“Eppure c’è quella frase fastidiosa, che sembra del tutto inutile nel contesto dell’intera dichiarazione, e che molti lettori prenderanno senza dubbio come conferma della convinzione che i musulmani possono seguire il cammino islamico verso Dio. È difficile conciliare questa frase con l’audace proclamazione di San Paolo Miki che ‘non c’è alcuna strada per salvarsi all’infuori di quella cristiana'”.

Di seguito un articolo dello scrittore e giornalista Phil Lawler, nella mia traduzione.

San Paolo Miki ed i suoi confratelli martirizzati (festa 6 febbraio)

San Paolo Miki ed i suoi confratelli martirizzati (festa 6 febbraio)

 

di Phil Lawler

 

Ieri (il 6 febbraio, ndr) abbiamo celebrato la festa di San Paolo Miki, che, negli ultimi istanti prima di morire per la fede, disse al pubblico durante la sua esecuzione:

Il pluralismo e le diversità di religione, (…) sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani.

Oh, aspettate, è un mio errore. Non è quello che ha detto San Paolo Miki. È quello che ha detto Papa Francesco, in una dichiarazione congiunta con lo sceicco Ahmad al-Tayyib di Al Azhar, rilasciata durante la visita del Santo Padre ad Abu Dhabi. Quello che San Paolo Miki ha detto in realtà è molto diverso:

E così vi dico chiaramente: non c’è alcuna strada per salvarsi all’infuori di quella cristiana. La mia religione mi insegna a perdonare i miei nemici e tutti coloro che mi hanno offeso. Volentieri perdono l’imperatore e tutti coloro che hanno cercato la mia morte. Li imploro  di cercare il battesimo e di essere essi stessi cristiani.

Nel richiamare l’attenzione sul netto contrasto tra queste due affermazioni non intendo accusare Papa Francesco, più di quanto intenda criticare San Paolo Miki. Eppure il contrasto è notevole, e invita a qualche spiegazione.

Le due dichiarazioni sono state rilasciate in circostanze molto diverse, ovviamente. Il martire giapponese è stato un instancabile missionario ed evangelista, ansioso di attirare i convertiti, cogliendo la sua ultima opportunità in questa vita. Il Pontefice del XXI secolo è un campione del dialogo interreligioso, nella speranza di aprire uno spazio per l’attività cristiana nel mondo islamico. San Paolo Miki e i suoi compagni martiri hanno ispirato migliaia di altri giapponesi a rischiare la propria vita per la fede. Solo il tempo dirà se l’approccio scelto da Papa Francesco avrà lo stesso successo.

Il viaggio papale è stato già un successo su un piano. Non è di poco conto che, per la prima volta, un romano pontefice abbia potuto celebrare la Messa nella penisola arabica, per una congregazione di cattolici riuniti apertamente per il Sacrificio [della messa]. Ma la stragrande maggioranza delle persone in quella congregazione erano lavoratori ospiti, non nativi degli Emirati Arabi Uniti, e per i nativi, nati nell’Islam, la conversione al cristianesimo è ancora proibita. Le restrizioni alla pratica del cristianesimo sono relativamente miti ad Abu Dhabi, ma a poche centinaia di miglia a nord o a ovest, in Iran o in Arabia Saudita, i cattolici potrebbero essere incarcerati per aver assistito alla messa e i convertiti dall’islam sarebbero sommariamente giustiziati. Durante il colloquio con i giornalisti sul volo di ritorno a Roma, un corrispondente italiano ha chiesto al Papa perché non avesse parlato della persecuzione dei cristiani durante questa visita in un Paese islamico. Papa Francesco ha risposto di aver parlato di persecuzione, aggiungendo che le sue dichiarazioni su questo argomento non hanno fatto notizia, né hanno fatto impressione sulla memoria del giornalista italiano.

Nel complesso, la dichiarazione congiunta sulla Fraternità umana che il Papa e l’imam egiziano hanno firmato è un documento straordinariamente forte. Purtroppo quella frase stridente – che sembra suggerire che Dio vuole l’ascesa delle false religioni – ha distolto l’attenzione dalla potente difesa della vita umana, la condanna dell’estremismo religioso, la critica del materialismo, il suo appello alla difesa della famiglia. È un documento che vale la pena leggere, e il fatto che il principale portavoce mondiale dell’Islam sunnita abbia firmato questa dichiarazione rappresenta un risultato degno di nota per la diplomazia vaticana.

Eppure c’è quella frase fastidiosa, che sembra del tutto inutile nel contesto dell’intera dichiarazione, e che molti lettori prenderanno senza dubbio come conferma della convinzione che i musulmani possono seguire il cammino islamico verso Dio. È difficile conciliare questa frase con l’audace proclamazione di San Paolo Miki che “non c’è alcuna strada per salvarsi all’infuori di quella cristiana”.

Dovremmo quindi essere imbarazzati dalle parole del martire gesuita per la sua insistenza che l’imperatore giapponese dovesse accettare la fede cristiana? E se il suo approccio all’evangelizzazione è incompatibile con la nostra attuale preferenza per il dialogo, perché onoriamo ancora la sua memoria?

San Paolo Miki é stato tutt’altro che unico, naturalmente. In Smoke of Satan scrivo dei martiri nordamericani: i gesuiti francesi che offrirono la loro vita perché convinti che Dio non voleva le pratiche pagane che avevano incontrato, che i nativi americani avevano dovuto accettare il Battesimo per la loro salvezza. Quel capitolo del mio libro si intitola: “Con le scuse ai martiri”, perché se onoriamo quegli uomini per il loro sacrificio, non abbiamo il diritto di assumere un atteggiamento di mancanza di attenzione verso l’evangelizzazione, né il diritto di accettare l’idea che tutte le religioni sono ugualmente parte del piano di Dio.

Tutte le strade portano a Roma, secondo il vecchio detto. Non tutte le strade portano al cielo.

 

Fonte: Catholic Culture

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