Foto: Di Maio e Salvini

Foto: Di Maio e Salvini

Le elezioni italiane, ed il vano tentativo, almeno per ora, di formare un governo hanno scombussolato in pochi giorni i mercati finanziari globali. Le ragioni sono legate semplicemente al fatto che l’economia italiana è la terza in Europa, ed il suo debito è il terzo al mondo (il secondo in termini di importanza). Il nostro debito indica una dipendenza da terzi perché qualcuno ci ha prestato dei soldi. Più il debito è grande, più la dipendenza è significativa. Quindi, qualsiasi manovra forzosa riguardare il debito italiano, che esulasse dall’ordinario funzionamento del mercato (es. variazione della sua composizione, quantità di rimborso, scadenze, ecc.), si ripercuoterebbe immediatamente sulla tenuta dei mercati finanziari globali.

Questa è la realtà. Piaccia o meno, questo è il dato ineludibile da cui partire.

Per questo scagliarsi contro questo o quello non ha alcun senso. Gridare a complotti dei mercati è privo di senso. Ci sono signori che sui mercati possono concertare le loro azioni, ma solo per massimizzare i loro guadagni, non certo per subire delle perdite solo perché qualcuno non è politicamente simpatico. I mercati possono difettare di trasparenza ed essere opachi. Ma al di là di tutto, il fine dei “mercati” è quello di dare un prezzo ai beni e servizi. Si compra e si vende, si dà e si prende a prestito. Il prezzo o il rendimento dipendono dalla percezione del valore e del rischio connesso. Se solo si dà ad intendere che si avrà difficoltà a restituire quanto si è preso in prestito, chi presta il denaro chiederà un rendimento maggiore. Se si minaccia di non restituire, il “rubinetto” sarà chiuso immediatamente. Questa è la rude realtà. Per tale ragione, chi appronta un programma di governo deve far percepire a chi guarda con attenzione che farà di tutto per restituire quanto ricevuto. Anzi, deve far percepire che le sue manovre miglioreranno la “salute” economica e finanziaria dello Stato e, dunque, che il rischio che il prenditore sia assume sarà in calo.

Una tale attenzione deve essere massima nel momento in cui si ha contezza che negli ultimi mesi del 2017 ed i primi del 2018 il maggior, se non l’unico, compratore dei titoli di Stato italiani è stata la BCE (fonte Citi). Questa situazione, qualcosa deve pur significare.

A mio modesto parere, il vero punto dirimente non è il nome del ministro dell’economia. Savona o non Savona, quello che conta è il programma, o se vogliamo usare un altro termine, il “contratto”. Per questa ragione, il presidente Mattarella ha molto probabilmente operato ai limiti dei poteri costituzionalmente attribuitigli, in una situazione di forte stress che gli ha fatto commettere errori. Questi hanno generato una crisi costituzionale.

Per questo mi permetto di fare una critica agli amici della Lega. Che senso ha fare un programma, un “contratto”, con pochi numeri, sapendo che i mercati lavorano sui numeri per una allocazione delle risorse a livello mondiale? Che senso ha immaginare delle manovre i cui numeri (non specificati) portano su un pendio scivolosissimo? Che senso ha parlare di mini-bot quando chi ha determinate leve, istituzionali o meno, capisce subito che si sta proponendo una moneta parallela, che si stanno predisponendo le condizioni per una uscita dall’euro? Spiace dirlo, ma dal contratto non è apparsa evidente quella credibilità necessaria al processo di consolidamento dei conti pubblici. Condizione importante per poter governare.

Il “governo del cambiamento”, come dice Di Maio, non può essere un libro dei desideri, sganciato dalla realtà. Deve necessariamente ed obbligatoriamente rispettare e soggiacere alla logica economica. Una logica che non ci è imposta dall’Europa ma dalla realtà. Ogni azione deve avere una sua compatibilità di bilancio ed una sostenibilità. Non può essere che le mancate entrate o le maggior spese siano certe, mentre le coperture siano aleatorie. Dovremmo ricordare a tutti, soprattutto a Di Maio, ma solo perché è napoletano, quello che Totò diceva: “È la somma che fa il totale!”.

Una indagine del 2017 mostra che gli italiani sono quelli tra tutti gli europei che hanno meno fiducia nell’Euro, anche se il livello di favorevoli si mantiene al di sopra della metà, al 59%. Gli euroscettici italiani sono ben al di sopra della media europea. Essi pensano che i loro interessi siano stati tenuti in scarsa considerazione. Un solo esempio: la mala gestione dei migranti. Gli insoddisfatti avranno le loro ragioni. E di queste, ce ne sono. L’Europa, per come è stata concepita, è piena di falle, la prima e più fondamentale delle quali è quella di aver fatto una unione monetaria senza una fiscale. Ed è proprio questa falla che crea disequilibri tra le nazioni, fonte di malessere ed euroscetticismo.

Ma in Europa oramai ci siamo. Allora, o si rimane (contrattando e discutendo), o si esce. Nel secondo caso lo si dice chiaramente.

Il M5S e la lega sono state le forze che meglio hanno interpretato questo malcontento. Si possono, e si devono, dunque esprimere delle legittime critiche all’Europa, si possono chiedere revisioni, ma partendo da una posizione forza fatta di manovre compatibili con i vincoli di bilancio. Non si possono sbattere i pugni sul tavolo europeo partendo da programmi che, di fatto, potrebbero mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Europa. Non ha senso.

Governare significa assumersi la responsabilità di governo di una intera nazione, di tutti gli italiani. Per questo si deve essere molto attenti a non fare scelte che possano provocare cambiamenti irreversibili, come appunto l’uscita dall’Euro, con esiti dolorosissimi per TUTTI gli italiani, anche e soprattutto per quelli dai quali non si è ricevuto il voto. Una tale scelta deve essere oggetto di decisione condivisa e preventiva da parte di tutta la popolazione.

Tutti dicono che le prossime votazioni diventeranno un referendum pro o contro l’euro. Questo è chiaro a tutti. Questa, però, è una cosa delicatissima perché, come si è visto, tutto può accadere in pochi giorni. Tutto può precipitare in pochissimo tempo. Credo che agli italiani non sia stato ben spiegato quali potrebbero essere tutte le conseguenze del caso. Agli italiani probabilmente è stata mostrata solo una faccia della medaglia, quella della presunta libertà di manovra, libera da vincoli, ma non sono state illustrate, adeguatamente, le relative conseguenze, che sono pesantissime. Perciò dico agli amici della Lega che dovrebbero fare di tutto, sfatando le previsioni, affinché le prossime elezioni non siano impostate come un referendum pro o contro l’euro. In caso contrario, già durante il periodo elettorale la situazione potrebbe diventare finanziariamente incandescente, per esplodere il momento in cui fossero eletti i vincitori euroscettici.

In conclusione, calma e gesso, perché la situazione è delicatissima. Occorre ripartire da un programma credibile. Ciò non significa subordinazione a qualcuno, ma rispetto della logica economica. È necessaria grande responsabilità, ne va del futuro nostro e dei nostri figli.

di Sabino Paciolla

 

 

 

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