Nel dibattito sui temi che di questi tempi riempiono i giornali “cattolici” molto spesso si assiste ad un fenomeno ricorrente. La compagnia cristiana viene vista come luogo di mediazione e di equilibrio tra le varie posizioni, dove il successo è riservato alla strategia di maggior gradimento. Questo però riduce la comunità cristiana a fenomeno politico e così si giustifica anche il macchiavellico assunto: “il fine giustifica i mezzi”. Oppure accade che nelle comunità si privilegi lo stare insieme piuttosto che stare di fronte alle sfide del mondo. Così la compagnia cristiana sembra piuttosto un recinto protetto in cui “la notte in cui tutte le vacche sono nere” per citare Hegel o “la religione come oppio dei popoli” di marxiana memoria trovano preoccupante conferma. Nel libro “Generare tracce nella storia del mondo”, edito nel novembre 1998, don Giussani invita a “non conformarsi alla mentalità di questo mondo” dicendo qualcosa di incredibilmente profetico. Rileggerlo oggi può servire a non accomodarsi in un “garantismo” forse un po’ ipocrita.

  Antonio Zeffiri

 

Don Luigi Giussani

Don Luigi Giussani

 

Le caratteristiche della cultura nuova, generata da chi appartiene a questa comunione nella storia, si riflettono in modo singolare nella Lettera ai cristiani di Occidente, del più grande teologo boemo, Josef Zvěřína, nella quale commenta Rm 12,1-2 (egli che per la sua fede ha sperimentato sia il carcere nazista che quello stalinista): «Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogans, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo. Probabilmente vi riconosciamo ancora perché in questo processo andate per le lunghe, per il fatto che vi assimilate al mondo, adagio o in fretta, ma sempre in ritardo. Vi ringraziamo di molto, anzi quasi di tutto, ma in qualcosa dobbiamo differenziarci da voi. Abbiamo molti motivi per ammirarvi, per questo possiamo e dobbiamo indirizzarvi questo ammonimento. “E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, affinché possiate distinguere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli è gradito, ciò che è perfetto” (Rm 12,2). Non conformatevi! Mè syschematízesthe! Come è ben mostrata in questa parola la radice verbale e perenne: schema. Per dirla in breve, è vacuo ogni schema, ogni modello esteriore. Dobbiamo volere di più, l’apostolo ci impone: “cambiare il proprio modo di pensare in una forma nuova!” − metamorfoûsthe tê anakainósei toû noós. Come è espressiva e plastica la lingua greca di Paolo! Di contro a schêma o morphé − forma permanente − sta metamorphé − cambiamento della creatura. Non si cambia secondo un qualsiasi modello che è comunque sempre fuori moda, ma è una piena novità con tutta la sua ricchezza (anakainósei). Non cambia il vocabolario ma il significato (noûs).

Quindi non contestazione, desacralizzazione, secolarizzazione, perché questo è sempre poco di fronte alla anakaínosis cristiana. Riflettete su queste parole e vi abbandonerà la vostra ingenua ammirazione per la rivoluzione, il maoismo, la violenza (di cui comunque non siete capaci). Il vostro entusiasmo critico e profetico ha già dato buoni frutti e noi, in questo, non vi possiamo indiscriminatamente condannare. Solo ci accorgiamo, e ve lo diciamo sinceramente, che teniamo in maggior stima il calmo e discriminante interrogativo di Paolo: “Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede, fate la prova di voi medesimi. O non conoscete forse neppure che è in voi Gesù Cristo?” (2 Cor 13,5). Non possiamo imitare il mondo proprio perché dobbiamo giudicarlo, non con orgoglio e superiorità, ma con amore, così come il Padre ha amato il mondo (Gv 3,16) e per questo su di esso ha pronunciato il suo giudizio. Non phroneîn − pensare −, e in conclusione hyperphroneîn − arzigogolare −, ma sophroneîn − pensare con saggezza (Cfr. Rm 12,3). Essere saggi così che possiamo discernere quali sono i segni della volontà e del tempo di Dio. Non ciò che è parola d’ordine del momento, ma ciò che è buono, onesto, perfetto. Scriviamo come gente non saggia a voi saggi, come deboli a voi forti, come miseri a voi ancor più miseri! E questo è stolto perché certamente fra di voi vi sono uomini e donne eccellenti. Ma proprio perché vi è qualcuno occorre scrivere stoltamente, come ha insegnato l’apostolo Paolo quando ha ripreso le parole di Cristo, che il Padre ha nascosto la saggezza a coloro che molto sanno di questo (Lc 10,21)».

La cultura è appunto un modo di vedere, di percepire, di giudicare, cioè di valutare e di decidere riguardo a tutto. È lo stabilirsi di un orizzonte ultimo da cui parte l’attacco della coscienza dell’io alla realtà e che investe ogni cosa che esso trova sul cammino. La cultura nuova è una visione del mondo – dall’io all’Eterno – che parte da un incontro fatto, da un avvenimento cui si partecipa, dall’imbattersi in una Presenza, non da libri che si leggono o da idee che si sentono. Questo incontro ha un valore genetico, in quanto rappresenta la nascita di un soggetto nuovo, che sorge in un luogo determinato e in un momento della storia, e lì viene alimentato e si incrementa come personalità nuova, con una concezione unica e irriducibile a qualsiasi altra, riceve un noûs nuovo, una conoscenza diversa. Quando tale Presenza gioca in tutti i rapporti della vita, quando ad essa sono «sospesi» tutti i rapporti, quando essi sono salvati, giudicati, coordinati, valutati, usati alla luce di quella Presenza, si ha una cultura nuova. Questa nasce dunque dalla posizione che uno assume verso tale Presenza eccezionale e decisiva per la vita. Perciò san Paolo dice: «Questo è il vostro culto spirituale», è la vostra cultura, è il punto di vista nuovo da cui vedere il mondo, la realtà intera. Quando uno ha lo sguardo da bambino verso quella Presenza, piccolo o maturo che sia (basta che l’occhio sia spoglio dei «ma» e dei «se» e sia carico della domanda che nutre il cuore), allora penetra i rapporti, vicini e lontani, con una luce che non è comune a nessuno, eccetto che a chi ha la stessa posizione di fronte a Cristo, al Dio fatto Uomo, al Verbo fatto carne. «Prendete in considerazione tutto ciò che è vero, ciò che è buono, che è giusto, puro, degno di essere amato e onorato; ciò che viene dalla virtù ed è degno di lode.» Zvěřína, commentando il brano della Lettera ai Romani, sottolinea che «non conformarsi» (mè syschematízesthe) significa letteralmente «non assumere gli schemi del mondo», non assumere il punto di vista da cui il mondo guarda le cose, le giudica, e le valuta. La donna, il sesso, la bioetica, la politica, l’arte…: si tratta di non assumere lo schema che il mondo adotta di fronte a essi. Il verbo «non conformarsi» contiene, in greco, la radice della parola «schema». Siamo circondati da schemi vuoti, da modelli esteriori. Pensiamo alla televisione e ai giornali che riempiono la testa, gli occhi e l’immaginazione di tutti, di chiunque non se ne difenda. Quando un modo di trattare le persone o le cose non è esteriore? Quando partecipa dell’unica realtà interiore di cui le persone e le cose sono fatte: Cristo. Quando uno schema non è vuoto? Quando esso appartiene al disegno del Padre – che è Cristo – cioè a un’altra cultura. La cultura non è schema vuoto quando il suo inizio è qualcosa che ci è accaduto e da cui non si possono distogliere gli occhi, una realtà vivente unica. «Noi», continua Zvěřína, «non possiamo imitare il mondo, proprio perché dobbiamo giudicarlo». Non possiamo imitarlo, e non certo per orgoglio e superiorità, ma per amore, così come il Padre ha amato il mondo e per questo ha pronunciato il suo giudizio su di esso, per questo ha inviato nel mondo la parola della Sua verità, che ha sconvolto il mondo e lo sconvolgerà fino alla fine. Noi non possiamo lasciarci fuorviare dai modelli esteriori e dagli schemi vuoti, che non nascono da ciò di cui le cose sono fatte. Perché le cose sono fatte di Cristo e l’unico schema del mondo è il disegno del Padre, che ha un nome: Cristo. Il male è assumere gli schemi di un altro che è estraneo alla nostra nuova natura. È una cultura diversa, che poggia su principi nuovi e sviluppa applicazioni diverse; perciò bisogna stare attenti a non assumere gli schemi del mondo. Rinnoviamoci continuamente nella novità, penetriamo sempre di più ed esaltiamo la novità che siamo. Così avremo la coscienza lieta, perché faremo quel che piace a Dio, quel che è buono, giusto e santo: «Vi esorto dunque fratelli ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale». La nostra cultura, il nostro culto spirituale è l’offerta. Se riflettiamo sulla nostra esperienza ci accorgiamo invece di come, spesso, tende a prevalere un egocentrismo che decide da sé i fattori costitutivi dell’Avvenimento cui diciamo di appartenere e che non nasce da noi: in luogo dell’obbedienza si impone l’affermazione di ciò che pensiamo noi. È una non mortificazione del nostro orgoglio, è il peccato originale che immette, nella semplicità dell’origine, nella semplicità creaturale, corpi estranei indotti da altro e assunti da noi. È una estraneità all’avvenimento cristiano che si introduce, con la pretesa che essa sia essenziale alla definizione dell’avvenimento stesso, fino al punto di non riconoscerlo se non in presenza di tale ingrediente estraneo: «Se si introduce il liberalismo o il fascismo o il capitalismo o il nazionalismo, allora accetto di essere cristiano, altrimenti no». Così facendo si assumono dall’esterno delle clausole a un Fatto irriducibilmente originale, che richiede invece, per realizzarsi, solo la libertà di adesione a esso nella sua totalità. Si accetta Dio a patto che concordi con l’ideale culturale dominante, sia esso quello umanistico, rinascimentale o razionalista. Oggi, in particolare, si pretende di identificare il tessuto del Fatto cristiano non tanto con l’Avvenimento di una Presenza, ma con qualcosa che si affermerà soltanto alla fine dei tempi: è l’escatologismo. Potremmo definirlo come una esaltazione maniacale della venuta finale di Cristo, per cui Egli non c’entra più con l’hic et nunc, con il qui e ora (analogamente alla esaltazione maniacale della ragione, come misura della realtà, che finisce con il negare qualsiasi consistenza ultima della realtà stessa) . Lo sforzo dell’uomo, dopo il peccato originale, consisterebbe nel far sì che Dio non c’entri con l’hic et nunc, rimandandone l’azione alla sua venuta finale. L’escatologismo distrae quindi dalla responsabilità storica. Ma come si potrebbe allora dimostrare che la fede è ragionevole, dato che la sua ragionevolezza sta proprio nella capacità di corrispondenza all’attesa del cuore dell’uomo e ai suoi bisogni? Non si può. Perciò l’escatologismo non può che identificarsi con il puro fìdeismo. Invece, per chi vi appartiene, cioè per il battezzato, la formula suprema dello svolgimento dell’Avvenimento di Cristo è l’hic et nunc, definito dalle circostanze di spazio e di tempo: nel loro volgere, l’appartenenza a questo Avvenimento sta come il palo che sostiene la tenda dell’uomo in cammino nel deserto, dentro la storia. In tale appartenenza la tenda diventa dimora, tempio, luogo dove Dio si rivela continuamente misericordioso e l’uomo si ritrova continuamente nel «sì» di Simone.

Questa concezione nuova e totalizzante della realtà si è sviluppata fin dai primi secoli cristiani all’interno dell’esperienza della Chiesa percepita come oikumene. La Chiesa stessa era designata come oikumene (catholica) o come eirene (pace). L’oikumene era la visione del Regno di Cristo che abbraccia tutto il mondo, tutti i tempi e tutti gli spazi. Con la parola oikumene si stabiliva il soggetto umano, sociale e culturale capace di abbracciare l’universo intero.

Con la parola «cultura» abbiamo definito la modalità profonda con cui dal cuore dell’uomo sorge un’immagine globale dei rapporti con se stesso, con le persone e con le cose. Ma essa non può scaturire solo dalla enigmatica profondità della nostra esperienza elementare, con il quadro ricco, ma ancora scomposto e così difficilmente decifrabile, dei suoi bisogni, dei suoi interessi e delle sue esigenze originali. Una enigmaticità che rende l’uomo sempre inquieto. E tale inquietudine si rivela nello smarrimento della mentalità moderna, incapace di superare la divisione e le contraddizioni, che sono l’esito inevitabile di una concezione culturale in cui il punto di partenza è sempre l’enfatizzazione di un particolare, esaltato idolatricamente a totalità. Da qui scaturiscono inevitabilmente anche menzogna e violenza. Il termine cristiano che bene esprime l’originalità e lo sviluppo culturale nella totalità dei suoi fattori è «ecumenismo», assunto nella sua originaria derivazione etimologica da oikumene. Con esso si vuole indicare che lo sguardo cristiano vibra di un impeto che lo rende capace di esaltare tutto il bene che c’è in tutto ciò che si incontra, in quanto glielo fa riconoscere partecipe di quel disegno la cui attuazione sarà compiuta nell’eternità e che in Cristo ci è stato rivelato. L’ecumenismo parte dall’avvenimento di Cristo, che è l’avvenimento della verità di tutto ciò che è, di tutto il tempo e lo spazio, della storia. È l’avvenimento della verità nel mondo: il Verbo si è fatto carne, la verità si è fatta presenza umana nella storia e resta nel presente. Questa Presenza investe – tende a investire – tutta la realtà. Dove c’è coscienza chiara della verità suprema che è il volto di Cristo, nel guardare tutto ciò che si incontra si rivela qualcosa di buono. L’ecumenismo non è allora una tolleranza generica che può lasciare ancora estraneo l’altro, ma è un amore alla verità che è presente, fosse anche per un frammento, in chiunque. Ogni volta che il cristiano incontra una realtà nuova l’abborda positivamente, perché essa ha qualche riverbero di Cristo, qualche riverbero di verità. Nulla è escluso da questo abbraccio positivo: tale universalità è il risultato della missionarietà implicata nella scelta che Dio fa del battezzato e nel destino per cui lo sceglie. Il compito del battezzato è la missione universale che Dio gli comunica come partecipazione alla grande missione di Cristo. Perciò, quanto più egli è proteso ad essa, tanto più è anche proteso a scoprire in ogni cosa il bene rimasto, il brandello o il riflesso di verità. Siccome io sono parte della realtà di Cristo, guardo le montagne, la mattina e la sera, tutta la realtà, innanzitutto cercando, in ogni cosa che vedo, la radice ultima. E la persuasione che la verità è in me, è con me, mi rende estremamente positivo davanti a tutto: non equivoco, ma positivo. Se c’è un millesimo di verità in una cosa, lo affermo. Nasce così un approccio «critico» alla realtà, secondo quanto esprime san Paolo: «pánta dokimázete, tò kalòn katéchete»; «vagliate ogni cosa e trattenete il valore», il bello, il vero, quello che corrisponde al criterio originale del vostro cuore.
L’avvenimento di Cristo è la vera sorgente dell’atteggiamento critico, in quanto esso non significa trovare i limiti delle cose, ma sorprenderne il valore. Vi è in proposito l’episodio attribuito a Cristo da un agraphon, secondo cui, mentre attraversava i campi, Gesù vide la carcassa marcita di un cane; san Pietro, che gli stava davanti, disse: «Maestro, scostati», ma Gesù, al contrario, andò avanti e fermandosi a un passo dal cane esclamò: «Che denti bianchi!». Era l’unica cosa buona in quel corpo marcio. I limiti, schiaccianti, balzano agli occhi di tutti, il valore vero delle cose invece lo trova soltanto chi ha la percezione dell’essere e del bene, chi fa emergere e fa amare l’essere, senza obliterare, tagliare, chiudere o negare, perché la critica non è ostilità alle cose, ma amore a esse. Perciò non si può essere veramente critici se non si è pacificati da un amore che ci possiede e che possediamo. Solo se posseduti interamente da un amore, solo riconoscendoci appartenenti all’amore di Cristo «traboccante di pace», siamo come bambini che vanno al buio in una foresta, senza paura. È l’avvenimento di Cristo ciò che crea la cultura nuova e dà origine alla vera critica. La valorizzazione del poco o del tanto di bene che c’è in tutte le cose impegna a creare una nuova civiltà, ad amare una nuova costruzione: così nasce una cultura nuova, come nesso tra tutti i brandelli di bene che si trovano, nella tensione a farli valere e ad attuarli. Si sottolinea il positivo, pur nel suo limite, e si abbandona tutto il resto alla misericordia del Padre. «Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.» Non è che Iddio tardi a venire, ma aspetta perché, nella Sua pazienza, ciascuno abbia a dare frutto per la sua anima. Il mondo è stato conquistato al cristianesimo ultimamente da questa parola riassuntiva: «misericordia». La capacità di misericordia si esprime come sensibilità al bene, come certezza che il bene vince con la forza di Cristo: «Ti amo Dio, mia forza»,«Di tutto sono capace in Colui nel quale è la mia forza». C’è dunque un’unica sorgente di sguardo positivo a tutto. Chi invece è attaccato a una identificazione parziale, alla «sua» verità, non può non stare di fronte a tutto difendendo quello che lui dice, a meno che sia completamente scettico o nichilista. Spesso coloro che guidano i popoli e hanno responsabilità a vario titolo, se sono pieni di buon senso, favoriscono un certo «ecumenismo», perché hanno il terrore della guerra e della violenza, che nascono inevitabilmente se uno afferma solo se stesso. Così sembra che il mettersi insieme tentando di rispettare ognuno il volto dell’altro possa rappresentare la realizzazione della eirene. Ma questa non è pace, è un equivoco. Essa infatti risulta essere – nel migliore dei casi – tolleranza, cioè, radicalmente, indifferenza. Così come di solito è conclamato adesso, il temine «ecumenismo» sembra indicare l’espressione migliore della buona volontà di chi è buono di cuore ed è al comando della gente, si tratti di capi religiosi o politici. Questo «ecumenismo», inteso come confraternita dei vari tentativi filantropici per costruire il mondo, si rivela come il principale nemico dell’identità cristiana. Esso, infatti, nel migliore dei casi è un tentativo di tolleranza dove ognuno è attento ai suoi interessi e degli altri prende ciò che gli conviene. Ma, se non si assecondano che i propri interessi particolari, si finisce per guardare gli altri come potenziali nemici, da cui difendersi: davanti a ciò che più interessa, si cessa di fatto di essere tolleranti. Invece, l’ecumenicità cattolica è aperta verso tutti e tutto, fino alle sfumature ultime, pronta a esaltare con tutta la generosità possibile ciò che ha anche una lontana affinità col vero. Ma è intransigente sulla equivocità possibile. Se uno ha scoperto la verità reale, Cristo, avanza tranquillo in ogni tipo di incontro, sicuro di trovare in ognuno una parte di sé. L’ecumenismo vero scopre sempre cose nuove, così che non c’è mai una totale ripetizione: si è trascinati da un totalizzante stupore del bello. È dalla bellezza che nascono continuamente immagini di possibilità insospettate per riparare le case distrutte e costruirne di nuove. Questa apertura fa trovare a casa propria presso chiunque conservi un brandello di verità, a proprio agio dovunque. È il concetto di cattolicità non geograficamente inteso (come lo è stato a partire dal ’500 in poi), ma ontologicamente definito dal vero. Dice l’Imitazione di Cristo: «Ex uno Verbo omnia et unum loquuntur omnia, et hoc est Principium quod et loquitur nobis». («Da una sola Parola tutto, e una sola Parola tutto grida. E questa Parola è il Principio che parla dentro di noi.») Non è possibile trovare un’altra cultura che definisca con un abbraccio così unitario, potente e senza residui, qualsiasi cosa. Diceva Jacopone da Todi, nel ’200, che tutto accade perché abbiamo ad andare tutti insieme nel «regno celesto che compie omne festo / che ’l core ha bramato». E, ancora, nel più bel verso della letteratura italiana: «Amor, amore, omne cosa conclama». La parola Amore è da intendere nel suo senso ultimo, cioè come sinonimo di Cristo, del Dio che si è curvato su di noi e ci ha abbracciato. Tutte insieme le cose gridano la verità. Tutte le cose: i fiorellini del campo, le foglie dell’albero, tutti gli aghi di tutti i pini della terra (chissà come fa Dio a contarli tutti!?).

 

 

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