
di Sabino Paciolla
Sessant’anni dopo la promulgazione di Nostra aetate, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane continua a rappresentare uno dei passaggi decisivi del rinnovamento conciliare. Il documento commemorativo pubblicato dalla Santa Sede ripercorre il cammino compiuto dal 1965 a oggi, mettendone in luce i frutti, le difficoltà ancora presenti e le prospettive future.
Il documento, intitolato “Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate“, è stato redatto congiuntamente dal Dicastero per la Dottrina della Fede, dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso. Leone XIV ha approvato il testo durante un’udienza concessa ai prefetti e ai segretari dei tre organi il 22 giugno e ne ha ordinto la pubblicazione.
Nostra aetate segnò infatti un profondo cambiamento nel modo in cui la Chiesa cattolica guardava ai credenti delle altre religioni. La sua affermazione fondamentale rimane quella secondo cui la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni», invitando i cristiani a considerare con rispetto i loro modi di vivere, precetti e dottrine. Tale apertura non comporta però la rinuncia all’identità cristiana: il problema che attraversa l’intero cammino del dialogo interreligioso è precisamente quello di coniugare fedeltà alla propria fede e autentica apertura all’altro.
La Dichiarazione nacque inizialmente come risposta alla tragedia dell’antisemitismo culminato nella Shoah. Dopo l’incontro di Giovanni XXIII con lo storico ebreo Jules Isaac, il cardinale Augustin Bea ricevette l’incarico di preparare un testo capace di rinnovare i rapporti tra Chiesa e popolo ebraico. Quel progetto si sviluppò successivamente fino a comprendere il rapporto con le altre religioni.
Il legame tra cristianesimo ed ebraismo conserva tuttavia una specificità irriducibile. Nostra aetate riconosce esplicitamente le radici ebraiche della fede cristiana: Gesù era ebreo, gli apostoli erano ebrei e l’intera prima comunità cristiana nacque all’interno del popolo d’Israele. Giovanni Paolo II avrebbe sintetizzato tale relazione con parole divenute celebri, affermando nella Sinagoga di Roma che la religione ebraica «non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo, è intrinseca alla nostra religione», definendo gli ebrei «i nostri fratelli prediletti» e, «in un certo modo», i «fratelli maggiori».
Il documento ribadisce inoltre che l’alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile. Ciò non significa affermare l’esistenza di due vie parallele di salvezza: per la fede cristiana Cristo rimane l’unico Redentore. Significa piuttosto riconoscere che il rapporto con l’ebraismo appartiene alla stessa comprensione che il cristianesimo ha della propria identità. Da questa consapevolezza discende anche l’impegno irrinunciabile contro ogni forma di antisemitismo.
Ma Nostra aetate ha aperto un orizzonte più vasto. Già Giovanni XXIII aveva incoraggiato una fratellanza fondata sulla stima e sul rispetto reciproci, mentre Paolo VI, nell’enciclica Ecclesiam suam, invitava la Chiesa a «venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere». Il dialogo non veniva così concepito come espediente diplomatico, ma come dimensione della missione ecclesiale.
Da questa prospettiva nacque nel 1964 il Segretariato per i Non Cristiani, oggi Dicastero per il Dialogo Interreligioso. Progressivamente il dialogo divenne una realtà istituzionale e pastorale, accompagnata dalla convinzione che le altre religioni non dovessero essere considerate semplicemente come avversarie, ma come interlocutrici con le quali ricercare la pace, la giustizia e il bene comune.
Una tappa fondamentale fu rappresentata da Giovanni Paolo II e dall’incontro di Assisi del 27 ottobre 1986, quando rappresentanti delle grandi religioni mondiali si riunirono per pregare per la pace. Da quell’esperienza nacque quella che sarebbe stata chiamata la «logica di Assisi»: le religioni, anziché divenire strumenti di contrapposizione, sono chiamate a testimoniare la possibilità della pace.
La stessa logica esige tuttavia chiarezza teologica. Il documento insiste sul fatto che dialogo ed evangelizzazione non possono essere contrapposti. A chi riduce la missione cristiana al solo annuncio viene ricordato che il dialogo «fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa»; a chi rischia invece di relativizzare la propria fede viene richiamata la confessione di Cristo come «via, verità e vita». Il principio è dunque massima identità e massimo dialogo, evitando sia il relativismo sia il sincretismo.
Benedetto XVI ha ulteriormente sottolineato il rapporto tra dialogo, ragione e verità, ricordando che la violenza religiosa costituisce una contraddizione: «La diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima». In particolare, il dialogo tra cristiani e musulmani, affermava, «non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro».
Con Papa Francesco il dialogo interreligioso è stato profondamente collegato alla fratellanza universale. Tre principi ne definiscono il metodo: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni». L’apertura all’altro, dunque, non richiede di cancellare le differenze, ma di viverle dentro una relazione fondata sulla verità e sulla carità.
Questa prospettiva trova un’espressione particolarmente forte nell’enciclica Fratelli tutti, secondo la quale occorre assumere «la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Il dialogo, tuttavia, «non è una formula magica»: richiede pazienza, coraggio, discernimento e capacità di confrontarsi anche con conflitti e divergenze profonde.
Su questa stessa linea si colloca Leone XIV, che ha indicato pace, giustizia e verità come parole fondamentali di ogni autentico dialogo. Celebrando i sessant’anni di Nostra aetate, il Pontefice ha ricordato che il documento conciliare «piantò un seme di speranza per il dialogo interreligioso» e ha invitato a considerare i credenti delle altre religioni «non come estranei, ma come compagni di viaggio sulla via della verità».
Un altro principio ribadito con forza riguarda l’uso della religione per giustificare la guerra e il terrorismo: «Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto». La fede autentica, pertanto, non sacralizza l’odio ma deve diventare forza di riconciliazione.
Sessant’anni di dialogo, si legge nel documento, hanno prodotto risultati concreti. La Chiesa intrattiene oggi relazioni che nel documento vengono elencate: con ebrei, musulmani, induisti, buddhisti, sikh, giainisti, taoisti, confuciani, seguaci dello shintoismo, dello zoroastrismo e delle religioni tradizionali. Sono nate amicizie tra responsabili religiosi, iniziative educative e sociali comuni, dichiarazioni condivise su guerre, emergenze umanitarie e crisi ambientali. Il dialogo si realizza nella vita quotidiana, nell’azione comune, nel confronto teologico e nell’esperienza spirituale.
Molti dei suoi frutti rimangono quasi invisibili: comunità multireligiose che convivono pacificamente, vicini appartenenti a fedi differenti che si aiutano, coppie interreligiose, gruppi giovanili e comunità locali che sviluppano nuove forme di collaborazione. È forse in questa quotidianità che la «cultura dell’incontro» trova la sua manifestazione più concreta.
Le difficoltà, però, non sono scomparse. Persistono diffidenze, fondamentalismi, strumentalizzazioni politiche della religione, antisemitismo, islamofobia e timori che il dialogo conduca al relativismo. In alcuni contesti i cristiani stessi non godono della libertà religiosa che viene riconosciuta ai musulmani nei Paesi occidentali. Per questo il dialogo deve essere necessariamente accompagnato dalla reciprocità e dalla tutela effettiva della libertà religiosa.
La prospettiva futura indicata dal documento è chiara: non si tratta di costruire «una grande religione mondiale» cancellando le differenze, ma di edificare una società fraterna capace di accoglierle. Le identità religiose rimangono distinte; ciò che deve cambiare è il modo in cui esse si rapportano.
Occorre quindi abbandonare le logiche «di difesa, di ostilità o di conquista» e assumere quella dell’incontro. L’altro, un tempo considerato minaccia o nemico, può diventare «un interlocutore, un alleato, un amico, persino un “pellegrino della verità”».
Il bilancio dei sessant’anni di Nostra aetate, viene riconosciuto nel documento, è dunque quello di un processo ancora incompiuto, ma ormai irreversibile. In un mondo contemporaneamente interconnesso e frammentato, attraversato da guerre, migrazioni, crisi sociali, ambientali e religiose, il dialogo non costituisce un lusso, ma una necessità.
L’appello conclusivo è perciò a diventare «costruttori di ponti, non di muri», artigiani di una fraternità capace di riconoscere le differenze senza trasformarle in conflitto. Sessant’anni fa Nostra aetate offrì una speranza al mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale. Oggi, afferma il documento, «siamo chiamati a rifondare quella speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente naturale degradato». Il cammino resta aperto: la sfida è continuare a percorrerlo insieme.
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L’articolo di Sabino Paciolla sui sessant’anni di Nostra aetate offre una lettura attenta e, a mio avviso, profondamente condivisibile di uno dei documenti più significativi del Concilio Vaticano II. La sua riflessione aiuta a comprendere come il dialogo interreligioso non sia una parentesi della vita della Chiesa, né una semplice strategia diplomatica, ma un cammino che tocca il cuore stesso della missione cristiana.
A sessant’anni dalla promulgazione della Nostra aetate, la Santa Sede ha voluto riprendere quel cammino con una nuova Nota, significativamente intitolata “Un cammino di speranza”, elaborata congiuntamente dal Dicastero per la Dottrina della Fede, dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso. Il testo è stato approvato da Papa Leone XIV e pubblicato il 16 settembre 2026. (Vaticano)
La scelta di affidare la preparazione del documento a tre Dicasteri è già significativa: il dialogo con le altre religioni non può essere separato né dalla verità della fede, né dalla costruzione dell’unità, né dalla concreta relazione con uomini e donne appartenenti ad altre tradizioni religiose. È un’esperienza che coinvolge tutta la Chiesa.
Ed è proprio qui che la riflessione di Paciolla acquista particolare valore. Egli mette in evidenza una questione fondamentale: aprire il dialogo non significa perdere la propria identità. Al contrario, soltanto chi conosce e vive seriamente la propria fede può incontrare l’altro senza paura e senza bisogno di trasformare il dialogo in relativismo.
La nuova Nota della Santa Sede conferma con chiarezza questa prospettiva. La Chiesa riconosce che nelle altre religioni vi sono elementi «veri e santi», ma nello stesso tempo non rinuncia alla confessione cristiana di Gesù Cristo. Il dialogo, quindi, non significa mettere tutte le religioni sullo stesso piano, né costruire una sorta di religione universale nella quale le differenze vengano cancellate. Significa piuttosto imparare a vivere le differenze senza trasformarle in ostilità. (Vaticano)
È un punto decisivo. Il vero dialogo non nasce dalla rinuncia alla verità, ma dalla capacità di testimoniarla senza imporla con la forza. La fede cristiana non ha bisogno di costruire muri per difendersi, ma neppure di dissolversi per essere accettata. Essa può rimanere pienamente se stessa e, proprio per questo, aprirsi all’altro. La Nota compie inoltre un passo importante collegando Nostra aetate alla libertà religiosa. Non può esserci un autentico dialogo se la libertà religiosa non viene garantita a tutti. E questa esigenza riguarda anche i cristiani che vivono come minoranza in diverse parti del mondo. La libertà che chiediamo per noi deve essere riconosciuta anche agli altri. (Vaticano)
Un altro aspetto particolarmente importante riguarda l’ebraismo. La Nostra aetate nacque anche come risposta alla tragedia dell’antisemitismo culminata nella Shoah e contribuì a imprimere una svolta storica nelle relazioni tra Chiesa cattolica ed ebraismo. La nuova Nota ricorda che questa relazione non è semplicemente una delle tante forme di dialogo interreligioso: essa tocca le radici stesse della fede cristiana. Gesù, gli apostoli e la prima comunità cristiana appartengono infatti al popolo d’Israele. (Vaticano) In questa prospettiva, combattere l’antisemitismo non è soltanto un impegno sociale o politico: è anche una conseguenza della stessa coscienza cristiana. Non si può comprendere pienamente il cristianesimo dimenticando le sue radici ebraiche. Ma la Nota non si limita a ricordare il passato. Guarda soprattutto al futuro. Ed è forse questa la sua caratteristica più bella: non presenta i sessant’anni di dialogo come un traguardo raggiunto, ma come un cammino ancora da percorrere.
Leone XIV ha ricordato che Nostra aetate «piantò un seme di speranza per il dialogo interreligioso» e ha invitato a guardare ai credenti delle altre religioni non come estranei, ma come «compagni di viaggio sulla via della verità». Questa immagine del compagno di viaggio è particolarmente significativa. Non significa che tutti percorriamo esattamente la stessa strada o che professiamo la stessa fede. Significa che possiamo incontrarci, conoscerci, rispettarci e collaborare nella ricerca del bene, della giustizia e della pace.
È questa, forse, la vera alternativa alle logiche della paura: non una religione senza identità, ma identità capaci di incontrarsi.
In un mondo ferito dalle guerre, dal terrorismo, dall’odio religioso, dall’antisemitismo e dalle persecuzioni, il dialogo interreligioso assume oggi un’urgenza ancora maggiore. La Nota lo afferma con forza: chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra tradisce il volto di Dio. La religione non può diventare una giustificazione dell’odio. Al contrario, proprio le religioni sono chiamate a mostrare che la fede può diventare una forza di riconciliazione.
Per questo è importante anche la dimensione concreta del dialogo. Non basta incontrarsi nei grandi appuntamenti internazionali. Il dialogo comincia nelle parrocchie, nelle scuole, nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle nostre città. Comincia quando un cristiano conosce il proprio vicino musulmano, quando una comunità impara a confrontarsi con una famiglia di altra fede, quando giovani appartenenti a tradizioni differenti imparano a collaborare.bSono questi piccoli gesti che costruiscono quella che Papa Francesco chiamava la cultura dell’incontro. In questo senso, condivido pienamente la prospettiva proposta da Sabino Paciolla: la lettura di Nostra aetate non deve diventare né una celebrazione nostalgica del Concilio né un pretesto per contrapporre identità e dialogo. Deve aiutarci a riscoprire che le due dimensioni possono e devono stare insieme.
Più siamo radicati nella nostra fede, più possiamo incontrare l’altro senza paura. Più siamo capaci di ascoltare l’altro, più possiamo comprendere la ricchezza della nostra stessa identità.
La nuova Nota offre quindi un contributo prezioso perché ribadisce che dialogo ed evangelizzazione non sono realtà contrapposte. La Chiesa dialoga non perché abbia smesso di credere, ma proprio perché crede che ogni persona abbia una dignità e perché desidera incontrare ogni uomo nella verità e nella carità.
Il futuro del dialogo interreligioso non sarà dunque la cancellazione delle differenze. Sarà, piuttosto, la capacità di trasformare le differenze da motivo di conflitto in occasione di conoscenza, collaborazione e reciproca responsabilità. Sessant’anni dopo Nostra aetate, la sfida rimane quella indicata dalla Nota: costruire ponti e non muri. Ma i ponti autentici non cancellano le rive: le collegano. È questa la speranza che oggi siamo chiamati a raccogliere. Una speranza che Paciolla ha saputo mettere in evidenza nella sua riflessione e che la nuova Nota della Santa Sede rilancia con forza: in un mondo nel quale uomini e popoli rischiano continuamente di diventare estranei gli uni agli altri, il dialogo non è debolezza, non è relativismo, non è rinuncia alla propria fede.
È una forma esigente di fraternità.
E forse proprio per questo, sessant’anni dopo, Nostra aetate non appartiene soltanto alla storia del Concilio. Appartiene ancora al futuro della Chiesa e dell’umanità.
Preciso che non si tratta di una mia riflessione sul nuovo documento vaticano ma una sintesi del documento stesso che ho fatto a beneficio dei lettori.