Dal Catechismo all’esperienza cristiana
Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA
Puntata n. 25 – L’uomo nuovo in Cristo (I)
Consapevoli del momento presente
Presto dovremo iniziare a parlare della vocazione, ma come fare a parlare della vocazione se non si dice prima di tutto chi è Colui che chiama, chi è Cristo, che cos’è la Chiesa e come la si incontra attraverso l’impatto con un carisma che ci rappresenta “al vivo” Gesù Cristo? Questo è proprio quanto abbiamo cercato di dire finora.
Adesso occorre dire anche un’altra cosa per poterci avventurare seriamente nella “questione della vocazione”.
Si tratta della risposta alla domanda: e noi chi siamo?
Dopo questo impatto con Cristo e la Chiesa attraverso un carisma chi siamo diventati noi? Che cosa ci è veramente successo? Come aiutarci ad esserne consapevoli e ad agire di conseguenza?
In altri termini possiamo dire che nascono due domande in conseguenza di quanto ci è accaduto di incontrare e di vivere:
- a) La domanda “antropologica”. Non appena in senso filosofico, ma alla luce della fede, cioè nel senso teologico del termine: chi è l’uomo investito da Cristo, appartenente alla Chiesa, attirato e convinto da un carisma?
- b) La domanda “etica”. E anche questa in senso teologico (la domanda “morale”): quali conseguenze comporta tutto questo in ordine alle scelte (criteri e giudizi pratici) e alle azioni (atti e abiti, abitudini di vita) della vita quotidiana?
Noi siamo una nuova creatura in Cristo Gesù, ci risponde san Paolo: «Quindi, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).
È giusto, allora, iniziare questa parte, dedicata all’uomo nuovo in Cristo, alla nuova creatura, e alla moralità, cioè alle conseguenze pratiche volte ad indirizzare la libera scelta e quindi l’azione del cristiano… è giusto iniziare con queste parole della lettera ai Romani.
«Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce» (Rm 13,11-12).
Questo brano si traduce, per noi, anzitutto in una “preghiera”, in una richiesta di aiuto allo Spirito Santo e in una domanda reciproca di carità che ci facciamo gli uni gli altri; perché non c’è carità più semplice e più bella che cercare di aiutarsi – e ancor prima di non ostacolarsi – ad essere di Cristo.
«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
Dare la vita ha il suo culmine nel sacrificio della vita fisica (martirio), ma incomincia nell’usare giorno per giorno il tempo, le parole e i gesti con il sacrificio dei nostri istintivi stati d’animo per non ostacolarsi nell’appartenere a Cristo.
È come dire che se Cristo è vero, se la Chiesa è quello che ci siamo detti, allora “le carte in tavola” cambiano e mi chiedo quali conseguenze devo trarne. Pensiamo al cieco nato dopo che ebbe riacquistato la vista, o a Maria Maddalena dopo che si sentì trattare da Gesù come una persona perdonata, piena di dignità, profondamente amata. Si saranno detti: adesso io voglio stare sempre con quest’uomo che mi ha restituito a me stesso e spendere tutta la mia vita per Lui.
Questa preghiera si concretizza in alcune invocazioni precise
– La prima invocazione al Signore è, dunque, quella di renderci consapevoli: «Questo voi farete, consapevoli…».
È detto fugacemente, ma quanto è importante, quanto è proprio della creatura razionale, dell’uomo! Signore dacci la luce della vera intelligenza della vita, della consapevolezza che viene dalla fede; non permettere che siamo e viviamo malamente il tempo della vita che ci affidi, come fossimo senza la ragione e senza la fede, perché non è umano vivere come se si fosse senza la ragione e non è cristiano vivere come se si fosse senza la Fede.
– La seconda invocazione precisa il contenuto di questa consapevolezza: «Consapevoli del momento».
Cioè consapevoli del momento “presente”: la vita sulla terra è una vita incarnata nella storia, e nella storia l’unica cosa che esiste “in atto”, è il “presente”.
Per potere comprendere qualcosa della volontà di Dio non devo mai scavalcare il presente (questa è già una “prima regola morale” dettata dalla natura stessa dell’uomo), magari per evitare l’impatto con una fatica, perché nel presente c’è la realtà “in atto”, c’è l’“Atto Puro”, Dio, in comunicazione con me nel darmi l’esistenza e la Grazia.
Aiutarsi ad essere consapevoli del momento significa aiutarsi a leggere l’azione di Dio nel proprio presente, nella propria vita.
E quindi mettersi in condizione di cogliere i dati reali di ciò a cui in questo momento si è chiamati, senza sfuggire in un sogno futuro e senza bloccarsi nell’idealizzazione di un passato.
Signore facci la Grazia di aiutarci ad essere consapevoli del momento presente.
– La terza invocazione consiste nel chiedere di svegliarci dal sonno: «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno».
È il primo passo concreto per poter divenire consapevoli, perché chi dorme non ha coscienza di quello che è e che fa.
Quando si è in crisi e si sta male non ci si vorrebbe mai svegliare al mattino, perché il sonno costituisce una tregua che la natura ci offre per sospendere il peso del vivere. Per essere contenti di svegliarsi dal sonno bisogna che ci sia la Salvezza e che questa sia vicina: ma «la nostra Salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti».
Chiediamo al Signore che ci faccia toccare con mano, attraverso la nostra comunione, attraverso la Chiesa e i fatti della nostra vita, la verità esistenziale di questa affermazione.
Questa immagine di colui che viene svegliato dal sonno merita un po’ di attenzione, perché è tipica del linguaggio biblico sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Spesso essa è associata al sonno nel senso più forte del termine, il sonno della morte, o a quel sonno che è la morte dello spirito dell’uomo che vive irragionevolmente, o del cristiano che vive gingillandosi con Cristo, stando nella Chiesa a fare cose marginali, inutili, come se Cristo non fosse nulla per lui, o fosse un’entità molto secondaria e la vita fosse un’altra cosa.
E san Paolo, qui, si rivolge proprio a dei cristiani che sembravano essersi già persi dietro a «gozzoviglie e ubriachezze, […] impurità e licenze, […] contese e gelosie» (Rm 13,13), invece di avere a cuore la verità della propria vita e quella degli altri, avere a cuore Cristo e la Chiesa che è il Suo Corpo.




















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