Molti stanno esagerando la variante Omicron. Certamente è più contagiosa della variante Delta, ma è, a quanto pare, molto meno letale. Per cui non si capisce la notevole spinta a vaccinarsi anche dopo pochi mesi dall’ultima. Riporto di seguito un post di Guido Silvestri, professore ordinario e capo dipartimento di Patologia all’Università Emory di Atlanta, direttore della Divisione di Microbiologia e Immunologia allo Yerkes National Primate Research Center, e membro dell’Emory Vaccine Center. A seguire un articolo apparso sulla importante testata Bloonberg. 

 

Coronavirus
Coronavirus (foto: AP)
 
 
Mentre i media mainstream straparlano di “Tsunami Omicron” e quelli “alternativi” delirano di vaccini tossici e di dittatura degli scienziati, ci sono tre fatti importanti che stanno emergendo sulla nuovo variante che meriterebbero una seria discussione. 
 
Nel mio piccolo io continuo a provarci, nonostante i mille impegni e la stanchezza, perché credo ancora nella speranza di poter dare un contributo, magari anche molto modesto, perché il mio paese lontano esca da questa ondata di isteria collettiva che sembra averlo preso in queste ultime settimane.
 
Questi fatti sono:
 
1. La letalità calcolata di COVID-Omicron (in gergo tecnico: Infection Fatality Rate, cioè il rapporto tra numero dei decessi e numero dei casi osservati) sembra molto più bassa di quella delle varianti precedenti. Il dato dal Sudafrica su quasi 400.000 casi parla di 0.26% di letalità, paragonata al 2.5%-4.0% delle ondate precedenti. Questo nonostante la popolazione sia pienamente vaccinata solo al 26.3% (42% degli adulti). In accordo con questa osservazione, la pressione sulle terapie intensive del Sudafrica – un paese da 60 milioni di abitanti – rimane bassa, con un totale di 546 letti occupati (molto meno che in Italia).
 
2. E’ di oggi la notizia dello studio del National Institute for Communicable Diseases del governo sudafricano diretto da Nicole Walter e Cheryl Cohen, secondo cui il rischio di ospedalizzazione nei pazienti che hanno contratto Omicron è il 20% di quello osservato nei pazienti che avevano contratto Delta (per essere chiari, se il rischio di finire in ospedale per Delta fosse stato del 5%, per Omicron sarebbe del 1%). Nonostante lo studio utilizzi controlli storici (Delta è sparita dal Sudafrica adesso) l’analisi è stata fatta dopo aver corretto per età, sesso ed anamnesi positiva per aver contratto l’infezione in precedenza.
 
[in questo senso lo studio Imperial che alcuni citano non è rilevante per ovvii motivi statistici, in quanto chiaramente underpowered per provare la “null hypothesis” — ed oggi lo stesso Imperial, con più dati, vede una riduzione del rischio del 45%, e lo studio scozzese indica una riduzione del 67%] 
 
3. E’ dei giorni scorsi lo studio molto interessante della LKS Faculty of Medicine alla Università di Hong Kong, diretto da  Michael Chan Chi-wai e John Nicholls, secondo cui la variante Omicron è più efficace nell’infettare le cellule delle alte vie respiratorie e dei bronchi ma meno efficiente nell’infettare quelle del tessuto polmonare profondo. Questo studio potrebbe rappresentare la base meccanistica della minore severità clinica osservata in Sudafrica, in quanto la polmonite interstiziale con danno alveolare diffuso e conseguenti complicanze sistemiche è l’elemento centrale nella patogenesi del COVID severo.
 
Per una volta chiederei a chi segue questa pagina di diffondere questo post il più possible, cercando di suscitare nei media e soprattutto nei politici (ed in chi li consiglia) una discussione seria, pacata, pragmatica e basata sui fatti, e su come questi dati possano essere usati per rimodulare il nostro approccio legislativo e comunicativo alla pandemia.

 

Articolo di Janice Kew pubblicato su Bloomberg, nella mia traduzione

 

I sudafricani che contraggono il Covid-19 nell’attuale quarta ondata di infezioni hanno l’80% di probabilità in meno di essere ricoverati se prendono la variante omicron, rispetto ad altri ceppi, secondo uno studio pubblicato dall’Istituto nazionale per le malattie trasmissibili.

Una volta ammessi in ospedale, il rischio di malattia grave non differisce da altre varianti, gli autori guidati dagli scienziati Nicole Walter e Cheryl Cohen hanno detto.

Rispetto alle infezioni delta in Sud Africa tra aprile e novembre, le infezioni omicron sono associate a un rischio inferiore del 70% di malattia grave, hanno detto. I dati omicron sono stati raccolti per i due mesi fino a novembre.

Da quando è stata identificata dagli scienziati sudafricani il 25 novembre, la variante omicron ha alimentato un numero record di casi in tutto il paese. L’economia più sviluppata dell’Africa ha completamente inoculato circa il 44% della sua popolazione adulta in un periodo di sette mesi.

Nei dati che vengono presentati a una pubblicazione medica preprint – MedRxiv – gli autori hanno aggiustato per vari fattori di confusione che potrebbero influenzare i risultati, tra cui età, sesso e se i casi erano note reinfezioni. Per la gravità della malattia dopo l’ammissione, hanno anche corretto per la presenza di altre malattie e l’immunizzazione precedente.

Lo studio ha anche mostrato che quelli con omicron possono avere carichi virali più elevati.

Lo studio è “importante”, anche se il suo uso dei cosiddetti controlli storici quando si confronta con le infezioni delta tra aprile e novembre significa che il suo risultato può essere distorto da questioni di tempo, ha detto Paul Hunter, un professore di medicina presso l’Università di East Anglia del Regno Unito.

“Quindi, anche se i casi di omicron avevano meno probabilità di finire in ospedale rispetto ai casi di delta, non è possibile dire se questo è dovuto a differenze intrinseche nella virulenza o se questo è dovuto alla maggiore immunità della popolazione in novembre rispetto ai primi mesi dell’anno”, ha detto Hunter.

Gli autori hanno segnalato le stesse limitazioni.

 

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