Papa Leone XIV nell'udienza ai partecipanti al Giubileo delle Chiese orientali 14 05 2025 fonte Vatican media
Papa Leone XIV nell’udienza ai partecipanti al Giubileo delle Chiese orientali 14 05 2025 fonte Vatican media

 

 

di Sabino Paciolla

 

Sessant’anni dopo la promulgazione di Nostra aetate, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane continua a rappresentare uno dei passaggi decisivi del rinnovamento conciliare. Il documento commemorativo pubblicato dalla Santa Sede ripercorre il cammino compiuto dal 1965 a oggi, mettendone in luce i frutti, le difficoltà ancora presenti e le prospettive future.

Il documento, intitolato “Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate“, è stato redatto congiuntamente dal Dicastero per la Dottrina della Fede, dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso. Leone XIV ha approvato il testo durante un’udienza concessa ai prefetti e ai segretari dei tre organi il 22 giugno e ne ha ordinto la pubblicazione.

Nostra aetate segnò infatti un profondo cambiamento nel modo in cui la Chiesa cattolica guardava ai credenti delle altre religioni. La sua affermazione fondamentale rimane quella secondo cui la Chiesa «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni», invitando i cristiani a considerare con rispetto i loro modi di vivere, precetti e dottrine. Tale apertura non comporta però la rinuncia all’identità cristiana: il problema che attraversa l’intero cammino del dialogo interreligioso è precisamente quello di coniugare fedeltà alla propria fede e autentica apertura all’altro.

La Dichiarazione nacque inizialmente come risposta alla tragedia dell’antisemitismo culminato nella Shoah. Dopo l’incontro di Giovanni XXIII con lo storico ebreo Jules Isaac, il cardinale Augustin Bea ricevette l’incarico di preparare un testo capace di rinnovare i rapporti tra Chiesa e popolo ebraico. Quel progetto si sviluppò successivamente fino a comprendere il rapporto con le altre religioni.

Il legame tra cristianesimo ed ebraismo conserva tuttavia una specificità irriducibile. Nostra aetate riconosce esplicitamente le radici ebraiche della fede cristiana: Gesù era ebreo, gli apostoli erano ebrei e l’intera prima comunità cristiana nacque all’interno del popolo d’Israele. Giovanni Paolo II avrebbe sintetizzato tale relazione con parole divenute celebri, affermando nella Sinagoga di Roma che la religione ebraica «non ci è estrinseca, ma in un certo qual modo, è intrinseca alla nostra religione», definendo gli ebrei «i nostri fratelli prediletti» e, «in un certo modo», i «fratelli maggiori».

Il documento ribadisce inoltre che l’alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile. Ciò non significa affermare l’esistenza di due vie parallele di salvezza: per la fede cristiana Cristo rimane l’unico Redentore. Significa piuttosto riconoscere che il rapporto con l’ebraismo appartiene alla stessa comprensione che il cristianesimo ha della propria identità. Da questa consapevolezza discende anche l’impegno irrinunciabile contro ogni forma di antisemitismo.

Ma Nostra aetate ha aperto un orizzonte più vasto. Già Giovanni XXIII aveva incoraggiato una fratellanza fondata sulla stima e sul rispetto reciproci, mentre Paolo VI, nell’enciclica Ecclesiam suam, invitava la Chiesa a «venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere». Il dialogo non veniva così concepito come espediente diplomatico, ma come dimensione della missione ecclesiale.

Da questa prospettiva nacque nel 1964 il Segretariato per i Non Cristiani, oggi Dicastero per il Dialogo Interreligioso. Progressivamente il dialogo divenne una realtà istituzionale e pastorale, accompagnata dalla convinzione che le altre religioni non dovessero essere considerate semplicemente come avversarie, ma come interlocutrici con le quali ricercare la pace, la giustizia e il bene comune.

Una tappa fondamentale fu rappresentata da Giovanni Paolo II e dall’incontro di Assisi del 27 ottobre 1986, quando rappresentanti delle grandi religioni mondiali si riunirono per pregare per la pace. Da quell’esperienza nacque quella che sarebbe stata chiamata la «logica di Assisi»: le religioni, anziché divenire strumenti di contrapposizione, sono chiamate a testimoniare la possibilità della pace.

La stessa logica esige tuttavia chiarezza teologica. Il documento insiste sul fatto che dialogo ed evangelizzazione non possono essere contrapposti. A chi riduce la missione cristiana al solo annuncio viene ricordato che il dialogo «fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa»; a chi rischia invece di relativizzare la propria fede viene richiamata la confessione di Cristo come «via, verità e vita». Il principio è dunque massima identità e massimo dialogo, evitando sia il relativismo sia il sincretismo.

Benedetto XVI ha ulteriormente sottolineato il rapporto tra dialogo, ragione e verità, ricordando che la violenza religiosa costituisce una contraddizione: «La diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima». In particolare, il dialogo tra cristiani e musulmani, affermava, «non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro».

Con Papa Francesco il dialogo interreligioso è stato profondamente collegato alla fratellanza universale. Tre principi ne definiscono il metodo: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni». L’apertura all’altro, dunque, non richiede di cancellare le differenze, ma di viverle dentro una relazione fondata sulla verità e sulla carità.

Questa prospettiva trova un’espressione particolarmente forte nell’enciclica Fratelli tutti, secondo la quale occorre assumere «la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Il dialogo, tuttavia, «non è una formula magica»: richiede pazienza, coraggio, discernimento e capacità di confrontarsi anche con conflitti e divergenze profonde.

Su questa stessa linea si colloca Leone XIV, che ha indicato pace, giustizia e verità come parole fondamentali di ogni autentico dialogo. Celebrando i sessant’anni di Nostra aetate, il Pontefice ha ricordato che il documento conciliare «piantò un seme di speranza per il dialogo interreligioso» e ha invitato a considerare i credenti delle altre religioni «non come estranei, ma come compagni di viaggio sulla via della verità».

Un altro principio ribadito con forza riguarda l’uso della religione per giustificare la guerra e il terrorismo: «Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto». La fede autentica, pertanto, non sacralizza l’odio ma deve diventare forza di riconciliazione.

Sessant’anni di dialogo, si legge nel documento, hanno prodotto risultati concreti. La Chiesa intrattiene oggi relazioni che nel documento vengono elencate: con ebrei, musulmani, induisti, buddhisti, sikh, giainisti, taoisti, confuciani, seguaci dello shintoismo, dello zoroastrismo e delle religioni tradizionali. Sono nate amicizie tra responsabili religiosi, iniziative educative e sociali comuni, dichiarazioni condivise su guerre, emergenze umanitarie e crisi ambientali. Il dialogo si realizza nella vita quotidiana, nell’azione comune, nel confronto teologico e nell’esperienza spirituale.

Molti dei suoi frutti rimangono quasi invisibili: comunità multireligiose che convivono pacificamente, vicini appartenenti a fedi differenti che si aiutano, coppie interreligiose, gruppi giovanili e comunità locali che sviluppano nuove forme di collaborazione. È forse in questa quotidianità che la «cultura dell’incontro» trova la sua manifestazione più concreta.

Le difficoltà, però, non sono scomparse. Persistono diffidenze, fondamentalismi, strumentalizzazioni politiche della religione, antisemitismo, islamofobia e timori che il dialogo conduca al relativismo. In alcuni contesti i cristiani stessi non godono della libertà religiosa che viene riconosciuta ai musulmani nei Paesi occidentali. Per questo il dialogo deve essere necessariamente accompagnato dalla reciprocità e dalla tutela effettiva della libertà religiosa.

La prospettiva futura indicata dal documento è chiara: non si tratta di costruire «una grande religione mondiale» cancellando le differenze, ma di edificare una società fraterna capace di accoglierle. Le identità religiose rimangono distinte; ciò che deve cambiare è il modo in cui esse si rapportano.

Occorre quindi abbandonare le logiche «di difesa, di ostilità o di conquista» e assumere quella dell’incontro. L’altro, un tempo considerato minaccia o nemico, può diventare «un interlocutore, un alleato, un amico, persino un “pellegrino della verità”».

Il bilancio dei sessant’anni di Nostra aetate, viene riconosciuto nel documento, è dunque quello di un processo ancora incompiuto, ma ormai irreversibile. In un mondo contemporaneamente interconnesso e frammentato, attraversato da guerre, migrazioni, crisi sociali, ambientali e religiose, il dialogo non costituisce un lusso, ma una necessità.

L’appello conclusivo è perciò a diventare «costruttori di ponti, non di muri», artigiani di una fraternità capace di riconoscere le differenze senza trasformarle in conflitto. Sessant’anni fa Nostra aetate offrì una speranza al mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale. Oggi, afferma il documento, «siamo chiamati a rifondare quella speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente naturale degradato». Il cammino resta aperto: la sfida è continuare a percorrerlo insieme.

 

 

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