Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

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Puntata n. 4 – La coscienza della creaturalità (IV)

Samuele

La vocazione di Samuele contiene un elemento particolarmente importante che ci aiuta a cogliere in che modo si può identificare la propria vocazione, ed è l’elemento dell’autorità

Non è semplice, nella maggioranza dei casi, e non è mai saggio, fidarsi solo di se stessi nella lettura delle circostanze della vita, che permettono di rintracciare i segni caratteristici di una vocazione. La strada normale passa sempre attraverso l’aiuto di una “persona autorevole”, di un “maestro”, di qualcuno che vive già nello stato di vita che noi siamo orientati ad abbracciare e che, per “esperienza”, oltre che per una “Grazia di stato”, ci può aiutare a riconoscere il manifestarsi di Dio, anche là dove noi, per inesperienza o disattenzione, saremmo portati a non considerarlo. E là dove insorgono dubbi e incertezze sarà il tempo, sarà il ripetersi del segno, il suo permanere e potenziarsi a dare la conferma della chiamata da parte di Dio

«Il giovane Samuele continuava a servire il Signore, sotto la guida di Eli [l’autorità]. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti [ci sono momenti di aridità anche nella vita spirituale di una persona]. In questo tempo Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: “Samuele!” e quegli rispose: “Eccomi!”, poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!” e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quegli rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. In realtà Samuele fino allora non aveva conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta. Samuele andò a coricarsi al suo posto. Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”» (1Sam 3,1-10)

 

Davide

L’istituirsi della familiarità di Dio con l’uomo non dipende dai meriti dell’uomo, né dalle sue qualità naturali, né dal carattere. Anzi, Dio spesso sceglie chi umanamente è considerato meno adatto, perché sia più chiaro l’intervento della Sua presenza e non prevalga una spiegazione naturalistica degli avvenimenti La narrazione della vocazione di Davide è emblematica in questo senso.

«Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: “È di buon augurio la tua venuta?”. Rispose: “È di buon augurio. Sono venuto per sacrificare al Signore. Provvedete a purificarvi, poi venite con me al sacrificio”. Fece purificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio.

Quando furono entrati, egli osservò Eliab e chiese: “È forse davanti al Signore il Suo consacrato?”. Il Signore rispose a Samuele: “Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”. Iesse fece venire allora Abinadab e lo presentò a Samuele, ma questi disse: “Nemmeno su costui cade la scelta del Signore”. Iesse fece passare Samma e quegli disse: “Nemmeno su costui cade la scelta del Signore”. Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: “Il Signore non ha scelto nessuno di questi”. Samuele chiese a Iesse: “Sono qui tutti i giovani?”. Rispose Iesse: “Rimane ancore il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge”. Samuele ordinò a Iesse: “Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui”. Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: “Alzati e ungilo: è lui!” Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi. Samuele poi si alzò e tornò a Rama» (1Sam 16,4-13)

Dunque non tocca a noi preoccuparci troppo di essere inadeguati e indegni, o poco bravi: questa preoccupazione riguarda solo Dio che sa perché sceglie noi e non altri. Il nostro compito è dirgli di sì.

 

Isaia e Geremia 

Nelle vocazioni di Isaia e di Geremia vediamo in gioco due personalità completamente diverse: Isaia che “si offre” e Geremia che “tende a tirarsi indietro”; neppure dal carattere dipende la scelta di Dio di essere familiare con l’uomo. L’appartenenza a Lui è un “dato di natura” e basta. E la vocazione non è arrestata dalla diversità del carattere: Dio ha un compito per tutti.

«Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a Lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’un l’altro: “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria”. Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato”. Poi udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!”» (Is 6,1-8)

Se Isaia si fa avanti coraggiosamente, Geremia fa di tutto per rinunciare e solo perché Dio gli promette di essere con lui, osa accettare:

«Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”»

Questo dichiarare, da parte di Dio, di conoscere l’uomo dall’eternità vuole proprio dargli la coscienza della propria “creaturalità”. Noi, a differenza di Dio per il quale ogni azione è l’“atto unico” del Suo esistere (Cfr. Summa Theol, I, q 3) abbiamo bisogno di articolare la conoscenza in “atti successivi” e in termini distinti (la nostra conoscenza è “discorsiva”). Così dobbiamo pensare che in questo conoscere stiano insieme:

  1. la “scienza” di Dio nei nostri confronti: Lui sa e questo ci induce a fidarci, ad affidarci anche quando noi non sappiamo ancora e non vediamo chiaro; questo si manifesta soprattutto nel nostro atteggiamento di abbandono nella preghiera, quando dobbiamo affrontare qualcosa che non sappiamo bene dove ci porterà;
  2. l’“amore” di Dio per noi: dal punto di vista soggettivo questo “conoscere” – e sappiamo che nella Scrittura la parola “conoscere” indica anche l’atto fisico dell’amore – si traduce nella consapevolezza dell’essere “voluti e amati” da Dio. Quanta gente, oggi, non si sente né voluta, né amata! Restituire ad una persona questa esperienza consapevole dell’essere voluto e amato da Dio, attraverso delle persone che a Lui sono dedicate, è una parte fondamentale della missione della Chiesa. Essa porta come frutto anche il ritrovamento dell’equilibrio psicologico e affettivo – che è fondato su un equilibrio spirituale – che il nostro mondo ha devastato in moltissime persone, togliendo loro la “coscienza della creaturalità”

«Risposi: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane”. Ma il Signore mi disse: “Non dire: ‘Sono giovane’, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti Oracolo del Signore”. Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: “Ecco io ti metto le mie parole sulla bocca. Ecco, oggi ti costituisco sopra tutti i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare”» (Ger 1,4-10).

 

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