di Massimo Lapponi

 

Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato.

Allora cominceranno a dire ai monti:

Cadete su di noi!
e ai colli:
Copriteci!

Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?

(Lc 23, 28-31)

Vi fu già una belle époque che credeva di aver raggiunto il culmine della civiltà, il benessere universale e la pace per tutti. Sappiamo come andò a finire, ma non sempre avvertiamo la straordinaria somiglianza tra quella prima belle époque e la seconda, quella cioè in cui noi viviamo, né avvertiamo come siano simili le illusioni dell’una e dell’altra. Uno scrittore – Friedrich Wilhelm Förster (1869-1966), di cui stiamo cercando di riproporre l’inestimabile opera proprio in questi ultimi tempi – nel periodo di pace anteriore al 1914 aveva messo in guardia gli uomini del suo tempo sul fuoco che covava sotto la cenere. Nel 1917, in pieno conflitto mondiale, egli scriveva:

«Che nessuno volesse la guerra pareva indiscutibile a tutti noi, che chiudevamo gli occhi alle malvagie passioni che ci ossessionavano gli uni contro gli altri, né ci accorgevamo di quanto il nostro quotidiano commercio fosse penetrato dallo spirito miope di egoistica e brutale difesa, né come esso dovesse penetrare inevitabilmente anche i rapporti tra i popoli, fino ad esplodere in una spaventevole manifestazione. La pace non era se non uno degli aspetti esteriori ed artificiali dello stato d’animo generale: unica risoluzione logica di questo stato, e suo castigo nello stesso tempo, la guerra».

Chi non vede fino a che punto possiamo rispecchiarci in queste poche righe, scritte quasi cent’anni fa, non è che un illuso. Se due persone, dopo essersi giurate eterno amore davanti a Dio e davanti agli uomini pochi anni o pochi mesi prima, si strappano di mano l’uno dall’altro case, soldi e figli, e a volte alla carta bollata preferiscono le vie di fatto fino allo spargimento del sangue, che cosa avverrà nei rapporti tra estranei? La vita pubblica non è che il riflesso ingrandito dei conflitti tra singoli: analoghi sono le insanabili ostilità, gli insulti, le calunnie, le frodi, le violenze. E non è un’eco ulteriormente ingigantita della stessa realtà l’escalation di brutalità nei rapporti tra le classi e tra i popoli, dalle occupazioni di ambasciate in violazione delle garanzie internazionali, agli attentati sanguinari, ai bombardamenti indiscriminati, alle minacce e alle pratiche di genocidio, alla corsa sempre più sfrenata agli armamenti nucleari? Chi non lo sapesse potrebbe chiedersi se le parole seguenti siano state scritte nel 1917 o nel 2010:

«Credette l’umanità di poter godere indefinitamente dei benefici inesauribili del lavoro e degli scambi pur restando schiava dell’antica brutalità dell’orgoglio e della forza: ma la chimera di sviluppare all’estremo le relazioni reciproche pur rimanendo intimamente antisociali, nella pretesa che la violenza sferrata dall’orgoglio si bilanciasse coll’impaurirsi a vicenda, minaccia contro minaccia, – questa chimera fu portata dalla realtà ad un assurdo spaventoso: – assurdo inevitabile, ahimé, giacché ciò che ingannava e corrompeva la civiltà moderna era appunto l’illusione che a quest’epoca, in cui gli interessi materiali erano diventati decisivi sopra tutti gli altri interessi della vita, fosse riservato il maggior trionfo sulla natura, l’elevazione e l’assicurazione della vita umana e la riunione di tutte le forze dell’economia mondiale».

Lo spettacolo della nostra società, rievocato così tragicamente da queste righe, può ben essere confrontato con la narrazione lucana della Passione: se la brutalità umana ha fatto una così spaventosa mostra di sé contro il legno verde di Cristo, santo e innocente, cosa farà essa contro il legno secco della nostra malizia, elevata alla massima potenza dalla possibilità di disporre, per sfogare le proprie passioni volutamente sbrigliate, di tutte le energie strappate dalla moderna scienza alla natura? L’umano ingegno, infatti, si è abbandonato alla conquista delle forze materiali con vertiginosa follia, rinunciando per programma a conquistare per prima cosa il dominio di sé. A cosa serve – ci si è detto – questo residuo masochistico medievale? Il dominio sul mondo ci dispensa dal dominio sopra noi stessi. Già il nostro inascoltato autore scriveva:

«Questa solidità brillante ed apparente degli ordinamenti umani, questa precisione quasi automatica negli ingranaggi delle funzioni, era precisamente quella che aveva portato la moderna empietà, lo scetticismo sulla realtà della legge morale: essa e non Nietzsche, Darwin o Häckel. Ed infatti, a che pro credere in un mondo superiore, ed alla necessità di questo mondo invisibile per l’esistenza di quello visibile? A che pro il sacrificio, l’amore, l’abnegazione, se lo scambio e la concorrenza, la scienza e la tecnica, l’organizzazione militare e finanziaria garantivano completamente la sicurezza delle cose terrene?».

Da questa illusione la prima belle époque fu risvegliata dagli avvenimenti di Sarajevo del 1914.

«Che tutto ciò fosse una mera parvenza» scriveva ancora il nostro autore, «durata così a lungo solo per il concorso di tutta una tradizione morale passata, – che la società umana non potesse reggersi sopra questi fondamenti tutti materiali od intellettualistici: – ecco la tremenda lezione della guerra mondiale».  

 Ma dalla stessa illusione la seconda belle époque non è stata affatto scossa dagli avvenimenti di Sarajevo di fine secolo. Ancora e più che mai impera la convinzione che si possa raggiungere la pace perpetua grazie alla programmazione sociale e allo sviluppo delle energie materiali e degli apparati tecnici. Rimarrebbe certamente inascoltata la voce che ripetesse ancora oggi:

«Una pace duratura tra i popoli richiederebbe che l’ammansamento della violenza naturalmente insita nell’animo umano s’intraprendesse con ben altra serietà che quella usata finora, e che si comprendesse finalmente come una civiltà non suppone soltanto dei progressi tecnici e delle lotte di interessi egoistici, ma l’elevazione delle forze spirituali, richiamate in fiore, se non vogliamo che il demone furibondo della distruzione rada tutto al suolo».

Del resto il richiamo alla religione sarebbe oggi problematico, dopo che illustri teologi hanno proclamato che l’interpretazione tradizione del Vangelo è errata e che Cristo non ha predicato la rinuncia a se stessi, ma la ribellione contro le ingiuste strutture e la lotta violenta per la costruzione del regno di Dio. Cosicché l’utopismo religioso, dopo quello politico, ha contribuito a scatenare in tutto il mondo lo spirito dell’odio e dell’aggressione, nella vaneggiante illusione che dalla violenza di masse umane cui è stato insegnato a maledire la mortificazione del proprio io potesse nascere un mondo rinnovato dall’amore.

Si parla tanto della religiosità bellicosa dell’Islam. Ma la tradizione mussulmana conosce anche l’infinita misericordia di Dio, il culto dell’ospitalità e del servizio fraterno, la mistica dell’amore e della bellezza, e tra i suoi santi vi è anche un martire crocifisso a somiglianza di Cristo. Si può dubitare che sul prevalere, nell’Islam, della violenza fondamentalista abbia influito in modo determinante il modello dell’utopismo rivoluzionario politico e religioso dell’Occidente? Ma di chiunque sia la colpa maggiore, certo è che dobbiamo realisticamente tremare, noi legni secchi, al grido angoscioso di Cristo: «Piangete su voi stesse e sui vostri figli!».

In questi giorni, però, al di sopra dell’arroganza dello scientismo, dell’estasi dei piaceri mondani sempre più esasperati, delle utopie politiche e delle contraffazioni teologiche, si staglia solenne e invincibile nella superna luce divina l’insegna del Crocifisso. Ammutoliti tutti i vaneggiamenti degli uomini, Cristo Redentore fa ancora e sempre risuonare la sua intramontabile lezione: non la guerra contro gli altri, ma soltanto la crocifissione di se stessi salverà il mondo. Ogni vero riformatore, della Chiesa o della società, sa che la riforma incomincia dalla lotta contro il tiranno che è in noi e che senza l’imitazione di colui che, offrendo se stesso per tutti, seppe dire: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno», è vana ogni strategia politica o religiosa.

Nella luce del Crocifisso, potentemente attuali suonano le parole del testimone sopra ricordato, nelle quali però bisogna purtroppo correggere gli originali indicativi con congiuntivi di esortazione:

«La società umana, che non pareva più altro che un problema di organizzazione politica ed economica, riprenda ad essere un problema religioso-morale e torni a capire che, senza risolvere quest’ultimo, tutta la tecnica organizzatrice esteriore non potrà mai stabilire vincoli duraturi. “Chi non raccoglie con me disperde”. Ciò che per tanto tempo abbiamo respinto come semplici verità di edificazione domenicale, venga riconsiderato come una forza per il nuovo e duraturo lavoro mondiale: ed è la potenza elevata dell’anima, celebrata nel discorso della montagna, in quel sublime discorso evangelico che nessun cavillo può ridurre ad un calcolo interessato, sebbene per le misteriose leggi vitali si premi da sé e guadagni la sicurezza con l’abbandono, la vita col sacrificio, il perdono con l’autoaccusa. Questa potenza dell’anima sia finalmente riconosciuta come il segreto di tutte le società umane». 

 

(pubblicato su Il Legno Storto il 30 marzo 2010)

 

 

 

 

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