – quelli in unione con Roma e quelli che non lo sono – sembrano non avere alcun problema a conciliare due idee: che possiamo pregare attivamente e consapevolmente come Chiesa tutta rivolta a Dio (anche se i «Misteri» sono nascosti dietro un’iconostasi). I cristiani orientali partecipano forse in modo meno “consapevole e attivo” all’Eucaristia? Chi vuole dirglielo? Perché o sono loro a sbagliare o la nostra praxis è una scelta (e, quindi, soggetta a valutazione per la sua adeguatezza), non una norma irrevocabile.
  17. Adottare la postura versus orientem nella NO risolve molte delle dissonanze cognitive che l’attuale praxis liturgica ha creato: la messa in primo piano del sacerdote celebrante concreto; l’emarginazione almeno occasionale del Santissimo Sacramento riservato (sia attraverso il trasferimento che “voltandogli le spalle”); il riconoscimento della presenza reale e duratura di Cristo nel Santissimo Sacramento riservato dopo la celebrazione della Messa (e quindi l’importanza di recuperare tale nozione nella teologia e nella pietà eucaristica); un maggiore senso di sacralità nella celebrazione della Messa. Non affrontare nessuna di queste questioni sminuisce la “piena, attiva e consapevole partecipazione” alla liturgia richiesta dal Vaticano II (anche se potrebbe sminuire il modo in cui alcuni liturgisti vogliono interpretare il Vaticano II). Inoltre, attenuerebbe alcune delle tensioni che derivano dall’Eucaristia come verbo rispetto al sostantivo.
  18. Quindi, continuiamo semplicemente a “ricevere” il Concilio Vaticano II (attraverso le sue interpretazioni degli anni ’60 richieste da alcuni liturgisti) o lo riceviamo meditando la nostra esperienza di esso attraverso un senso di fede che cerca di sostenere la continuità del modo in cui celebriamo l’Eucaristia con il modo in cui i nostri fratelli e sorelle nella fede l’hanno fatto prima di noi e ce l’hanno trasmessa (Giuda 1,3)?

 

(L’articolo che il prof. John M. Grondelski ha inviato dagli Stati Uniti al blog è apparso in precedenza su New Oxford Review. La traduzione è a cura di Sabino Paciolla)

 

 


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