Un lettore mi scrive.

 

Papa Francesco e mons. Antonio Staglianò
Papa Francesco e mons. Antonio Staglianò

 

 

Egr. Dott. Paciolla,

debbo confessarle la mia ignoranza nel non conoscere tale mons. Staglianò sino alla primavera dello scorso anno, quando la parrocchia che frequento ricevette una sua visita informale.

Ebbene quanto pubblicato lunedì 11 marzo da “La Nuova Bussola Quotidiana” mi ha riportato con la memoria a quell’evento che avevo quasi rimosso, anche perché fu in quell’occasione che nel corso dell’omelia scoprii la sua ossessione per una precisa specie di cattolici: i “convenzionali”. Ma non ne fui sorpreso: dopo che il mainstream aveva solo da poco allentato la pressione con la quale provava continuamente a terrorizzarci segnalando ciclicamente la comparsa di nuove specie del “Coso-19” (Delta, Omicron, Eris, Kraken, e via di questo passo con nomi sempre più suggestivi) ci poteva stare anche una nuova “variante” di cattolici.

Non entro nel merito circa l’opportunità dell’uso del termine “convenzionale”, anche se qualche lecita perplessità potrebbe porsi. Ma ciò che mi rende perplesso ancor oggi è l’impellente “necessità” di stigmatizzare alcuni fratelli nella fede, accompagnata da una chiara vis polemica, durante una pubblica omelia. Da parte, poi, di una figura che ricopre una carica di rilievo. Evidentemente questi “eretici” debbono proprio infastidire il monsignore: evidentemente il sospetto di accodarsi al divisore per eccellenza nemmeno lo sfiora. Buon per lui!

Che si tratti di quei cattolici brutti, cattivi ed oscurantisti legati alla tradizione e perciò fedeli al magistero della Chiesa di sempre? Di coloro che ancora credono nel primato della Verità e dell’amore ad essa più che ad essere riconosciuti ed accettati da un mondo che nei fatti ha istituzionalizzato il rifiuto di Dio? Di quei perfidi “complottisti” che provano a smascherare dinamiche di potere che in maniera sempre meno occulta e per passi progressivi ci spingono verso un mondo distopico e transumano?

Di quell’omelia ricordo infine un concetto di misericordia che mi fece sorgere perplessità ulteriori (certo il buon Dio condanna il peccato più che il peccatore ma se ben ricordo l’adultera – per dirne una – si congedò da Nostro Signore ricevendo un ammonimento più che una pacca sulle spalle) nonché la celebrazione di uno dei miti della Chiesa odierna – ora che il sacro siero è stato temporaneamente messo in un angolo – : il celeberrimo migrante, naturalmente! Cui è stata non a caso dedicata una “voce” apposita nelle litanie mariane. Nulla da dire sull’accoglienza in quanto dimensione irrinunciabile del cristiano (anche se per dirla tutta in epoca psico pandemica si sono viste e sentite cose indegne di un qualunque essere umano dotato di raziocinio basilare) ma provare a comprendere le dinamiche che stanno all’origine di certi fenomeni, e quindi quali forze siano in gioco e con quali veri obiettivi, pare così brutto?

Ora, considerata la comprovata fede ed intelligenza di chi conduce l’unità pastorale (sebbene a suo tempo totalmente succubi del totalitarismo pseudo sanitario con il contorno di patetici teatrini che preferisco fingere di scordare) non mi è dato sapere se l’accoglienza al monsignore sia da considerarsi dovuta, di pura cortesia, o magari quale segno di paternità da parte della Santa Chiesa. Forse le mie preoccupazioni possono apparire eccessive, ma in un momento di oggettiva confusione e crisi (innegabile) della fede in generale, mi sento io stesso – come dire – poco aiutato dai nostri pastori. Con le dovute eccezioni, si intende.

La ringrazio per l’attenzione.

Claudio – Saronno
 
***
 
Risposta dal responsabile di questo blog: 
 
Egregio sig. Claudio,
 
anche io non conoscevo mons. Staglianò fino ad un incontro casuale durante una messa in vacanza. Di tale incontro ho scritto in questo post. Anche io fui estremamente sorpreso, anzi turbato, dalle sue parole pronunciate durante quell’omelia. Mi domando ancora oggi come mai sia stato messo a capo della Pontificia Accademia di Teologia. Purtroppo, questi sono i tempi che il Signore ci ha dato da vivere. 
Cordiali saluti. 
 
Sabino Paciolla
 


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