persona perduta nel bosco

 

 

di Silvio Brachetta

 

Incombe la «stupidità», come scrisse Dietrich Bonhoeffer dal carcere, prima di essere impiccato. Contro il male – diceva – è possibile protestare, ma non contro la stupidità: «contro la stupidità non abbiamo difese» perché, privato dell’intelletto e della volontà, «lo stupido è capace di commettere qualsiasi male e di non riconoscerlo come tale».

Bonhoeffer non si riferiva alla volontà del dittatore, ferma e forte, ma a quella dei poveri sudditi impauriti. Il tiranno, infatti, non uccide, non impicca nessuno, ma si serve di manodopera spaventata e servile. Il servo è tanto più vile e sottomesso, quanto maggiore è la cecità razionale alla quale è stato ridotto.

Dittature, tirannie, totalitarismi: sono sistemi fondati sulla volontà potente del capo e sull’indecisione fiacca di una miriade di servi impotenti. È necessario, affinché una tirannia si regga, che il male organizzato non abbia una spiegazione razionale, ma sia imposto per decreto e realizzato da un manipolo di capetti e cortigiani, indottrinati alla bisogna sul da farsi.

 

La stupidità imposta è un fenomeno peculiare del XX secolo e del nostro presente. Nei secoli precedenti vi era quasi sempre un’ortodossia condivisa e spontanea del vivere. Il male, per imporsi, seguiva la via della ragione – e vi era una guerra tra le nazioni o tra le religioni scatenata tra diverse opinioni o tra verità e menzogna. Una tesi era sempre riconoscibile, come anche l’antitesi. Il male negava le ragioni del bene. Il male s’imponeva (al pari del bene) per mezzo della volontà e, tuttavia, vi era una qualche ragione a monte, un motivo di contrasto.

Al contrario, il totalitarismo novecentesco e quello attuale si fonda su di un indeterminato “io voglio”, che non ha bisogno di spiegazioni e verso il quale le masse servili debbono l’ossequio della disciplina obbligatoria, muta e convinta. Lo stupido odierno – nel senso di Bonhoeffer – diserta ogni legge divina, ma segue a bacchetta le «regole» che gli piovono in testa. Non solo, ma le impone ai sottoposti, senza spiegare. Non può spiegare, perché la regola è stata imposta anche a lui, senza spiegazioni o, tutt’al più, con farfugliamenti, attraverso gli slogan scanditi secondo un ritmo preordinato.

 

Ma che bisogna fare? Forse quello che dice Cartesio a chi si perde nella foresta. E cioè non deviare mai e proseguire diritti, per non rischiare di non trovare più l’uscita. Nel suo Discorso sul metodo se ne viene fuori con questa perla:

 

«Intendevo imitare […] i viaggiatori che, trovandosi smarriti in una foresta, non devono vagare, aggirandosi ora da una parte ora dall’altra, né tanto meno fermarsi in un posto, ma camminare sempre diritto, per quanto è possibile in una direzione, e non cambiarla senza un buon motivo, neanche se l’avessero scelta, all’inizio, solo per caso: in questo modo, infatti, se non vanno proprio dove desiderano, arriveranno alla fine almeno in qualche luogo dove è probabile che si trovino meglio che nel bel mezzo di una foresta».

 

Per contrastare la stupidità non serve a nulla dibattere con il cieco: egli non può argomentare proprio perché non vede nulla. A cieca volontà bisogna opporre volontà ferma e argomentata – ma argomentata solo verso chi ragiona e dibatte, non verso il servo del tiranno. Dibattere non significa ostacolare il ragionamento con obiezioni ripetute e stupide. Chi si vede opporre solo atti di volontà al ragionare, può e deve – con risoluzione legittima – abbandonare lo scontro e tirare dritto attraverso la foresta della vita.

Disputare con la stupidità è come deviare a destra e sinistra nel bosco, con il risultato di perdersi. È essenziale, quindi, scrollare la presa e liberarsi dalla tirannia con un atto deciso della volontà, incuranti delle conseguenze. Scrive Bonhoeffer: «La stupidità può essere superata soltanto con un atto di liberazione e non con un atto d’indottrinamento».

 

 

 

 

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