L’amico don Massimo Lapponi, monaco benedettino, in missione nello Sri Lanka, mi ha segnalato un interessante articolo pubblicato sul loro sito che volentieri rilancio.

Foto: monaco che cantano il canto gregoriano

Foto: monaco che cantano il canto gregoriano

 

di Aurelio Porfiri

 

Nella regola benedettina esiste un passaggio che è importante per il canto liturgico: “Sic stemus ad psallendum, ut mens nostra concordet voci nostrae”. La frase in questione significa “e partecipiamo alla salmodia in modo tale che l’intima disposizione dell’animo si armonizzi con la nostra voce”, In effetti quel “mens” è importante, vuol denotare l’adesione del nostro essere a ciò che viene cantato nei salmi. Cosa significa tutto questo? Se si seguisse San Benedetto dovremmo capovolgere tanto soggettivismo delle moderne teorie di certi liturgisti. Quello che ci chiede è l’adesione del nostro essere ad una verità che è esterna al nostro essere ma in certo qual modo, agostinianamente, lo abita in modo profondissimo. Ci si chiede la docilità di fronte alla Parola di Dio e il farsi parlare da essa, piuttosto che cercare di sovrasignificarla con i nostri pensieri.

Penso sia importante questo richiamo all’oggettività della verità, quando noi viviamo un tempo in cui si pensa che tutto debba essere “nuova creazione”, si pensa che nella liturgia non si celebra validamente se non si introducono parti al di fuori del rito, se non si è spontanei, se non si abbassa il livello. No, siamo chiamati prima ad ascoltare e dopo aver ascoltato per lungo tempo, forse possiamo parlare. Questo perché, come insegna la prima parte della frase citata in precedenza, “Ergo consideremus qualiter oporteat in conspectu divinitatis et angelorum eius esse” (Consideriamo dunque come bisogna comportarsi alla presenza di Dio e dei suoi Angeli). Non stiamo cantando o celebrando noi stessi, ma siamo alla presenza di Dio e dei suoi Angeli ed è nostro dovere ascoltare. La scolastica ci insegna che la verità è “adaequatio rei et intellectus”, adeguamento dell’intelletto alla realtà. Non celebriamo con voce arrogante, “sed in lacrimis” come ben ci dice il trattato del 1858 Monasteriologiae edito da Maurus Czinár, che poi aggiunge: “Servite Domino in timore”, richiamando la lezione salmodica. Della frase di Benedetto viene commentato che “ciò dicono tutti i Santi, de’ quali non fa bisogno recare altre sentenze, essendo la cosa abbastanza da sè chiara” (Dissertazione sopra il grave disordine od abuso della moderna musica vocale ed instrumentale che si è introdotta e si usa a’ nostri dì nelle chiese e nei divini uffizii, 1821).

Ma il capovolgimento di questo principio ben lo vediamo all’opera oggi, quando ciò che cantiamo non si fa provenire dalle esigenze della liturgia, ma dalle “nostre” esigenze, dalla smania di sentirci i protagonisti. Mi si potrebbe dire che io voglio il gregoriano e la polifonia perché piacciono a me e quindi non sono diverso da coloro che vogliono la pop musica cristiana perchè piace a loro. In realtà sono molto diverso, in quanto non tutto ciò che mi piace lo ritengo adeguato alla liturgia e il canto gregoriano e la polifonia sono stati ritenuti adatti alla liturgia non soltanto da me, ma dal magistero della Chiesa.

Oggi siamo schiavi della nostra soggettività, quel testo benedettino per alcuni dovrebbe essere scritto come “affinchè quello che cantiamo si adegui a quello che pensiamo”. Il ritorno del soggetto preconizzato da Michel Foucalt non è stata una riconsiderazione del ruolo del soggettivo sullo sfondo dell’oggettivo, ma una schiavitù, ancora più crudele perchè auto inflitta. Siamo soli con noi stessi mentre il cielo sembra sempre più vuoto.

 

 

Fonte: Ctbene

 

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